Liliana Segre E L'importanza Di Non Dimenticare

Liliana Segre E L'importanza Di Non Dimenticare

Deportata ad Auschwitz, è stata nominata senatrice a vita

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Chi scrive, Liliana Segre l’ha conosciuta e ha avuto l’opportunità di sentirla parlare. Affascinato e ammaliato dalle sue parole, me ne stavo lì al Teatro degli Arcimboldi un anno fa, nella giornata della memoria, ad ascoltare quella che pareva l’idea, seppur tragica, per un romanzo, e che invece era la cruda realtà. Dal 1990 Liliana, deportata nel  1944 dal binario 21 della stazione di Milano, dove oggi si erge un museo a imperitura memoria con tanto di riproduzione di quei vagoni piombati su cui lei ha viaggiato per un’intera settimana, racconta a scuole, associazioni e a chi le propone un incontro, di una ragazzina lontana nel tempo, una lupa affamata che altro non voleva che vivere e uscire da quell’inferno di freddo, fumo, fame e solitudine. Liliana è stata nominata senatrice a vita e quale miglior persona poteva meritarselo. In un mondo ancora colmo di negazionisti, Liliana porta con sé la semplice nudità della verità, porta ancora dentro quella ragazzina che era quando le fu impedito di andare a scuola e venne fermata al confine svizzero per essere arrestata, e che oggi non esiste più.

Ha conosciuto Auschwitz Liliana, dopo quaranta giorni a San Vittore a sentire le urla degli altri carcerati che incitavano esseri umani che stavano andando al macello. É stata spogliata e rasata, lavorava in fabbrica e aveva conosciuto una ragazza francese che un giorno, durante una selezione, lei vide andare dalla parte opposta alla sua. Non era un buon segno e dove Liliana è sopravvissuta, l’altra è scomparsa per sempre. Resa così arida e scostante dalla situazione intorno a lei, non si era nemmeno degnata di volgere un ultimo sguardo a quella breve amicizia che l’aveva accompagnata dentro quel tunnel che pareva senza uscita. Era così Liliana, a lei importava solo vivere. E ce la fece. Con il ricordo del suo amato papà, che smise di vedere molto prima, sulla banchina d’arrivo di quel treno che portava verso l’inferno, Liliana snocciolava senza paura e con grande dovizia di particolari quei giorni terribili.

Con Enrico Mentana ha scritto un libro, “La memoria rende liberi”, in cui racconta chi era prima, chi era durante e chi sarebbe stata dopo. Una donna che si è sempre tenuta Primo Levi e i suoi scritti come bussola, una moglie rifiorita che soltanto quarant’anni dopo la fine di tutto ha avuto il coraggio di raccontare, come a molti altri è capitato, impauriti e raggelati dal ripercorrere quei giorni. Una volta divenuta madre e poi nonna, ha sentito l’esigenza di tirare fuori quel passato torbido guardando in faccia i bambini che aveva intorno, per cancellare una volta in più quella parola che sta scritta anche in quel museo al binario 21: indifferenza. Le fanno sorridere i negazionisti, le provoca rammarico sapere che anche gli ultimi sopravvissuti tra un po’ non ci saranno più e nel tempo tutto possa passare nel dimenticatoio. Dignità e coerenza, forza d’animo e indomabile spirito: Liliana è stata segnata dalla tragedia, ma è una delle poche persone che ce l’hanno fatta. E a volte l’animo fa più di ogni altra cosa: il coraggio e la determinazione di vivere hanno la forza di vincere anche il più spietato degli aguzzini.

Stefano Ravaglia 

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