Martina Tiberti

Martina Tiberti

Quando La Passione Si Fonde Con La Professionalità.In scena dal 31 gennaio al 5 febbraio presso il Teatro Trastevere con: Tape#51 – Kerouac

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Stupore, sofferenza, solitudine, ignoranza paura: solo il fondersi in un libero scambio di sentimenti può dare origine ad opere magne, degne di essere ricordate, a romanzi a romanzi autentici di scrittura vera. Questo è  Tape#51, Kerouac che debutterà al Teatro Trastevere di Roma il prossimo 31 gennaio, in prima assoluta; un interessante spettacolo della compagnia Un rigo sì e un rigo no, scritto da Martina Tiberti e diretto da Raffaele Balzano. La storia di due giovani che si chiudono in casa per un esperimento letterario indotto da vino e marijuana in un flusso di pensieri che porta a scambi di battute vivaci, doppi sensi e confessioni che fino a quel momento non sembravano necessari.

La Redazione di UnforldingRoma Magazine ha avuto il piacere di intervistare Martina Tiberti apprezzandone professionalità e passione.

Come è la vita di una scrittrice ed autrice di testi?

Le mie giornate sono fatte di tante cose diverse. Non riesco a concentrarmi su una cosa sola. Ho bisogno di avere stimoli sempre diversi per non cadere nell’apatia. Quando mi sveglio la mattina mi piace sapere che avrò qualcosa a cui dedicare la giornata, qualcosa che per me ha importanza, come scrivere o studiare sullo strumento qualcosa di nuovo, altrimenti sento di sprecare tempo, mi spengo o mi innervosisco a tal punto da diventare intrattabile. Per il resto ho una vita normalissima. Ho un lavoro part-time e mi divido tra musica, scrittura e vita privata.

Da cosa nasce la spinta a redigere un testo?

Da un richiamo tra esperienza personale e finzione che deve trovare sbocco in una forma che abbia un ini-zio e una fine e soprattutto dal pensiero che quello che non viene raccontato viene perso per sempre. All’inizio è solo un bagliore che attraversa la mente, quando mi accorgo che continuo a pensarci so che si tratta di un’idea che voglio sviluppare.

Cosa è Tape#51, Kerouac in scena?

Prima di tutto Tape#51 è un omaggio a Jack Kerouac. Avevo quindici anni quando ho letto Sulla Strada e ancora oggi, quando ne rileggo alcune pagine, ho la stessa sensazione vivida di libertà e coraggio che ho avuto la prima volta che l’ho letto. Ho studiato Kerouac e i suoi libri, compresi i suoi diari. Credo che le sue opere siano spesso sottovalutate e che la sua fama sia troppo spesso associata ai luoghi comuni che circondano la beat generation. Vorrei che il pubblico imparasse a conoscerlo meglio, per quello che realmente è stato, ossia uno dei più grandi scrittori del ‘900 e che lo faccia allontanandosi dai soliti cliché, come quello che abbia scritto Sulla Strada in una settimana sotto l’effetto della benzedrina. Falsi miti che purtroppo continuo a leggere anche su rubriche culturali di tutto rispetto. Kerouac era un maniaco della scrittura, aveva dei ritmi faticosissimi, scriveva di notte e lavorò a Sulla Strada e ai suoi personaggi per ben tre anni. Ed era un artista dall’umanità commovente e fragile. Tape#51 è il mio tentativo di far conoscere al pubblico un altro Kerouac, di farglielo ascoltare, di farglielo amare, di farglielo vivere, almeno per un’ora.

Da cosa prende ispirazione lo spettacolo?

Prende ispirazione da una rilettura di Visioni di Cody. Ad aprile dello scorso anno ero sul divano, a casa dei miei, e stavo finendo di leggere il capitolo Frisco: il nastro. Ero rimasta affascinata dal fatto che fossero conversazioni vere, perché realmente registrate da Kerouac così come erano. Ho scritto a Raffaele Balzano e gli ho detto che mi sarebbe piaciuto scrivere uno spettacolo su Kerouac e che avrei voluto che lui facesse la parte di Neal Cassady. E così è stato.

