Roberto Chevalier

Il doppiatore non deve far altro che rivivere emozionalmente quello che l’attore ha vissuto sullo schermo.

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La nostra rubrica dedicata al teatro ha l’onore e il piacere di ospitare il grande attore, doppiatore e direttore di doppiaggio Roberto Chevalier, che celebra, quest’anno, il suo il  cinquanta settesimo anno di attività ininterrotta. La nostra intervista si svolge negli studi della CDC SEFIT GROUP, nel quartiere romano la Balduina, società di doppiaggio italiana fondata nel 1994 che discende, senza soluzione di continuità, dalla gloriosa CDC, antesignana del doppiaggio in Italia.

La prima e doverosa domanda riguarda la scomparsa del suo collega Renato Mori. Un pensiero per lui?

Renato Mori era un grandissimo professionista, sono probabilmente la miliardesima persona ad affermarlo. Era un uomo dolce, delicato, premuroso, attento, un signore. Purtroppo è andato tra i più, si vede che lassù hanno una predilezione per la gente per bene. Tutti gli scarti rimangono qui ahimè!

Secondo lei un doppiatore, con tutti i lavori cinematografici effettuati,  lascia una traccia profonda e non muore mai?

Una volta non era affatto così, i film si vedevano al cinema e non si avevano altre possibilità di rivederli. I lavori svolti in televisione, stessa cosa, eccetto qualche replica. Con l’arrivo delle nuove tecnologie, non dico che siamo diventati immortali, ma lasciamo delle tracce nel tempo, delle vere impronte, con i nostri lavori. Renato ha lasciato un’impronta gigante, meravigliosa, fermo restando che l'impronta più bella l’ha lasciata dentro di noi, umanamente. 

Avete intenzione di creare un premio per le giovani leve, in ricordo di questo straordinario personaggio?

No, di premi in giro ne esistono fin troppi, se dovessimo crearne uno ogni volta che ci lascia un grande talento staremmo sempre a dare premi.

La sua carriera inizia giovanissimo, come attore, addirittura il bambino più conosciuto in Italia sugli schermi! Cosa pensava il bambino in quella realtà? Come é avvenuto il suo ingresso nel mondo del cinema e della televisione? Quali sono le dinamiche e le circostanze che l'hanno portata sullo schermo?

Quel bambino pensava che era una realtà meravigliosa, un grande gioco. Sai, a quell’età non si ha l’esatta percezione di quello che si fa. All’inizio erano insegnamenti semplici. Il regista ti chiedeva di fare una cosa, la spiegava, la illustrava e il bambino cercava di eseguire coerentemente quanto richiesto. Una sorta di meccanismo che esiste tra genitore e figlio. Un bambino non pensa al codice interpretativo, va per semplicità delle cose. Potremmo dire che quella formula semplice dell’immediatezza, con il passare del tempo, diventa un passepartout che ti permette di leggere tutte le cose in un certo modo, di fidarti di chi ti te le fa fare e di affidarti a coloro che poi ti insegnano. 

Fin da bambino, dalle piccole cose, ho gradualmente iniziato a capire, a  trovare un modo espressivo e un modo interpretativo, sia da quelle cose che mi venivano richieste che, col tempo, da come io sentivo di farle. Di fatto io sono cresciuto senza frequentare nessuna scuola, provengo, e mi piace ricordarlo, dalla scuola della vita, dalla trincea. Ho lavorato con i più grandi registi, Visconti, Zeffirelli, Fellini sono i nomi che posso citare per il cinema, per il teatro De Lullo e Strehler,Majano per la tv. Sono loro che mi hanno insegnato, formato. Non posso non ricordare i colleghi attori che mi aiutavano nell’interpretare ciò che mi veniva richiesto o mi insegnavano la via più semplice per arrivarci. Questa è stata un'avventura meravigliosa che mi ha anche privato di molte cose, per esempio il tempo di giocare o di stare con i miei coetanei. Allo stesso tempo, mi ha regalato un'unicità per la quale sarei di nuovo disposto a fare tutto quello che ho fatto. 

