Il Museo dell’Ara Pacis, ospita, fino al 4 ottobre 2026, la mostra “Robert Mappelthorpe. Le Forme della bellezza”. Oltre 200 gli scatti fotografici, che esplorano il concetto di bellezza come perfezione assoluta e rigore formale del Maestro. Robert Mappelthorpe, fotografo statunitense del XX secolo, conosciuto per la sua fotografia dalla inconfondibile cifra stilistica, capace di unire, in termini ossimori, la seduzione e il glamour. La potenza del suo scatto, risiede nella forma classica applicata a immagini impensabili. L’ossessione per l’organizzazione è al centro di qualsiasi sua composizione. Mapplethorpe non fotografa soggetti, ma scolpisce lo spazio, attraverso l’obiettivo della sua Hasselblad. “In fondo la fotografia è un modo più sbrigativo di fare una scultura”. Roma, chiude il capitolo di un importante progetto espositivo, che ha toccato prima Venezia, alle Stanze della Fotografia, e poi Milano, a Palazzo Reale. Il percorso espositivo, suddiviso in otto sezioni, si focalizza sulla ricerca della forma pura, dove il corpo umano, i visi e le nature morte vengono trattati con la stessa maniacale attenzione alla luce e alle geometrie. "Fotografare un fiore è come fotografare il corpo umano, entrambi contengono la stessa tensione tra forma e desiderio." Nella tappa romana, il pubblico può ammirare i grandi capolavori che nell’arco di questi mesi hanno conquistato il pubblico di Venezia e Milano: i ritratti di personaggi famosi dell’arte, della letteratura, della musica, del cinema come: Yoko Ono, Robert Rauschenberg, Donald Sutherland, David Byrne, Richard Gere. Le sue muse, è qui che viene celebrato il rapporto simbiotico di amore, amicizia e complicità con la poetessa e musicista Patti Smith, attraverso una selezione di ritratti realizzati fin dai tempi del Chelsea Hotel, affiancati dagli scatti dedicati alla culturista Lisa Lyon. Ed ancora i fiori, gli stati d’animo delle persone che apprezzava ritrarre, magari senza la necessità di esporli totalmente, cogliendone un particolare, un dettaglio nella vita di tutti i giorni. Come afferma Denis Curti: “C'è un grande malinteso che accompagna da sempre il lavoro di Robert Mapplethorpe: quello di considerarlo un fotografo della provocazione, un artista dello scandalo legato alla New York underground degli anni '70 e '80. In realtà, se spogliamo le sue immagini dal loro contenuto più esplicito e geometricamente dirompente, ciò che resta è puro classicismo. Mapplethorpe non cercava lo scandalo fine a sé stesso; cercava la perfezione della forma. Che stesse fotografando un fiore o il corpo scultoreo di Lisa Lyon, il suo sguardo era guidato dalle stesse identiche regole: un'ossessione per l'equilibrio, per la simmetria, per la luce zenitale e per il rigore compositivo che affonda le radici nella scultura rinascimentale. La sua vera forza sta nell'aver applicato l'ordine e l'armonia della statuaria classica a temi considerati, allora, provocatori. Mapplethorpe non ha voluto scioccare il mondo, ha voluto elevare il corpo umano, ogni corpo a una dimensione sacra e monumentale. Per questo, a distanza di decenni, le sue fotografie non risultano datate come molta arte di protesta dell'epoca: perché la bellezza classica è senza tempo, e Mapplethorpe era, prima di tutto, un grandissimo fotografo classico”. Del resto Mappelthorpe era in grado di rendere contemporanei i corpi, senza censure. A chiudere l’esposizione, una selezione di scatti realizzati durante i suoi soggiorni in Italia, tra Capri e Napoli, su invito del suo gallerista Lucio Amelio che gli chiese di partecipare, dopo il terremoto che colpì Napoli nel 1980, a Terrae Motus. Mapplethorpe aderì con slancio all’iniziativa insieme a tanti altri artisti, oltre 60 tra cui Warhol, Cragg, Cucchi, Fabro, Kiefer, Kounellis, Paolini, Pistoletto, Rauschenberg, Schifano, Schnabel, Twombly e Vedova. La mostra, è progettata per essere fruibile ai visitatori attraverso diversi strumenti di accessibilità.
Stefania Petrelli
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