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Nello spettacolo i due protagonisti, per liberare i loro pensieri, fanno uso di alcool e droga; quale pensa sia il freno più grande che impedisce ad un artista di liberare la propria essenza?

Il giudizio degli altri e la voglia di piacere a tutti i costi. Credo che l’artista, scrittore o musicista che sia, abbia il compito di combattere il pensiero stereotipato e incitare le persone a ribellarsi all’inerzia in cui vengono cullate da routine lavorativa e media. Questo in via astratta. Nel concreto credo che in Italia il freno più grande sia che la maggior parte delle persone non consideri la musica o la scrittura un mestiere. E per questo, a volte, l’unico modo per sopravvivere in questi settori è accondiscendere a dei gusti condivisi.

Lei si è mai sentita oppressa da forze esterne o da singoli individui nella realizzazione dei suoi scritti?

Da singoli individui mai, da fantasmi del passato spesso. Specialmente nella fase iniziale della scrittura ho sempre una vocina scredidante dietro le spalle. Credo che ognuno abbia poi i suoi personali tabù, quelle cose di cui non si riesce a parlare liberamente, è naturale, sono i muri dei nostri condizionamenti familiari e sociali e sono proprio quelli che gli scrittori della beat generation volevano superare.

Come si è formata la compagnia “Un rigo sì e un rigo no”?

La compagnia nasce da un’idea di Raffaele Balzano. Successivamente io mi sono aggiunta in modo molto naturale. Raffaele ha letto dei miei racconti, gli sono piaciuti molto e mi ha chiesto di scrivere qualcosa per il teatro. Così è nata la mia prima drammaturgia: Con la bocca piena di spille. La cosa bella di Un rigo sì un rigo no è che è un collettivo basato sull’amicizia, la stima reciproca e l’entusiasmo. E questa secondo me è la sua forza.

Lei è anche una musicista oltre che scrittrice ed autrice; questa sua ecletticità che valore aggiunge ai suoi spettacoli?

C’è una relazione di scambio costante tra la scrittura e la musica. Quando ascolto un brano che mi piace non posso fare a meno di visualizzare una storia e quando rileggo le cose che scrivo mi viene spontaneo immaginare una colonna sonora che accompagni le scene. Nel caso di Con la bocca piena di spille ho arrangiato io alcuni brani registrando contrabbasso e voce. Il fatto di aggiungere proprie musiche a qualcosa che hai scritto accresce il senso originale che le volevi dare.

Se dovesse assimilare Tape#51 ad una canzone, a cosa lo accosterebbe?

A “The Gispsy di Charlie Parker”. Ci sento tutto il contrasto tra l’anima vagabonda di Neal e la melanconia di Jack. E il presentimento della loro separazione, che ognuno andrà per la sua strada e che alla fine non finirà poi così bene... per entrambi.

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Cosa sente abbia maggiormente influenzato la sua formazione artistica?

La musica, in particolare l’ascolto da adolescente di dischi come “Raw Power” degli “Stooges”, “Marquee Moon” dei “Television”, “Electric Warrior” dei “T. Rex” e “Love It to Death” di “Alice Cooper”. Sono dischi che ti insegnano ad avere cura del tuo spirito libero, qualsiasi cosa ti succeda intorno. E poi alcune esperienze personali. Lo studio ti aiuta a trovare una forma ma di certo non ti fa capire cosa vuoi diventare. É quello che ti succede a cambiarti e ha suggerirti una direzione o il tuo modo di crescere. Per la musica e la scrittura la leva iniziale sono stati i miei genitori: mia madre che mi ha insegnato a leggere e a scrivere a cinque anni e mio padre che non mi censurava i suoi ascolti hard-rock (Pink Floyd e Deep Purple soprattutto). Non lì ringrazierò mai abbastanza per questo.

Per il futuro avere già in programma nuove rappresentazioni?

Certo, e ne stiamo già parlando! La cosa bella di lavorare con Raffaele è il fatto di amare lo stesso tipo di tematiche. Anche se le divergenze ci sono (e guai se così non fosse) siamo sempre entusiasti delle idee che vengono all’uno o all’altra.

Ilenia Maria Melis

Tape#51, Kerouac

Teatro Trastevere

via Jacopa de Settesoli, 3 - 00153 Roma

www.teatrotrastevere.it

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