Per quanto riguarda le dinamiche che mi hanno portato sullo schermo, io ho cominciato per caso. Fino a qualche anno fa raccontavo la storia che raccontava mia madre, quella più semplice, che fui notato da un regista, eccetera. La realtà è ben altra. In casa mia c’era una situazione familiare particolare, non c’era di che mantenersi. Mia madre trovò un agente che cercava dei bambini da proporre e fu un modo per arrotondare le entrate in famiglia. Dunque, con il mio lavoro si tirava avanti una famiglia. 

Qui divento curiosa, si parlava già dello sfruttamento dei diritti d’immagine? A chi appartenevano? 

I diritti di immagine non erano di nessuno. Di diritto d’immagine si è iniziato a parlare dal 1965, con i contratti nazionali degli attori. Io ti parlo dell’agente, per quello che riguarda il cinema, ambito nel quale io ho iniziato. Successivamente mi chiamarono in televisione e poi a teatro per i provini, senza agente. Si sparse la voce di un bambino assai bravo e venne il doppiaggio, la radio, la pubblicità. Venne tutto di seguito. A quell’epoca, parlando di compensi, il mio era modesto, ma in quanto minore era previsto il diritto alla paga per l'obbligo dell’accompagno fino a 18 anni.

Lei era sotto esclusiva ?

No, assolutamente! Eravamo e siamo liberi professionisti. Io avevo già le trattenute per la pensione dell’ENPALS. Quando ho fatto la richiesta per verificare questi contributi mi sono reso conto che ho perso ben dieci anni. Questo perché per i bambini era facoltativo il versamento da parte dei datori di lavoro! Per fortuna avevo i contratti che mia madre ha custodito. Ho potuto, grazie alla sua meticolosità, procedere col riscatto del primo contributo, altrimenti sarebbe stata una cifra enorme. Grazie ai contratti sono risalito al primo contributo, 31 ottobre 1957, il mio primo film, “Giovani mariti”. Parliamo di 57 anni di lavoro su 62 di vita! 

Le personalità che hanno maggiormente influenzato il suo percorso e che l'hanno portata al mondo del doppiaggio? 

Iniziando da bambino tutto è stato un susseguirsi di eventi. Lavorando in televisione, per esempio, entrai in contatto con Adolfo Geri, fu lui che mi porto a doppiare alla CID. Poi c’era Stefano Sibaldi, fu lui che mi portò a doppiare alla SAS. E via dicendo, fino alla CDC. Quando c’è un bambino piccolo che funziona è tutto più semplice, si sparge la voce e si innesca una sorta di meccanismo a catena.

Quali sono le emozioni  e le contraddizioni che differenziano la tecnica del doppiaggio dalla recitazione? 

Il doppiatore non deve far altro che rivivere emozionalmente quello che l’attore ha vissuto sullo schermo. Dunque se hai una duttilità professionale, parliamo di capacità vocale di esprimere i sentimenti e le emozioni che senti in te, e riesci a riprodurre le emozioni e i sentimenti che vedi nell’attore, sullo schermo, riesci a fare un buon doppiaggio. Non si deve mai sovrapporre la propria immagine e le proprie capacita di attore al personaggio che si doppia. Bisogna diventare quel personaggio e, parlando di doppiaggio, si deve ricreare emozionalmente quello che l’attore ha creato sullo schermo, non imitare, perché l‘imitazione può essere sterile e fine a se stessa. Quando faccio l’attore il personaggio lo invento io. Decido io come farlo camminare, come farlo gesticolare, come farlo parlare, come farlo ammiccare, che velocità di recitazione o rallentamento di una battuta usare. Quando faccio il doppiaggio faccio esattamente il contrario. Devo seguire i ritmi e a i modi interpretativi che un altro ha già scelto per me. Io devo conformarmi a quelli, quindi essere un camaleonte.  

Le piace lavorare con registi visionari tipo Lynch,oppure Cronenberg? Loro, per esempio, con gli attori, hanno un modo di lavorare molto particolare.

