LePuc - Io Secondo Woody

LePuc - Io Secondo Woody

La recensione di Unfolding Roma

stampa articolo Scarica pdf

Io, secondo Woody sembra lo specchio di una generazione, un racconto dei sogni e delle aspirazioni di giovani che non hanno ancora un vero e proprio posto nel mondo. Ecco quindi che tra viaggi, immaginazione fanciullesca e goffe sperimentazioni i protagonisti delle storie di LePuc escono da un cappello e si svelano grazie alla voce di uno di loro. Come rivela anche il titolo, il primo album di Giacomo Palombino, in arte LePuc, è uno specchio del suo creatore: una raccolta di pensieri cantata da un viaggiatore che a piedi cammina per le strade d’Europa.

Non si tratta solo di un espediente: il giovane cantautore napoletano, dopo una laurea in giurisprudenza, inizia a cantare tra le strade della Spagna. Nell’ultimo anno ha suonato i suoi brani nei locali e nelle strade di mezza Europa e ora ci offre il suo primo disco registrato nelle sale di Sanità Music Studio per Apogeo Records. Gli arrangiamenti si ispirano alla tradizione della musica italiana d’autore e sono stati curati dai musicisti che troviamo nell’album: Giacomo Palombino, Luciano Cicero (basso), Tiziano Cicero (batteria e timbales), Salvatore Carlino (congas), Enrico Valanzuolo (tromba), Francesco Fabiani (chitarra).

Il risultato è un emozionante mix che fa venire voglia di viaggiare e di vivere ogni momento dell’esistenza.

L’album si apre con le presentazioni: il primo brano Guarda che so fare è una dichiarazione delle abilità di un sognatore un po’ colpevole agli occhi del mondo perché immagina e gioca tra le piccole difficoltà di ogni giorno; una dichiarazione al contrario, in cui si susseguono una serie di goffi tentativi e di scuse per cercare “un’altra faccia da indossare”. Una scelta ironica e sentita che ci presenta chi è LePuc e il suo amore per la musica, vero e proprio motivo di vita.

Seguono all’esordio una serie di storie. La prima è Camilla non ci ucciderà il racconto di una studentessa fuorisede che vive gli amori, le emozioni e le delusioni tipiche della sue età e anche se sembra pronta ad uccidere si sveglierà con il sorriso di sempre. La goccia di pioggia è invece una storia di tutti e nessuno, chi litiga con la madre, chi si rovescia il caffè sui pantaloni, chi ogni anno non sa cosa fare a capodanno… insomma un inno alla vita che ci scivola sotto il cappotto come una goccia di pioggia. Nasce invece a quattro mani Il bastone, racconto delle vite incrociate di tutte quelle persone che lo hanno usato. I suoni spagnoleggianti, magici, vorticosi nascono dalla collaborazione con il cantautore napoletano Roberto Ormanni. Il bastone non è solo il simbolo del viaggio, ma del percorso della vita e ci ricorda di continuare a camminare sempre e comunque anche se zoppichiamo tra Parigi, Berlino, l’Olanda, Roma perché «l’importante è camminare». Il percorso torna indietro nel tempo e ricorda l’infanzia e la forza della fantasia di un bambino armato solo de Il cappello del pirata. La chitarra classica e l’armonica ricordano dolcemente la forza della fantasia e un mondo precluso agli adulti. La voce melodica di Federica Vezzo, cantautrice dei Federa e cuscini, regala alla ballata Bicchieri di carta l’intensità della fine di un amore. Cartoline, poi, canta tutte quelle persone comuni a cui nessuno dedica nulla perché piccole e normali, coloro che silenziosamente si sacrificano e si impegnano ogni giorno senza mete ambiziose come chi fa lavori noiosi, chi si prodiga per i figli, gli insicuri, i profughi. Quasi un clichè il tema de I baci d’estate dedicata agli amori fugaci, qualcosa che hanno vissuto tutti in estate. I ritmi afro-cubani si mescolano alla canzone d’autore all’italiana, una miscela tutta estiva. Chi di noi, poi, non ha avuto un amico come Fausto? Il mio amico Fausto descrive quell’amico rompiscatole che si lamenta sempre rovesciandoci addosso tutti i suoi problemi. La canzone più politica del disco è Mario l’autobiografia di un benzinaio quarantenne che non ha realizzato i suoi sogni e osserva dall’esterno le persone del suo tempo e dice chiaramente quello che pensa. Il ritmo jazz accomuna a Woody Allen il giovane cantautore. Cambia strumenti (piano e voce) l’ultimo brano, ma non il metodo: un flusso di coscienza sui luoghi comuni che ci portiamo dietro sin da bambini.

È una tavolozza di umanità Io secondo Woody riversata in parole che si incrociano non in sequenza logica e che ci regalano una fotografia del presente, un inno alle piccole cose e a chi non ha certezze nella vita. Di sicuro sappiamo una cosa dell’immaginifico e vagante LePuc: il suo album è da non perdere. Non ci resta che augurargli, per usare le sue parole, di continuare a camminare.

Michele Cella

© Riproduzione riservata