Vesna Pavan

Vesna Pavan

Il colore è un inno alla vita e bisogna portargli rispetto.

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Una donna forte, audace, consapevole e dai colori sgargianti è quella rappresentata dall’artista Vesna Pavan. Una figura su cui la pittrice e art designer di origini friulane non pretende di avere risposte, ma che indaga fin dalla prima mostra del 1992. Ora vive a Milano ed ha all’attivo numerosi progetti in tutto il mondo. Le sue opere sono state acclamate dalla critica (segnaliamo l’entusiasmo di Vittorio Sgarbi) che ha particolarmente apprezzato la riflessione sul colore tanto da coniare il termine “cromatismo pavaniano” per descrivere l’unicità della sua scelta.

Di ritorno dalla recente mostra in Sicilia dove ha presentato i cicli Plexiglam, una serie di opere su plexiglass che divide e sovrappone la figura a strati rivelandone la complessità, e Skin, ci parla di sé e del suo lavoro, della sperimentazione su materiali differenti come la serie di magliette T-SHART e dell’impegno contro la violenza sulle donne.

Benvenuta su UnfoldingRoma e grazie per aver accettato l’intervista.

Iniziamo con una domanda difficile. Sei un’artista di fama internazionale, seguita con attenzione dalla critica per l’approccio originale con la materialità dell’opera, con il colore e per la riflessione sulla figura femminile. Cosa è cambiato in te come artista dalla prima mostra ad oggi? Normalmente leggiamo il punto di vista della critica. Invece Vesna Pavan come si descriverebbe oggi?

Innanzitutto grazie a voi per il vostro tempo. Il tempo è il punto sul quale concentrerò la mia risposta. L’artista ha un rapporto molto particolare con il tempo che per lui non esiste. Per un artista è importante l’evoluzione interiore, il non accontentarsi ma ambire alla perfezione nella tecnica e nella forma. Questo si può ottenere solo con un grande senso critico ed un'impeccabile onestà artistica.

Dalla prima mostra non è cambiato molto se osserviamo il lato espressivo. Ovviamente con più possibilità economiche si possono aggiungere effetti speciali, ottenere location alla moda, ma non cambia il coraggio di mettersi in gioco. È sempre emozionante mettere in mostra il proprio percorso evolutivo e ricevere i feedback.

Sei tornata da poco da Palermo dove hai partecipato alla MeArt, 1° biennale Internazionale del Mediterraneo dove hai presentato i cicli Skin e Plexiglam. Come è stata questa esperienza?

L’esperienza palermitana è sempre meravigliosa, non solo per la bellezza della città, ma anche per il calore, l’interesse e l’apertura che i suoi abitanti dimostrano nei confronti dell’arte. La nuova collezione Plaxiglam ha suscitato una profonda riflessione nei visitatori, grazie anche all’estetica e al design, che hanno reso loro possibile una visione introspettiva delle opere. È stato magico vedere come il visitatore è riuscito a capire e a riconoscere spontaneamente la filosofia che accomuna i due cicli Skin e Plexiglam

A Palermo hai presentato anche la serie Skin, un gruppo di opere dove il supporto al colore non c’è: il colore si estende come una macchia che cola direttamente all’interno della cornice includendo così la propria ombra. Come è nato questo progetto?

Ogni mio progetto nasce da un’esigenza interiore e dall’amore per il colore. La sensazione primaria che ha reso possibile la nascita del ciclo Skin è stata quella di voler restituire al colore la libertà, rendendolo protagonista, dandogli un corpo solido e uno spazio tridimensionale entro il quale si può interagire. È una sintesi del corpo umano; lo smalto diviene la pelle che ha la sua funzione estetica e di comunicazione, il colore è la purezza di un’identità, il vuoto, la crescita, l’evoluzione, l’ombra e il lato intimo, silenzioso testimone dello spazio tridimensionale.

Il ciclo Skin è stato presentato alla stampa per la prima volta nel 2014, presso la Fondazione di Gianni Maimeri a Milano, dal noto critico d’arte contemporanea Luca Beatrice

È molto evidente una ricerca attenta sul colore. Scegli spesso colori puri, sgargianti e brillanti. Perché questa scelta?