Io non riesco a dire se è meglio un regista o un altro. La cosa che io prediligo, di volta in volta è l’emozione  che i registi e gli attori riescono a  suscitare in me. Può capitare che il regista, definito mediocre, riesca ad azzeccare un’atmosfera che a me personalmente colpisce. Come può avvenire l’esatto contrario. Quando si parla di gusto personale è un fatto univoco, potrei fare l’esempio di un vino che per i miei gusti è particolarmente buono invece per te non ha personalità. 

Molti nomi importanti del doppiaggio hanno iniziato attraverso la recitazione, quanto é importante recitare per essere un doppiatore di talento? É un passaggio obbligato?

Assolutamente fondamentale. 

I bambini di talento nascono con un dono? 

Si e No. Esistono dei talenti che possono essere riconosciuti, valutati, non riconosciuti, disconosciuti, sottovalutati. Tutte queste variabili vanno inquadrate anche in un numero, il ventitré, la fortuna. Parlando del mio caso, io chiaramente avevo un talento. Al bambino si può relativamente insegnare a recitare. Poi ovviamente il mio talento è stato coltivato, sviluppato, riconosciuto, indirizzato, valorizzato. Senza trascurare lo studio e la disciplina, che nel mio caso, consisteva nel seguire gli attori bravi, cercare di capire i loro metodi, rubando con occhi e con cervello. Una scuola può insegnarti le tecniche non a essere geniale. Il talento o lo hai o non lo hai. 

Parlando tecnicamente del suo lavoro, cosa studia un doppiatore? Prendendo l'esempio di Tom Cruise, tenuto conto della prossemica tutta sua, ritmi e cadenze, come si prepara il doppiatore per un risultato perfetto?

Cerco di stargli dietro. Vedo che ritmo di battuta ha, seguo le espressioni, seguo l’emozione! Devo entrare dentro di lui.

Lei per tre film non ha doppiato Tom Cruise, Eyes Wide Shut, La guerra dei mondi e Mission Impossible III, può spiegarmi cosa è successo?

Su internet quando mi tolsero Tom Cruise per La Guerra dei Mondi gli spettatori si ribellarono, la stampa scrisse che era inutile sostituire la mia voce perché nessuno poteva farlo meglio di me e non si capiva la necessità di fare questa cosa. Praticamente la motivazione consisteva nel fatto che ero considerato troppo vecchio in proporzione all’età di Tom Cruise, dieci anni di differenza. Situazione assai imbarazzante, dal momento che, solo sei mesi prima, avevo doppiato Collateral. Come posso essere invecchiato in sei mesi? Capii che era stato un escamotage per togliermi l’attore.

Le è capitato anche con Tom Hanks in Cast Way?

Stesso discorso di prima, l’ho doppiato una ventina di volte nei in film più belli e di maggior incasso, eppure qualche scippo è stato fatto. Pazienza. 

Da dove nascono queste cattiverie, mi scusi?

Sono idee di alcuni supervisori o di un capo ufficio di edizione. Bisogna sempre andare a cercare le motivazioni, magari pensano che quella voce non gli piace, che si può trovare di meglio, che non si debba dare troppa forza ai doppiatori perché potrebbero chiedere più soldi, possono semplicemente voler decidere chi lo fa. Le motivazioni possono essere tante. Per me la cosa più importante resta il rispetto per il pubblico. Tralasciando il mio caso, per esempio se a Oreste Lionello avessero tolto Woody Allen, sarebbe stato privare un grande artista della sua personalità italiana. Oreste Lionello gli dava una personalità oltre a riprodurre fedelmente la sua interpretazione. In questi casi si manca di rispetto per il pubblico. Non si può sostituire un doppiatore ignorando venticinque anni di pubblico che ama quella voce perché la identifica con quell’attore.

Se dico Ferruccio Amendola, ha dei ricordi particolari di questo grandissimo attore?

