Evelina Nazzari

Evelina Nazzari

L'attrice andrà in scena con - 24 ore della vita di una donna - dall'8 al 13 maggio

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Evelina Nazzari dall’8 al 13 maggio andrà in scena al Teatro di Documenti con lo spettacolo “24 ore delle vita di una donna”, tratto da una novella di Stefan Zweig per l’adattamento e la regia di Rosario Tronnolone. Prima dell’esordio l’attrice ha raccontato per Unfolding Roma la storia di Claire la donna che interpreta, affrontando alcuni dei temi che emergono nel corso della rappresentazione teatrale. Dal ruolo della donna, passando per la scoperta che l’essere umano fa di se stesso attraverso una passione, fino a temi importanti come la malattia mentale e il suicidio. Il testo racconta questo: di una donna che ormai abituata a stare di lato lasciando scorrere la propria vita, nel momento in cui salva un giovane ragazzo dal suicidio (interpretato da Arcangelo Zagaria) nota un mondo che aveva messo da parte. Scopre la passione, la vita, smette di stare ferma e decide di seguire l'istinto, di amare e di cercare di “salvare” quest’uomo dal gioco d’azzardo. Così Evelina Nazzari parla di questo stato d’animo, di questo cambiamento che potrebbe coinvolgere chiunque e che viene raccontato tramite uno spettacolo che verrà rappresentato per la prima volta in Italia.

“24 ore della vita di una donna” quale messaggio cerca di trasmettere?

Ci sono tante cose belle che vengono fuori da questo testo. In 24 ore la vita di ognuno di noi può cambiare. Possiamo scoprire in noi delle sensazioni insospettabili. Delle passioni. Quello che è interessante è che questa donna che salva dal suicidio il ragazzo di cui si innamora in 24 ore, perde la testa e ritrova una nuova sé. Si trova a vivere qualcosa che mai avrebbe immaginato, dato che è anche una signora in là negli anni. Mai avrebbe pensato di sconvolgere la sua vita e di poter provare ancora una passione. È un testo interessante, che non è scritto per il teatro. Questa trasposizione teatrale viene usata di più all’estero. In Italia è una prima nazionale. È interessante il fatto che da un momento all’altro possiamo quasi non riconoscerci. Claire immaginava di continuare la vita da signora, vedova, che va in giro per la riviera e per Montecarlo guardando gli altri vivere. È come se si tenesse fuori dalla vita, mentre a un certo punto scopre che può farsi ancora sconvolgere da sentimenti che mai avrebbe immaginato di provare. A tutti noi può succedere qualsiasi cosa in qualunque momento, tanto a volte da non riconoscerci. Da dire ‘ma questa cosa non l’avrei fatta, non avrei mai osato’ e invece non è vero, perché poi se ti ci trovi osi e scopri che c’è ancora tanta roba nascosta dentro di te, che andava tirata fuori. In questo caso è una passione, ma può essere anche altro.

Come ha deciso di lavorare per questa rappresentazione teatrale?

Avevo letto anni fa il testo e ci avevo pensato. Poi ci sono state una serie di strane coincidenze della vita. Certe cose si faranno e altre no, quindi questa doveva essere fatta. Io e il regista (Rosario Tronnolone, ndr) ci siamo incontrati. Lui me l’ha proposto e per me è stato incredibile, perché era una cosa che volevo fare. Complice Ingrid Bergman perché lui ha curato una mostra su di lei, in cui ha fatto una versione televisiva negli anni ’60 e passando davanti al suo ritratto, gli ho detto che era un testo che mi sarebbe piaciuto fare, lui mi ha detto ‘lo facciamo?’. Poi si è organizzato e l’abbiamo fatto. Quindi è stato veramente un incontro con questo personaggio, che in questo momento della mia vita mi dà molto perché mi sento un po’ Claire. Un po’ una sopravvissuta che scopre che si può ancora avere un pezzetto di vita bello e che vale la pena investire in essa.

In che modo si sta calando nei panni di Claire?

Attraverso il personaggio dico delle cose che mi riguardano. Ovviamente non è la mia storia, ma il bello di questo lavoro è proprio il riuscire a dire delle cose. In alcuni momenti lei dice esattamente delle cose che vorrei dire io. Mi dà la possibilità di tirarle fuori, coprendomi dietro ed essendo tutelata dal personaggio. Tutti quando facciamo questo lavoro in un personaggio cerchiamo le somiglianze. Anche se devi interpretare un serial killer devi cercare in te qualcosa di malvagio e di perverso che non viene necessariamente fuori, ma è una piccola corda che devi pizzicare perché allora non si potrebbero fare tutti i personaggi che non ci riguardano. Quando un personaggio in più ti dà la possibilità di dire le proprie cose è meraviglioso, perché sei tutelato ed è terapeutico. Insomma ci siamo trovate. Personaggio e attrice sono in simbiosi.

Tra i diversi spunti che si possono trarre dalla storia di Claire, emerge il racconto di un amore tra una donna ‘adulta’ e un ragazzo più giovane. Un tema che al giorno d’oggi è particolarmente discusso, ma sicuramente lo sarebbe stato di più negli anni ’50, il periodo in cui è ambientata la storia.

È disdicevole per la società ma lei è talmente travolta dalla passione che non pensa più a quello che la società perbenista potrebbe dire. Capisce, ma l’amore quando travolge non guarda nulla. È chiaro che è trasgressivo, perché la società di allora ancora di più non lo ammetteva. Qui il problema non si pone proprio, perché è qualcosa che la travolge senza freni. Il tema è la passione che non vede età. In 24 ore Claire trova in sé qualcosa che non conosceva. Pensava di essere una signora perbene relegata in un angolo e invece scopre di essere una donna che può provare ancora delle emozioni. E che segue il suo istinto in quel momento, quindi si vede diversa e questo è interessante.

