Rocco Mondello

Rocco Mondello

Psicoterapeuta e autore del libro "I doni di Neqà"

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Rocco Mondello, psicoterapeuta con approccio sistemico-relazionale si occupa principalmente di terapia familiare, individuale e di coppia. Nella sua carriera ha collaborato attivamente con Cooperative del territorio romano per cui ha realizzato corsi di formazione, progetti educativi e si è occupato attivamente della supervisione degli operatori sociali dei servizi attivati.

Ad UnfoldingRoma presenta il suo libro “I doni di Neqà” per Armando Editore, il cui tema è, come lui stesso la definisce, la difficoltà al distacco.

Con questa breve intervista introduce il potenziale lettore, sia esso occasionale o cultore della materia, ad un tema di chiara delicatezza, spiegando con precisione le origini e le motivazioni di tale fenomeno.

Su UnfoldingRoma è presente la recensione al libro del dott. Mondello, “I doni di Neqà”.

Buongiorno Dott. Mondello

“I doni di Neqà” è un libro sul distacco: quando matura la necessità di sviluppare un libro su questo tema?

Io credo che quando parliamo di distacco non riusciamo a definire questo sentimento se non attraverso la comprensione del suo contrario e cioè l’attaccamento che è una condizione umana bio psichica che, come diceva Bowlby, il maggiore teorico di questo paradigma, è presente sin dalla nascita e si esplica attraverso il primato dei legami affettivi intimi con le figure di attaccamento. Tutto questo per dire che il distacco è sicuramente l’altra faccia di una luna molto complessa e che investe tutte le fere della nostra esistenza, a partire dalla nostra nascita. 

“I Doni di Neqà” nasce dalla necessità di potere raccontare questa esperienza umana, quella della separazione per l’appunto, da un punto di vista positivo e non negativo, valorizzandone gli aspetti di immissione ad un’altra dimensione umana che è quella dell’individuazione. Sono fortunato perché il mio lavoro mi offre costantemente la possibilità di vedere questo fenomeno tanto da potere affermare che la terapia stessa è un’esperienza emozionale che si colloca, nel momento della chiusura, come correttiva rispetto alla negatività che in genere si sperimenta nei momenti di separazione.

Oggi nella nostra società, l’incapacità al distacco sia esso legato agli affetti, a luoghi od oggetti, è un problema rispetto al passato?

Più che incapacità al distacco, preferisco ragionare in termini di difficoltà al distacco che se vogliamo non è essa stessa necessariamente una condizione di negatività, quanto piuttosto una dimensione tensiva che a volte può deporre per una risoluzione positiva dell’intero processo del distacco. Penso che questa difficoltà è sempre da ricercare nel tipo di attaccamento che abbiamo sperimentato nei primi anni di vita. Mary Ainsworth, ha potuto distinguere quattro Schemi:

- Attaccamento Sicuro: fiducia nella disponibilità e nella comprensione da parte del genitore;

- Attaccamento con Resistenza Angosciosa: evidente paura dell'abbandono e angoscia nei casi di separazione, Proviene da genitori a tratti disponibili ma che minacciano spesso l'abbandono;

- Attaccamento con Evitamento Angoscioso: autosufficienza emotiva e relazionare del bambino che evita il contatto. Questo schema è il frutto di rifiuti ripetuti da parte del genitore;

- Attaccamento Disorientato e/o Disorganizzato: forme disorganizzate o disorientate degli schemi precedenti, frutto di genitori abusanti o fortemente trascuranti.

Quello che possiamo dire è che sicuramente i cambiamenti culturali, sociali ed economici possono deporre per il prevalere di uno schema su un altro e in questo modo delineare dei tratti prevalenti di difficoltà al distacco ma anche di capacità al distacco se vogliamo anche essere un po’ ottimisti.

E se c’è da cosa nasce? Quali sono stati i cambiamenti culturali e/o sociali che hanno prodotto tale difficoltà?

Penso che la difficoltà al distacco che viviamo in questo particolare momento storico, culturale e sociale non sia né maggiore né minore rispetto ad altri momenti storici, sociali e culturali. Quello che penso che oggi sia diverso sono la consapevolezza e la conoscenza di certi processi emotivi e cognitivi.

La difficoltà al distacco, in questa fase, sembra essere caratterizzata dalla difficoltà che viviamo in questo momento di passaggio, da quella che fino ad ora è stata una società solida a quella che il filosofo Zygmunt Bauman definisce una società liquida.

Questo processo di trasformazione ci pone in uno schema di attaccamento con “resistenza angosciosa” e quindi ci pone tutte le difficoltà al distacco che sono tipiche di questo schema indicatoci dalla Ainsworth.

In Italia, il ricorso alla terapia psicologica, per questo argomento, a che livelli è rispetto ad altri Paesi? 

Diciamo che l’elaborazione delle difficoltà del distacco è uno dei tanti campi di esistenza entro cui si muove e trova ragion d’essere la psicoterapia. Rispetto ad altri paesi occidentali, l’Italia nell’ultimo ventennio ha avuto un incremento sensibile verso questo settore di cura della persona, apprezzandone i risultati a livello di fruizione e contribuendo, con particolare acume ed innovazione, rispetto a nuovi percorsi di setting metodologici per erogare tale metodica.

Si pensi che nell’ultimo anno in Italia, grazie al Dott. Flavio Cannistrà e al Dott. Federico Piccirilli dell’Italian Center for Single Session Therapy, oggi si comincia a parlare di TSS ( Terapia a Seduta Singola), che permette di affrontare nell’arco di una sola seduta, o più sedute singole nel tempo, aspetti problematici della persona partendo dalle sue risorse ed esperienze pregresse.