Si certo, anche lui! Amendola aveva creato un modo antitetico, se vogliamo, per come era intesa la recitazione negli anni 60-70. Lui venne fuori grazie a questa sua voce sporca, rozza, a mezza bocca, una dizione non perfetta. Ha doppiato Dustin Hoffmann in “ Un Uomo da Marciapiede”, creando un modo diverso di essere attori.

Il mondo del doppiaggio, in Italia, che futuro ha? Se teniamo conto del fatto che in molti altri paesi europei i film stranieri vengono, per lo più, sottotitolati che doppiati? Vorrei anche una sua opinione sulla polemica suscitata da Muccino tempo fa…

Il doppiaggio va visto nell’ottica del paese nel quale si fa. Il doppiaggio in Europa si fa in Germania, Francia, Spagna Italia. In Italia piace molto perché non si conoscono bene le lingue, ci sono fruitori del cinema come i bambini, gli anziani che guardano la tv, un’ampia percentuale di popolazione che, in questo momento, non è preparata. Forse tra venti trenta ci sarà una cultura linguistica più matura nel nostro paese, ma non rientra nel costume italiano essere avanzati con le lingue. Per cui si ha bisogno di un’immediatezza, oggi puoi guardare i film in dvd mettendo l’audio in inglese, vederli con la pay tv con il doppio audio, ma rimane sempre un pubblico assai ridotto. Io conosco assai bene l’inglese ma se l’utente  non conosce quella lingua straniera, leggendo i sottotitoli perde i costumi,l’ambientazione,la musica perché non riesce a concentrarsi, così come non capisce il dialogo. La polemica di Muccino la considero strumentale.

Cosa ne pensa di questa prospettiva in Italia? Crede che sia un bene muoversi nella direzione di paesi come Francia, Germania, Svezia etc.? 

Non ci arriveremo mai, forse  tra trent’anni riusciremo a fare la metà di ciò che avviene negli altri paesi.

Torniamo in Italia, precisamente a Roma, e parliamo di due occupazioni: una appena terminata, quella del Teatro Valle e quella tuttora in corso del piccolo Eliseo.

Dico semplicemente che tutte le cose devono essere fatte con raziocinio: il Teatro Valle era gestito male, non c’era una programmazione e non si dava spazio a certe situazioni.

Il teatro e la cultura sono di tutti, ma ormai è diventata appannaggio di pochi a causa anche di governi presi da ristrettezze economiche che non investono, che non danno modo al popolo di pensare. Un paese che pensa è un paese scomodo, mentre un paese che non pensa si può sottomettere. Una popolazione che deve essere spremuta, che deve solo consumare, è una popolazione destinata a sparire perché non ha un futuro. Noi che facevamo televisione negli anni 60/70, in pieno regime democristiano, facevamo cultura. Si vendevano televisori, si andava a teatro, si vedevano spettacoli. Un periodo straordinario per il nostro cinema, che ha reso grande questo popolo. Si facevano i romanzi sceneggiati di grandi autori che invitavano la gente a pensare. Quella era cultura. Quando si faceva Cronin, le ribellioni dei minatori in miniera, nessuno pensava che l’essere umano avesse diritto ad essere sfruttato. Ma se tu non lo fai vedere, la gente non deve porsi dei quesiti. Quella Democrazia Cristiana,nonostante tutto, così vituperata, ci permetteva quel tipo di sceneggiatura in tv. Oggi la gente non deve pensare, deve solo consumare e questo è sbagliato. I paesi che non pensano alla scuola, che non danno spazio alla cultura, agli spettacoli sono paesi destinati a m-o-r-i-r-e. Il nostro paese può sparire dalla carta geografica con queste classi politiche.

Adesso abbiamo un governo di quarantenni che ha preso le redini di questo paese...

Ma questi giovani che sono arrivati cosa si trovano sulle spalle? Quanti morti? Non si possono fare i miracoli in due anni, ma diamoci da fare! Tutti noi, cinquantenni, sessantenni, bisogna rimettere in moto il paese, dare spazio ai giovani, investendo sulla loro istruzione e dando loro il modo di fare uno spettacolo, vederlo, capirlo. Ridiamo ai giovani la capacità di pensare per evitare che siano una generazione vittima solo del consumo, muovendo capitali in una sola direzione.  

