Lazio Milan 24/1/2015

Con l'Aquila sul petto

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Ero piccolo la prima volta che vidi i miei beniamini con l'aquila sul petto. Quella squadra conquistò la serie A, per me era la prima volta. Era la stagione 1982-83. L'Estate precedente l'Italia era diventata campione del mondo per la terza volta. La promozione in serie A fu per me la conferma che il calcio poteva regalarmi emozioni uniche, che una palla, quando rotola, può finire ovunque.
Avevo qualche anno in più ed ero  già al secondo anno di abbonamento quando, nella stagione 1986-87, i miei occhi ed il mio cuore incrociarono di nuovo l'aquila sul petto. Fu una stagione memorabile, storica per ogni laziale. La Lazio stava per affrontare l'ennesimo campionato di serie b con 9 punti di penalizzazione. Io c'ero. Abbonato in distinti nord. Andavo allo stadio da solo. Avevo tredici anni e ancora non sapevo che avrei assistito ad una stagione che si sarebbe risolta col gol di Fiorini e gli spareggi di Napoli.
Sabato scorso è successo di nuovo, per la terza volta. Ho 41 anni, sono diventato padre da pochi mesi e quell'aquila si è andata a posare di nuovo sulle maglie dei miei beniamini. Ed è stata una serata piena di emozioni, un tuffo in un passato di cose e persone che non ci sono più.
I miei occhi sono gli stessi di 30 anni fa e hanno messo a fuoco solo quella maglia: ad indossarla, Sabato sera, non c'erano i Parolo, i Klose od i Candreva, ma i profili di undici giocatori tutti uguali, tutti grandi, tutti determinati, tutti con la bava alla bocca. Poteva trattarsi di Acerbis, Podavini, Fiorini o Giordano: era quell'aquila che risaltava ai miei occhi e lo spirito battagliero che quella conferiva agli undici giocatori. La grinta di Parolo che dopo il goal del pareggio porta con rabbia la palla sul dischetto del centrocampo era la stessa di quella con cui un Bruno Giordano scagliava saette nelle porte avversarie, la rabbia e l'unione della squadra nel difendere capitan Mauri dalle grinfie di un isterico Mexes ricordava la rabbia con cui un certo Elia Acerbis interveniva a regolare i conti con gli avversari. Sabato sera io sono tornato bambino.
Questa maglia possiede qualcosa di magico. E' capace di infondere coraggio e furore agonistico superiori ai giocatori: la determinazione, la sicurezza e la voglia di vincere di sabato sera non l'avevamo ancora visti quest'anno. E' capace di chiamare in adunata un popolo intero, di convincerlo che con lei sul petto dei giocatori sta per accadere qualcosa di epico. Come nel passato. E via alla ricerca nei negozi della città. Niente, esaurite le prime scorte, bisognerà aspettare qualche giorno. Non accadeva neanche con le maglie dell'era cragnottiana, quando la Lazio vinceva tutto.
L'appuntamento di Sabato sera è stata la svolta. I giocatori hanno capito cosa si prova ad indossare quella maglia. Hanno sperimentato sulla loro pelle quello che può trasmettere, a loro ed ai tifosi accorsi allo stadio. E l'hanno carpito negli occhi degli  uomini che l'hanno indossata nel passato, presenti allo stadio per onorare stagioni indimenticabili trascorse a giocare con il caldo abbraccio dell'aquila. Dopo trenta anni sotto la curva ancora con gli occhi lucidi e la pelle d'oca.
La vittoria di Sabato era il giusto modo di onorare la maglia, questa maglia, e di capire che questa stagione, come le altre due dove è stata utilizzata, resterà impressa nei cuori del popolo biancoceleste.
Vola Lazio, vola.


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