Pathos E Colpi Di Scena Nel Thriller Di Fabio Manelli

Pathos E Colpi Di Scena Nel Thriller Di Fabio Manelli

Il giovane scrittore emiliano in libreria con "L'odio"

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La produzione letteraria nel nostro paese è alquanto superiore alla voglia e all'inclinazione del pubblico di aprire un libro, ahinoi. E' un grande peccato, perché ci sono storie per tutti i gusti buttate giù da giovani esordienti o semi-tali che impiegano settimane per dare alla luce una narrazione, che buttano il cuore oltre l'ostacolo e le notti insonni per dare colore, voce e dimensione a una storia che sentono di avere dentro e di dover raccontare. Nulla di più adrenalinico di un thriller poi, potrebbe incollare il lettore alle pagine e avere un effetto calamita alquanto fatale. Bando alle ciance: un autore valido, di un thriller altrettanto valido, dal titolo eloquente, "L'odio" (Eclissi Editore) ha parlato per Unfolding svelandone la genesi. Fabio Manelli, emiliano, è uno di quegli scrittori italiani di talento, con le idee chiarissime sul suo presente e anche sul futuro.

C’è stata una particolare situazione o intuizione che ti ha portato a scrivere questo libro?

È “L’odio” che si è presentato a me. Avevo tra le mani la prima copia de “L’odore del sangue”, un romanzo ambientato in spazi aperti, in diverse città. E mi è venuto un pensiero: come sarebbe stato invece un romanzo diametralmente opposto? Sviluppato in uno spazio chiuso, angusto, buio? Era una sfida con me stesso. Ecco, quello è stato il momento esatto in cui è nato “l’odio”.

Sei molto appassionato di casi di cronaca e ti documenti spesso. Da dove nasce questa tua inclinazione?

È colpa di mia madre. Quando avevo sei anni mi regalò una collezione di audiolibri di storie popolari di tutto il mondo. Le ascoltavo a ripetizione, ogni sera. La cosa che mi colpiva di più di quelle storie era il lato grottesco: streghe che mettevano bambini nei forni, genitori che abbandonavano figli nel bosco, sorellastre che si recidevano gli alluci per calzare fantomatiche scarpette di cristallo. Mi sono appassionato ai film e ai libri dell’orrore e di fantascienza. Mi piacevano i mostri, le creature fantastiche e terribili. In età più matura ho capito una grande realtà: I mostri veri, quelli più spaventosi, sono fatti di carne e ossa. Ho letto di Bundy, Gacy, Brudos, Dahmer, Manson, CIckatilo, Holmes. Ho capito che quello era il mondo che volevo conoscere e di cui volevo narrare.

Da dove deriva, a tuo parere, la follia che ritroviamo anche sul tuo libro e che è lo specchio della realtà, stando a guardare gli assurdi casi di cronaca che ascoltiamo ogni giorno?

L’odio è solo la forma aggressiva della paura. Paura di soffrire, di perdere, di non essere all’altezza. E non c’è niente di più pericoloso di un uomo che ha paura.

Quanti ispettori Wallace esistono oggi e in quanti si voltano dall’altra parte insabbiando una cattiva azione come succede sostanzialmente a un protagonista del tuo libro?

Bella domanda. Credo che la vita reale sia ben più difficile che quella dei libri gialli. Un agente di polizia, per quanto si impegni e faccia anche di più di quanto gli è richiesto, si troverà sempre a scontrarsi con le procedure, con i regolamenti obsoleti e con i limiti economici del sistema giudiziario.

Solitamente, nella stesura di un thriller, si crea un crescendo emozionale che porta il lettore ad avere molte aspettative sul finale. Riesci a gestire questo passaggio?

CI riesco? Credo debbano essere i lettori a dirlo. La suspense, la voglia di sapere, la crescita dell’attenzione in un libro giallo (o noir) sono tutto. Io scrivo i miei libri partendo dalla fine, proprio per questo motivo. Se crei un bel finale e pianifichi con minuzia le strade che porteranno il lettore a quel punto tutto verrà da se, in modo naturale, fluido.

Quali sono le tue abitudini di scrittura? Sei un animale notturno o riesci a gestire il tempo in modo abbastanza soddisfacente?

A me piace il buio. Scrivere la notte, quando il mondo si ferma. In quei momenti le parole mi sembrano più vere, più corpose. Certo posso scrivere anche di giorno, se non posso fare altrimenti. Ma se mi è dato scegliere, sceglierò sempre l’oscurità.

Quali altri progetti hai in cantiere?

Sto ultimando il mio terzo e più complesso romanzo, sono alle battute finali. In parallelo, entro la prima metà dell’anno, uscirà anche un romanzo collettivo nato da una mia idea e che racchiude i racconti di una dozzina di scrittori. Sarà un anno impegnativo, ma non mi lamento: è questo che voglio fare.

Stefano Ravaglia 

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