Noi ci occupiamo di tantissimi artisti che provengono dal teatro Off, lei ha mai  frequentato queste piccole realtà, ha mai cercato e trovato qualche talento?

Io purtroppo ho una vita molto complessa, intensa ed ora esco meno dal mio guscio. Prima sono andato parecchio in giro a vedere, sentire, dare speranza anche ai giovani.

Quali sono i suoi progetti futuri al momento?

Ho appena finito di dirigere e doppiare uno splendido “Giulietta e Romeo” di Carlo Carlei, con un grande Paul Giamatti. Io doppio un attore inglese strepitoso che interpreta il padre di Giulietta. Invito te e chiunque abbia amato Romeo e Giulietta di Zeffirelli  ad andare a vederlo: è un film fatto con una bellezza, un eleganza e con una profondità incredibile. Dovrebbe essere sugli schermi il 16 ottobre. Dopodiché riprenderò C.S.I. per poi dirigere un film con Al Pacino ed Ellen Mirren, e poi ci sono tante altre cose che bollono in pentola... 

Il cinema americano non si è mai fermato in questi anni?

È stato molto ridimensionato, soprattutto dal punto di vista degli investimenti, anche se meno del cinema italiano.

Che percorso consiglierebbe ad un giovane che vuole intraprendere la carriera di doppiatore?Cosa pensa delle scuole di doppiaggio che propongono corsi anche agli over 30?

Le faccio un esempio. Se uno volesse fare il ballerino a quarant'anni il fisico potrebbe non assisterlo. La voce se ben manutenuta, è l'ultima cosa che invecchia. La cosa veramente importante è quello che si è in grado di esprimere emozionalmente. Ci sono attori che nascono e cominciano a lavorare a quarant’anni, anche cinquanta, perché scoprono questo modo di gestire le proprie emozioni e imparano, poi, anche attraverso le appropriate scuole di recitazione. Il talento può uscire fuori a ogni età, l’importante è che sia indirizzato, guidato, valorizzato e sviluppato. Se hai una grande qualità espressiva ma un accento discutibile potrebbero insorgere problematiche rilevanti. Molti attori italiani avevano solo un volto, addirittura venivano doppiati, e poi hanno imparato a recitare. Io fino ad un certo limite di età lascerei aperta la porta della possibilità, purché siano guidati da bravi maestri. 

Sulle scuole di doppiaggio, dunque, anche io faccio lezioni come tanti miei colleghi. Dico semplicemente che ognuno mostra sul campo quello che sa dare e sa fare. Parlando di pittura, per esempio, una scuola ti insegna ad usare i colori, la tavolozza, il tratteggio, tutta la fase preparatoria. Il genio crea il capolavoro. Se ti dicono io ti insegno a fare La Gioconda ti prendono in giro. Lo stesso vale per la scuola di doppiaggio. Consiglio, a chi vuole intraprendere questa carriera, di leggere tra le righe questo tipo di messaggio. 

Di tutte le sue infinite collaborazioni, quali sono quelle che più hanno segnato il suo percorso nella fase più matura della sua vita professionale? Quale attore a cui ha dato la voce ha amato di più?

Io sono legato a Tom Cruise e Tom Hanks da circa venticinque anni. Tra gli attori cito anche Andy Garcia. Ho avuto occasione di prestare la voce ad un grandissimo attore scomparso poco tempo fa, Philip Seymour Hoffman. Con lui ho avuto modo di fare un ruolo che non avrei mai fatto altrimenti, con molte sfaccettature e molte particolarità. Ho vinto  anche un  premio, perché era semplicemente  un genio della recitazione.

Ma io dico sempre che il migliore è quello che devo ancora fare!

Io la ringrazio, a nome di tutta la redazione, per il suo prezioso tempo e per la grande lezione che ho personalmente ricevuto. La lascio alle sue bambine augurandole il meglio. 

Sharon Belli  

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