Il colore è un inno alla vita e bisogna portargli rispetto. Per me la purezza del colore è fondamentale, nella mia teoria sull’utilizzo consapevole dei colori puri, chiamato Cromatismo Pavaniano, attraverso l’equilibrio li faccio dialogare. Non è stata una scelta dettata dalla mera conoscenza dell'utilizzo del colore, ma più dal mio dono di sentire la loro voce, in senso metaforico intendiamoci. Spesso quando si parla di sfumature lo sguardo si appoggia sullo stile accademico, nel mio caso la sfumatura viene data dalla risonanza creata dai colori. Intendo ed interpreto la sfumatura come se fosse una voce, a volte dai toni alti, altre volte bassa, altre volte ruvida. I colori parlano alla nostra anima e si sintonizzano con il nostro corpo.

Per descrivere lo stile che hai utilizzato nei cicli Fusion e Fusion Vogue è stato usato il termine foto-pittorico. Cosa ti ha spinta a mixare insieme questi media, a lungo nemici nella storia dell’arte passata?

Assolutamente non concordo nel dire che i media sopra citati siano mai stati nemici. Ogni invenzione tecnologica è stata sempre in qualche modo inglobata e/o messa a servizio dell’espressione artistica, fino ad arrivare oggi ad utilizzare tutto al fine espressivo. Nei miei cicli Fusion e Fusion Vogue ho pettinato, truccato, vestito e fotografato le mie modelle. Anche la Fotografia fa parte delle Arti. Trovo sia magnifico catturare l’attimo che desideri, vestire di luce i corpi ed esaltarli infine con il colore. Il colore come elemento fisico è da sempre entrato nella fotografia, basti pensare al restauro a mano delle pellicole. Oggi ci sono altri strumenti digitali in grado di ricreare qualsiasi cosa dal nulla. Trovo che questi strumenti siano molto utili. La tecnologia è fantastica. L’artista usa i mezzi del suo presente, questo segna le epoche dell’Arte.

La serie Orient subisce il fascino dell’Estremo Oriente, tradotto in un’elegante linearismo. Cosa ti ha spinta ad avvicinarti all'arte orientale?

Adoro la semplicità, la pulizia nelle linee. Questo accomuna il ciclo Orient con l’Arte Nipponica. È un altro modo di ritrarre e di indagare la geometria nella sua forma più primitiva. In questo ciclo, non ancora concluso, sto sperimentando con notevole successo la risonanza che viene a crearsi tra il rosso e l’azzurro.

Non hai utilizzato solo tele, ma hai creato una serie di oggetti di design. È molto diverso lavorare con un supporto come la ceramica o la stoffa?

Ho lavorato su molti materiali nel tempo. Rendere artistici oggetti di uso comune è un’esperienza straordinaria. È sempre bello ed emozionante sapere che le mie creazioni vengono elevate a protagoniste negli uffici, nelle case e, di conseguenza, nella vita quotidiana di molte persone. Fondere l’estetica con il funzionale, dall’oggettistica all’abbigliamento, per me è assolutamente appagante.

Tra questi hai realizzato la serie T-SHART, una vera e propria fusione di arte e moda in una linea di magliette pittoriche. Potremmo definirle un’opera d’arte da indossare?

Assolutamente sì, è un’opera d’arte alla portata di tutti. Ogni maglietta deriva da un mio quadro esistente, ogni capo viene studiato da me personalmente. Parlando di magliette c’è chi ha deciso di metterle in cornice e chi ha deciso di indossarle. Io personalmente le indosso, anche se trovo molto carina e divertente l’idea di vederle incorniciate. Non darò mai per scontato il sorriso di chi indossa i miei capi. Donare un sorriso attraverso l’arte è la soddisfazione più grande.

Nelle tue opere è centrale la figura della donna che indaghi e interroghi in modi diversi. Come vedi la figura femminile e il suo rapporto con i mezzi comunicativi di oggi?

Non ho ancora tutte le risposte, ma so cosa voglio comunicare e quale sarà il fine ultimo della mia personale indagine sulla figura femminile. Il mio lavoro è un dialogo aperto a 360° per far aprire gli occhi sia alle donne che agli uomini. Da sempre la figura femminile è stata utilizzata per dettare i canoni estetici. Dalle rotondità generosissime delle prime veneri alle silfidi del secolo scorso ci sono nel mezzo un’infinità di icone estetiche. Ancora oggi ci sono donne che devono ingrassare obbligatoriamente per essere attraenti, altre che si affamano fino a morire per lo stesso obiettivo. Quello che voglio promuovere è la salute, non solo nel corpo ma soprattutto nello spirito. Per questo penso che bisognerebbe educare le nuove generazioni affinché capiscano che ciò che si vede nei media non è veritiero. Proporrei degli incontri nelle scuole per far vedere ai bambini che le immagini perfette e patinate delle riviste sono il risultato di un lavoro di foto-ritocco digitale e non rappresentano la realtà.