Dal confronto rappresentativo con altri colleghi e dall’analisi della domanda che passa attraverso il mio studio professionale, penso di potere affermare che le richieste volte all’elaborazione della difficoltà al distacco siano sempre più crescenti come penso in altri paesi. 

La violenza sulle donne, può essere annoverata tra i risultati di questa incapacità?

La violenza sulle donne si può sicuramente riferire all'intollerabilità del dolore rispetto ad una ferita narcisistica profonda che l’uomo sperimenta nel ricevere il rifiuto da parte della donna che quindi viene sentito come abbandono.

Tale esperienza secondo me è assimilabile al dolore e alla frustrazione devastante che si sperimenta nel caso di un attaccamento con resistenza angosciosa dove si sperimenta profondamente la sensazione della perdita di quella che lo stesso Bowlby definiva una base sicura.

L’uso della favola come strumento pedagogico: scelta obbligata o preferenza rispetto ad altro?

Un po’ entrambe in realtà. È una scelta obbligata e anche una preferenza, poiché ritengo che non si può parlare ad istanze così profonde dell’umano sentire scegliendo uno stile ed un linguaggio altamente sovrastrutturato e complesso. Servivano secondo me un linguaggio, quello della metafora, ed un format, quello della fiaba, quanto più asciutti e diretti possibili senza per questo risultare aridi e spigolosi.

La cosa bella è che molti lettori nei loro feedback mi stanno sempre più confermando che questo è un aspetto fondamentale che li lega profondamente ad una lettura intensa del testo. La favola nasce anche come preferenza per dare la possibilità ai molti che vivono sempre più “la società liquida” di avere accesso ai significati di sentimenti che spesso corrono il rischio di sfuggire o peggio ancora di essere subiti.

Accompagnano tutto il testo i disegni di Simona D’Antonio: come nasce quest’idea?

L’idea trova senso per i motivi detti precedentemente e perché comunque l’illustrazione permette di suo l’uscita da un linguaggio solo verbale.

La ricchezza del linguaggio grafico mi ha aiutato a potenziare il linguaggio della metafora guadagnando ulteriormente in termini di morbidezza ed efficacia. Di per sé la fiaba illustrata è un linguaggio ed uno stile molto usato in letteratura e proprio per questo molto efficace, la fortuna è stata quella di avere incontrato un’artista come Simona D’Antonio che ha colto da subito il significato del testo e del messaggio sapendolo esprimere in modo completo.

Particolarmente prezioso è stato anche il lavoro di Chiara Aliberti che ha curato l’editing e che ha saputo abbinare sapientemente le bozze di immagini più rappresentative alle esigenze di efficacia del testo. Insomma una bella esperienza di gioco di squadra!

A chi è diretto il libro?

Nell’introduzione de “I Doni di Neqà” dedico il libro ad ogni uomo, ad ogni donna, ad ogni fanciullo e fanciulla che sappiano separarsi, in qualsiasi relazione, con amore e a tutti auguro di ricordare sempre quanto universale sia la categoria dell’unicità specialmente se all’umano riferita e di quanti doni possono essere fertili l’incontro e la separatezza.

Non posso che confermare questa dedica in senso universale. Di fatto penso che il libro è diretto a colleghi, ad insegnanti, educatori, ai non addetti ai lavori ovvero a tutte quelle persone che si trovano a vivere e sperimentare esperienze di cambiamento e distacco.

Nella prefazione di Rossana Dedola si accenna a …” curare se stessi per curare il mondo.” quanta consapevolezza e forza di volontà ci vuole per capire e ammettere di dover ricorrere ad un aiuto?

Sicuramente ci vogliono molta consapevolezza e molta forza di volontà a capire ed ammettere di avere bisogno di aiuto perché nella richiesta di aiuto, in quanto uomini, veniamo a contatto con la nostra finitezza, la nostra impotenza e la nostra fragilità. Nelle parole di Rossana, tuttavia, colgo un significato profondo e sottile di alleggerimento rispetto a questo peso poiché è come se ci dicesse che ognuno di noi è parte del mondo e altre parti di mondo possono essere curate come noi e attraverso la cura di noi stessi.

A volte penso che curare se stessi possa essere il contributo maggiore che possiamo dare al nostro inconscio collettivo di specie che è un costrutto junghiano sempre più vero ed attuale.

Il formato digitale (e-book) può aiutare la diffusione di questo tipo di auto-aiuto?

Il messaggio di auto-aiuto che il mio testo vuole dare è quello di non avere paura del chiedere aiuto al percorso psicoterapico e del legame e del distacco che da esso possono scaturire. Il percorso terapeutico è un epifenomeno del percorso di vita sia del paziente sia del terapeuta.

Nello specifico della sua domanda penso che forse il formato digitale non si presta molto ad avvalorare il tipo di messaggio che intendo trasmettere, tuttavia mi rendo conto di essere poco lucido in questa mia affermazione in quanto feticista dell’oggetto libro in quanto tale.

Per questi motivi lascerò ovviamente queste scelte ad Armando editore che colgo l’occasione di ringraziare per avere assecondato ed accolto le mie istanze feticiste per l’appunto acconsentendo ad ogni mia richiesta per raggiungere la sobria eleganza della pubblicazione nel suo complesso. Grazie.

Grazie al Dott. Rocco Mondello

Francesca Uroni

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