Roma-Liverpool: Tanto Tuonò Che Poi Non Piovve

Roma-Liverpool: Tanto Tuonò Che Poi Non Piovve

Tanta paura di incidenti mai verificatisi, al contrario della sfida di andata

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E così, la montagna ha partorito un topolino. Vuoi per la bravura degli inglesi stessi o per l'elevata e massiccia disposizione delle forze dell'ordine stile Risiko, Roma-Liverpool è restata confinata dentro al recinto sportivo senza trascendere in scalmanate orde desiderose di trascorrere un mercoledì sera alternativo a colpi di catene, cinghie, martelli o cocci di bottiglia. Tutto è filato liscio all'Olimpico e soprattutto fuori: gruppi di "reds" festanti hanno invaso Trastevere e il Colosseo senza alcun disordine e hanno riempito l'Olimpico coi loro drappi e festeggiato la qualificazione a una finale meritatissima undici anni dopo la sconfitta con il Milan ad Atene. Peccato, qualcuno direbbe. Strilli e titoloni parevano già pronti sui quotidiani italiani, di norma forieri di sportività ed invece spesso desiderosi di mostri da sbattere in copertina o di dita da puntare contro qualcuno, perché il clima creatosi nella settimana che ha preceduto il ritorno della semifinale di Champions League era indirizzato palesemente verso il timore di nuovi incidenti dopo quelli dell'andata, costati caro a Sean Cox, tifoso del Liverpool ridotto in coma da un manipolo di allegri romanisti in gita teppistica come quella ironicamente messa sullo schermo da Paolo Villaggio in occasione di un finto Italia-Scozia fantozziano, proprio a Roma. 

Il terrorismo mediatico è piaga assai diffusa, subito condannata con il "diritto alla libertà di stampa". Sacrosanto, ma fermiamoci un istante: non era romanista il tifoso ridotto in coma, non erano del Liverpool coloro che hanno fatto il giro di Anfield e cercato il contatto, profanando così un luogo sacro del football mondiale e non solo d'oltremanica. Fa presto l'italiano a condannare le aggressioni altrui salvo poi non spostare il tiro su quelle proprie: a Liverpool la Roma non ne ha azzeccata mezza sia in campo che fuori. Cultura sportiva? Certo, non però nelle corde di Pruzzo e Conti, valorosi romanisti d'epoca ancora feriti dai rigori assassini del 1984 che si rivolgono al "crest" della squadra di Klopp con gesti inequivocabili che gli stessi hanno giustificato come "goliardici". Ingenuità grossolana nell'epoca dei social, dove anche il tuo respiro finisce online. Poi i fattacci all'esterno dello stadio: goliardia anche quella? Strano dunque che d'improvviso siano divenuti gli scousers il grande schermo da osservare. Chi scrive, ha vissuto Anfield più di una volta: dentro le sue viscere, nel suo museo, al memoriale di Hillsborough un tempo di fianco allo Shankly gate e ora sotto alla nuova Main Stand. Ho bevuto birra senza dare in escandescenza (a che pro il divieto di consumo degli alcolici se nel post partita di Real-Bayern apparivano tifosi con luppolo in mano in diretta tv a Campo de' fiori? Ma poi, chi fa violenza è sempre e solo ubriaco?), vissuto a contatto coi tifosi e la città, stipati nei pub adiacenti allo stadio e colmi di sciarpe di tutte le squadre del mondo.

Nessun luogo del football trasuda storia e tradizione più di Anfield, ma nel contesto italiano siamo sì appassionati di calcio ma con pochissima cultura calcistica. Ecco, anche quella andrebbe inculcata: se Pruzzo e Conti avessero saputo, avrebbero evitato quell'indecoroso spettacolino. Cinque coppe dei Campioni contro una semifinale ogni trentaquattro anni... possibile? Già vedo il popolino arrabbiato: moralisti! No, nessun intento di insegnare nulla, solo riportare la storia dove sta: pazzesco quindi cercare di fare l'impresa stile anni Settanta o Ottanta presentandosi sotto alla Kop, che non è una "curva" e non ha "ultras", ma è intitolata a una collina dove persero la vita soldati inglesi nella guerra anglo-boera di circa centoventi anni fa e dà anche il nome ai suoi "inquilini": kopites. 

Ad Anfield in questi anni sono arrivate tifoserie russe e turche senza alcun tipo di problema, nonostante sia riconosciuta la loro turbolenza, ed anche se gli scheletri nell'armadio ce li abbiamo tutti, non possiamo mettere a confronto due modelli totalmente opposti: quattromila tifosi in trasferta anche se una squadra è già retrocessa, stadi funzionali, coperti e bellissimi, non solo in Premier ma anche nelle categorie inferiori. Il sistema inglese aiuta i tifosi e viene loro incontro, cosa che accade di rado in Italia: quando c'è da fare una tribuna nuova, quando c'è da cambiare lo stemma di una squadra, quando talvolta occorre contribuire a spese di trasferta, nonostante molte tifoserie britanniche siano in totale protesta con l'eccessivo prezzo dei biglietti che il corporate football moderno ha fatto aumentare a dismisura.

E soprattutto certezza della pena. Il problema hooligans si è compreso e interpretato per poterlo neutralizzare (al netto di alcune sacche ancor presenti seppur non come il periodo di apice), non represso in modo cieco e arbitrario. Già, hooligans: ma come, non erano estinti? E allora perché telegiornali italiani che per sette giorni hanno riproposto la stessa minestra terroristica dell'invasione di hooligan specificando "quaranta di loro ritenuti pericolosi"? Li avranno conosciuti di persona? Avranno i loro indirizzi? Avranno avuto le case svaligiate per mano loro? Mistero. 

La Roma in campo ha fatto ciò che ha potuto, fuori invece quello che non poteva fare, seppur non sia diretta responsabile delle magagne altrui. Sul contorno arbitrale poi, stendiamo un velo pietoso: ne esce bene Di Francesco, che pur condannando giustamente gli episodi, fa altrettanto coi suoi tutti presi a protestare e evidenzia il verdetto del campo. Di questo pasticcio ci resta il siparietto di una giornalista del TG2 che interroga un gruppo di inglesi per le vie della capitale: "Do you come in peace?", come fossero alieni. Sì, sono venuti in pace, così come andranno felici a Kiev. Di quei quaranta nessuna traccia. Per l'Indipendence Day c'è ancora tempo.

Stefano Ravaglia 

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