Quanto la donna che dipingi ti rappresenta?

Quando dipingo, fotografo, sintetizzo, colgo delle parti di me. Mi conosco e mi riconosco nel prossimo.

Quali sono le tue figure di riferimento e gli artisti che ami di più?

Ne ho diversi, ne cito alcuni. Nella mia infanzia i miei miti erano Michelangelo, Botticelli e Leonardo da Vinci. Nella preadolescenza ammiravo Tamara de Lempicka, Kandinskij, Dalì, Andy Warhol e Keith Haring. In età adolescenziale ho apprezzato Magritte, Escher, Picasso, Mirò, Klimt, Gaudì e Matisse. Da adulta ho scoperto Ghada Amer, Enzo Fiore, Isgrò, Licata, Martini... E poi, a seconda dello stato d’animo nel quale mi trovo, mi capita di immaginare di avere un dialogo, come fossi in un confessionale, con qualche artista del secolo scorso. Ad oggi farei prima a dire quali non sono entrati in sintonia con me. Ogni giorno scopro artisti meritevoli.

So che sei impegnata in molte cause sociali in particolar modo legate ai casi di violenza sulle donne, un tema di attualità che invade la cronaca. Ce ne parli?

Le statistiche purtroppo parlano da sole. Spesso i casi di cronaca occupano il tempo di uno spot pubblicitario e vengono sfruttati per fare audience. Poi ci si dimentica delle vittime e si passa ad un nuovo caso. Quello che emerge, nella maggior parte dei casi di cronaca è l’impunità del colpevole che, se è punito, lo è in modo ridicolo. Molte tragedie si sarebbero potute evitare se solo gli organi competenti avessero dato il giusto peso ad alcune segnalazioni. La denuncia deve essere presa sul serio e, fatte le opportune verifiche, è necessario mettere la denunciante in condizioni di essere protetta da subito. Io porto avanti alcuni progetti per sensibilizzare sul tema della violenza di genere e raccogliere fondi per offrire un aiuto a chi ha subito deturpazioni da acido.

Lo scorso 25 novembre ho creato presso lo Spazio M7 di Milano una mostra multimediale dal titolo Fermo Immagine, composta da foto e video tratte dai telegiornali per mostrare ciò che ai più era sfuggito. Il risultato è stato straordinario. Mi è stato detto da alcuni visitatori che, pur conoscendo alcuni casi di cronaca, non li avevano visti con la dovuta attenzione. Anch’io, nonostante avessi raccolto per 2 anni le immagini e le avessi selezionate, ne sono uscita molto provata.

Nel 2014 ho creato e proposto al Rotary Club di Certosa di Pavia, distretto 2050, il progetto Red&Fuchsia, con l'obiettivo di raccogliere i fondi, attraverso aste d’arte interne, per sostenere le spese degli interventi chirurgici, delle medicazioni e del supporto psicologico per le vittime di deturpazioni da acido, soprattutto per quelle che vivono nei paesi dove non c'è la possibilità di un'effettiva guarigione e dove questi atti mostruosi vengono promossi dalle stesse famiglie.

Successivamente l'iniziativa è stata accolta dal Rotary International, hanno aderito i club di 24 paesi, dall'Italia all'India.

Puoi darci qualche anticipazione sui tuoi prossimi impegni? Cosa bolle in pentola?

Ci sono tanti progetti, li dico per punti:

Promuovere insieme al Rotary il Progetto Red&Fuchsia.

Creare informazione nelle scuole sulla differenza tra immagine reale e fittizia.

Creare dei laboratori con le maestre e/o i professori che insegnano le discipline artistiche per promuovere un uso più spontaneo dei colori nella comunicazione.

Sto ampliando il ciclo Skin e creando una nuova collezione dal titolo Galaxy.

Non posso dire altro per ora, ci saranno delle belle sorprese.

Michele Cella

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