Se La Vera Immondizia Fossero I Social

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Il rigore allo scadere per il Real, le polemiche di Buffon, lo sciame di commenti social

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Poeti, Santi, navigatori ma anche calciofili. E non vi è nulla di male: il football, antropologicamente, è lo sport popolare e di più immediata diffusione che l’uomo possa praticare. L'Italia è questo: caciarona, nevrotica, nella sua quotidianità e figuriamoci se non lo è nel calcio. La settimana di coppe internazionali ha regalato un'impresa e una quasi impresa, entrambe memorabili: la Roma ha piegato 3-0 il Barcellona (1-4 all'andata), la Juventus stava per portare il Real Madrid ai supplementari dopo aver recuperato lo 0-3 dell'andata. Stava per farlo. Poi il fattaccio: un rigore discutibile su Vasquez ha spezzato il sogno bianconero ben prima dell'agognata finale che la squadra di Allegri aveva già centrato due volte in precedenza. E' straordinario come la piazza oggi non sia più quella di cemento, dove un tempo si rivendicavano diritti e troppo spesso si lasciavano morti sui selciati, ma sia divenuta quella virtuale. Umberto Eco diceva che internet ha dato voce a legioni di imbecilli e forse non aveva tutti i torti. Il tam-tam scatenato dopo le dichiarazioni di Buffon ("L'arbitro ha un bidone dell'immondizia al posto del cuore e doveva avere più sensibilità nell'evitare di rovinare un'impresa così”) oltre a far discutere e parecchio, a ragion veduta (quando mai si danno o meno i rigori in base alla prestazione o ai sentimenti e non al fatto oggettivo?), ha scatenato un vespaio di reazioni, tanta ironia, ma soprattutto ha deflagrato l'innato desiderio del popolo italico di riversare rancori e grida dietro uno schermo nella comodità del proprio divano o della propria scrivania di casa.

Intendiamoci: i social network sono uno strumento utilissimo nella nostra epoca. Quante rimpatriate con compagni di scuola che non si immaginava nemmeno rintracciabili? Quanta visibilità per chi deve pubblicizzare sé stesso, una sua attività o un prodotto? E soprattutto la possibilità di confronto: quella che una volta davano i dibattiti viso a viso, poi hanno dato i forum e che ora hanno usurpato i social network. Nel caso di Buffon, per almeno tre giorni è proseguito il calderone: si è abusato della parola “sensibilità”, si sono rispolverati vecchi rigori concessi a parte invertite nel tempo di recupero e improvvisamente dimenticati, si è passati poi all’insulto al portiere e all’uomo e alla straordinaria incoerenza della sportività. Martedì, tutti dalla parte della Roma con trionfalistici e ammirevoli post di orgoglio italiano, mercoledì sera più alcuna traccia di tutto ciò con il sentimento anti-juventino che è prevalso. I social network sono il polso del paese: dimmi cosa posti e ti dirò chi sei.

Si badi bene: non sono essi il male, ma chi ne usufruisce: fino a prova contraria, gli "stati" non si scrivono ancora da soli e nemmeno le foto finiscono online in autonomia. Se beviamo una birra a settimana, nulla ci accade. Se ne abusiamo fino ad ubriacarci e a recare danno agli altri, non è colpa della birra, ma di noi stessi. L’identica cosa valga per i social network: utilizzati per adescare minorenni o compiere atti illegali è stucchevole e deplorevole rispetto all’utilizzo come un civile luogo di scambio di opinioni e di conoscenza. Invece, non stanno risultando altro che la messa in piazza, una piazza virtuale ovviamente, del proprio modo di essere o più correttamente del proprio modo di esibirsi. Lo scorso giugno, restando al calcio, il mancato rinnovo di contratto di Donnarumma aveva fatto imbufalire una flotta di milanisti che hanno ben pensato di inveire contro il portiere… naturalmente online. Viene da chiedersi: quale sarebbe il volto di queste iniziative se invece di utilizzare il mattatoio virtuale avessimo il coraggio delle nostre azioni faccia a faccia? Il calcio italiano, così come la quotidianità italiana, paiono incorreggibili: la principale valvola di sfogo resta quella della tastiera, sulla quale battere in modo perentorio e truce le dita al ritmo di una rivalsa che trova ben poche ragioni.

La condanna, giusta e ferma per le parole del portiere della Juventus, resta comunque uno strumento fin troppo semplice e alla portata di tutti, senza schermi protettivi o filtri di sorta. I social network ci danno invece una grande opportunità: confrontarsi in modo immediato ma nuovo e innovativo, facendo arrivare messaggi immediati che pur hanno il loro fascino. Ma senza tuttavia dover perdere di vista la realtà: si finisce a prendere a male parole, grazie alla distanza di sicurezza di un computer, un vicino di vita, un amico, un frequentante, un conoscente, salvo poi trovarsi in imbarazzo la prima volta che lo si re-incontra dal vivo. I social network hanno cambiato la percezione financo la nostra interiorità: sarebbe molto più onesto scriversi “ne parliamo a voce”. Salvaguarderemmo quel briciolo di normalità in più che ha sempre contraddistinto l’esistenza pre-social. E a un certo punto, basta parlare di rigori o tabelle di presunti favoritismi. Nel calcio, alla fine, vince sempre il più forte.

Stefano Ravaglia 

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