Quindi è un tema che rende tranquillamente attuale la storia.

Assolutamente. Però non se ne parla, anche se lei dice che lui ha l’età di suo figlio. Lei ha un primo impulso di salvarlo e poi è presa da un turbine.

L’elemento centrale quindi non è l’uomo di cui Claire si innamora che permetterebbe di legare la storia all’attualità e a un amore malato. Il focus dello spettacolo non è l’uomo ma la passione. Da questa nasce tutto?

Si confondono. La passione ce l’hai per qualcuno o qualcosa, non è fine a se stessa. In questo caso è un uomo, un ragazzo, che la intenerisce e la sconvolge. C’è sempre questa parte del ‘io ti salverò’, ‘con me riuscirai a non giocare più’, che è molto attuale, perché molte donne, ma anche gli uomini, possono pensare di salvare qualcuno. Purtroppo ogni essere umano deve uscire da solo da certi legami perversi, perché il compagno può aiutare, ma non può risolvere.

Perciò che tipo di donna emerge dallo spettacolo?

Una donna che finalmente decide di vivere.

Cosa ne pensa del teatro oggi in Italia? Che piega sta prendendo, anche alla luce di ciò che ha detto riguardo a “24 ore della vita di una donna” che viene proposto per la prima volta in Italia, mentre all’estero da tempo è stato rappresentato?

Ho visto due versioni anni fa a Parigi. Qui nemmeno conoscono Zweig. Per la cultura da noi in generale, per il teatro, la musica, anche il cinema che amo moltissimo, non ci sono grandi incentivi. Il livello culturale delle scuole, della televisione, di tutto quello che ci arriva è sempre più basso. C’è tutta una parte morbosa. Si tende al sensazionalismo. Non c’e amore. La cultura è un bisogno di un popolo, di una nazione. Da noi chi fa fa da solo, arranca disperato perché non ci sono mai i soldi. Pochi hanno i mezzi e non sempre li usano bene. Non è una bella situazione culturale in generale, è un po’ triste e di basso livello. Dopodiché ci sono delle belle cose ed è sempre la fatica del singolo che arranca, che deve trovare gli spazi, che deve pagare, deve portare il pubblico e ce n’è poco.

In base alla sua carriera cosa si sente di consigliare ai giovani che vorrebbero lavorare nel campo della recitazione?

Se proprio non ne possono fare a meno (ride, ndr), perché forse c’è di meglio. È un lavoro precario, adesso lo sono tutti, quindi tanto vale fare una cosa che piace. Direi di essere molto preparati. Si comincia a distinguersi con la qualità, quindi dico di studiare, di fare delle cose serie come il Centro Sperimentale o l’Accademia d’Arte Drammatica. Di preparasi seriamente perché è un lavoro e spesso non è considerato tale. Poi ci vuole tanta fortuna, bisogna vedere chi incontri nel tuo cammino. E forse abbiamo tutti una specie di destino e dobbiamo fare il possibile per fare le cose bene, poi non è detto che vadano come si vorrebbe, ma la vita è così, c’è una parte imponderabile”.

C’è un ruolo che vorrebbe interpretare o un argomento che vorrebbe trattare che non è riuscita a fare fino a oggi?

Che non sono riuscita a fare fino a oggi no. Mi piacerebbe che si parlasse di più della malattia mentale. Ho scritto un testo su questo e sulla perdita di un figlio. Forse mi piacerebbe che si parlasse di questo perché è un tabù, che bisognerebbe rompere e si dovrebbe fare di più. Sono i 40 anni della legge Basaglia, che è stata sicuramente un’ottima legge ma non è stata completata e chi sta male è totalmente a carico delle famiglie. E soprattutto si considera la malattia mentale come la malattia del fegato: nel senso che si presume che chi è malato mentalmente si voglia curare, invece per definizione chi lo è dice che sta benissimo. C’è qualcosa che non funziona. Non si possono dare dei farmaci al malato mentale come al malato di fegato, perché lui o li prende tutti o li butta via e dice che li prende. Questo è un tema che mi interessa e che mi è molto caro. Tra l’altro spesso partecipo alla Giornata Mondiale della lotta al Suicidio che dipende dal Sant’Andrea, ma si fa alla Sapienza e spesso ho letto delle cose che ho scritto. Probabilmente a settembre ci sarà una lettura da un mio testo. Collaboro con loro perché purtroppo molte persone che se ne vanno in quel modo vengono da anni di malattia mentale, che è molto difficile da curare, però si potrebbe fare meglio. È un tema importante, ma in generale, non saprei specificare un ruolo. Sono felice di fare quello che sto facendo in questo momento.

Anche in “24 ore della vita di una donna” viene trattato il tema del suicidio.

C’è anche questo tema, per questo dico che è un testo che ha molte cose da raccontare.

Purtroppo il suicidio è un argomento che viene affrontato spesso in questo periodo. Visto che si legge di tanti giovani che si suicidano. Qual è la sua opinione?

Penso che è molto difficile, bisognerebbe capire la malattia in tempo. Quando si tratta di malattia, perché a volte sentiamo parlare di bullismo. Se una persona sta bene ed è strutturata e ha un sostegno psicologico, magari non è malato mentale, però ha una fragilità. Non tutti hanno la stessa reazione per ogni cosa. Non è che tutti quelli che subiscono episodi di bullismo si ammazzano, se c’è un sostegno psicologico adeguato e si capisce in tempo. La scuola e la famiglia dovrebbero stare sempre con le antenne, perché non tutti quelli che subiscono una cosa del genere hanno la stessa reazione, per cui è interessante spingere su questo, facendo in modo che ci sia un sostegno psicologico.

di Sabrina Redi 

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