Marina Viola Racconta Papà Beppe

Marina Viola Racconta Papà Beppe

Parla la figlia del grande giornalista sportivo scomparso nel 1982

1367
stampa articolo Scarica pdf

Marina Viola è una mamma coraggio. Stabile a Boston dal 1991 insieme al suo compagno Dan, ha una tribù di tre figli tra cui uno, Luca, affetto da una forma di autismo dalla nascita. Dopo una lunga battaglia, ha compreso di dover accettare quel dono straordinario così come la vita ha deciso. Con qualche sfogo, amaro, violento, più che comprensibile. Marina ha un cognome pesante, portato sempre con grande dignità: d’altronde avendo un padre come Giuseppe, il Beppe Viola, quello che ha raccontato con leggerezza ed umorismo l’Italia pallonara ma non solo, non poteva essere altrimenti.


Marina, ti piace scrivere e a tuo figlio hai dedicato un libro, “Storia del mio bambino perfetto”. Suo padre è sempre stato una persona che sdrammatizzava. Lei, seppur sia alquanto complicato, ogni tanto ci riesce?

Direi che sdrammatizzare è essenziale, a volte l’unica risorsa. Avere un figlio come Luca è impegnativo e a volte difficile, ma anche estremamente gratificante. A volte fa addirittura ridere. Luca sa essere divertente, senza neanche farlo apposta, e spesso è proprio a lui a spezzare la serietà e i momenti di preoccupazione.


E’ vero che, non seguendo il calcio, tu e le tue sorelle non lo guardavate mai in tv e come hai scritto in una prefazione di “Sportivo sarà lei” non capivi se lui faceva il giornalista o il giornalaio?

Assolutamente sì. Mio padre non parlava del suo lavoro con noi, e non solo perché eravamo piccole. Da quando una volta portò mia sorella allo stadio e lei gli chiese: “Ma quello vestito di nero con il fischietto, di che squadra è?”, credo che si fosse dato per vinto. D’altronde, soprattutto allora, il calcio era una cosa da maschi, e lui viveva in una famiglia con ben cinque femmine...


Il legame tra Beppe e Milano era simbiotico. Hai definito Milano una ulteriore mamma. Anche se vivi all'estero, ti è rimasta questo legame tramandato da lui con la città?

Milano è casa. È sorelle, mamma, amici. È ricordi, è scuola media e superiori, è il tram numero 5, le serate con amici a ridere, e con i fidanzati a sbaciucchiarci. Mio padre aveva fatto di Milano il personaggio principale di tutti i suoi racconti, e ci ha insegnato ad amarla. Ricordo le mille volte che ci portava in giro e ce la faceva conoscere: gli piaceva molto via degli Omenoni, quella zona del centro, e ci portava a mangiare la pizza in una pizzeria in piazzetta Liberty, ma mai senza passare in galleria a schiacciare le palle del toro (da bravo scommettitore, era molto superstizioso…). Amava moltissimo la zona in cui sia lui che mia madre sono cresciuti e dove comprarono casa per metter su famiglia. La via Lomellina è per noi il vero centro di Milano. Lo diciamo sempre, io e le mie sorelle: in via Lomellina trovi tutto, dallo spillo al cannone. Trovi anche la storia della nostra famiglia. Non ci sono New York o Boston che tengano: Milano è e sarà sempre casa.

E’ semplice chiederti quale sia il miglior ricordo di Beppe, seppur se ne sia andato che tu avevi solo quindici anni.

I ricordi sono tanti, e purtroppo con il tempo si stanno offuscando. Il ricordo più tenero è quello della domenica mattina, quando ci chiamava per andare nel lettone. Era uno sbaciucchione e un coccolone, e amava le sue bambine, che viziava vergognosamente. Si divertiva a stare con noi e ci faceva sempre ridere. Ci piaceva molto andare in ufficio con lui, anche perché non vedevamo l’ora di prendere la cioccolata dalla macchinetta in fondo al corridoio.


Beppe aveva preso molto dalla sua mamma, Cicchinina, una nonna che non hai mai conosciuto ma che era stata caratterialmente la più influente su di lui, è vero?

Sua mamma morì quando lui aveva diciannove anni, e per lui fu il dolore più grande della vita. Mia nonna Cicchinina la conosco solo attraverso i racconti di mio padre e di sua sorella, mia zia Pupa. Era avanti di una cinquantina d’anni per quanto riguarda l’ironia e era un genio nel dissacrare e sdrammatizzare ogni situazione, anche la più grave. Di storie su di lei ce ne sono duemila, e fanno tutte molto ridere. Suo marito, mio nonno Mario, si era trasferito in Venezuela e li andava a trovare solo quando poteva. Fu quindi solo lei a tirare su i suoi due ragazzi, e lo fece in modo magistrale, con poche regole ma con un senso dell’onestà e del dovere ormai rari. È stata amata da tutti. Il mio sogno di sempre è quello di poterla conoscere.


Ritengo che al giorno d’oggi personaggi come lui siano completamente scomparsi dalla circolazione. Il calcio e la gente in generale non sanno più prendersi poco sul serio. Sei d’accordo? Esiste rimedio?

Credo che ogni epoca abbia i propri personaggi, che vengono influenzati da quello che succede attorno a loro. Credo anche che fosse la curiosità, mista a una facilità straordinaria di raccontarla, il vero segreto di mio padre.E sono convinta che di persone curiose e brave ce ne saranno sempre. Con il tempo è cambiato indubbiamente anche il modo di raccontare e di ridere, per cui adesso ce ne sono altri, di personaggi che sanno farlo. Senza togliere nulla a mio padre, penso che fosse nato in un periodo particolarmente fertile, in cui c’erano tante cose da fare e tante persone in sintonia, che si incontravano al bar e per gioco hanno inventato un linguaggio, un modo di lavorare. Con lui sono nati Jannacci, Cochi e Renato, Dario Fo e un gruppo di persone che sono riuscite, insieme, a creare uno stile. Ce ne saranno altrettanti, immagino. Per il calcio, come dicevo prima, non saprei proprio commentare.

Ti voglio girare una domanda che tuo padre fece a Gianni Rivera, nella celebre intervista fatta su un tram per le vie di Milano. C'è ancora qualcuno che si occupa di quelli che prendono il tram?

Rispondo come rispose Rivera: ci sarà sempre qualcuno che se ne occupa, perché la gente che prende il tram è la gente comune, è il tessuto della società, quella normale. Ed è anche quella che regala più ispirazioni a chi vuole parlare di cose vere, che toccano tutti. E come Rivera, dico che i giocatori, gli sportivi in generale, sono quelli che forse se ne occupano di più.


Porti avanti in parte l'attività di tuo papà, perché anche a te piace scrivere, conservi un blog e hai diverse collaborazioni in atto, oltre che una laurea in sociologia. Cosa metti di tuo padre in ogni giorno della tua vita oggi?

Di mio padre metto il colesterolo e la pressioni alti, sempre e comunque, e forse la voglia di raccontare delle cose senza menarsela più di tanto. Ho una foto di lui in camera mia a cui parlo spesso, chiedo consigli e pongo domande. E lui è sempre lì, che mi guarda e un po’ gli viene da ridere.

Stefano Ravaglia 

© Riproduzione riservata