Le Idee Di Falcone Che Camminano Sulle Nostre Gambe

Le Idee Di Falcone Che Camminano Sulle Nostre Gambe

Il 23 maggio 1992 veniva ucciso a Capaci il magistrato siciliano, insieme alla moglie e alla scorta

437
stampa articolo Scarica pdf

In questo maggio sorprendentemente caldo, mi alzo dal divano, mi dirigo alla libreria e libero dalla morsa dei volumi "Le ultime parole di Falcone e Borsellino". Edito da Chiarelettere nel 2012, vent'anni dopo la morte dei due magistrati nel 1992, raccoglie tutti i loro discorsi, le interviste e gli interventi più significativi. Apro un po' a caso, e c'è la genesi della lotta alla mafia di Giovanni Falcone: "Fin da bambino ho respirato giorno dopo giorno aria di mafia, violenza, estorsioni, assassinii. C'erano stati i grandi processi che si erano conclusi regolarmente con un nulla di fatto. La mia cultura progressista mi faceva inorridire dinnanzi alla brutalità, agli attentati, alle aggressioni; guardavo a Cosa Nostra come all'idra dalle sette teste; qualcosa di magmatico, di onnipresente e invincibile, responsabile di tutti i mali del mondo".

Giovanni Falcone ha combattuto con intransigenza, rigore e straordinaria capacità il fatto mafioso. Infischiandone di chi già agli esordi gli recapitava cartoline con disegni di bare e croci, dell'inceppamento di quel pool antimafia che aveva orgogliosamente costituto insieme al suo collega e amico fraterno Borsellino, restando fermo nella convinzione che "la mafia non è invincibile: come ogni fatto umano, ha un inizio e una fine". Giovanni Brusca spense la vita e le speranze dei siciliani il 23 maggio di ventisei anni fa, intorno alle 18, sull'autostrada che da Palermo porta a Capaci, premendo un pulsante. Il tritolo non diede scampo alla vettura su cui viaggiava Falcone, la moglie Francesca Morvillo, l'agente di scorta Costanza e all'altra auto dove si trovavano gli agenti Schifani, Dicillo e Montinaro.

"Siamo cadaveri che camminano", aveva detto il vice dirigente della squadra mobile Nini Cassarà dinnanzi a un altro dei barbari assassini per mano della mafia sui quali luoghi aveva dovuto recarsi. Mai i due giudici, e i loro collaboratori si erano fermati, sino a toccare quello che Falcone definiva "momento storico, una cosa che dal profondo speravo da tempo": il pentimento di Tommaso Buscetta. La corsa di Falcone è stata libera, pura, faticosa ma bellissima: la corsa verso la legalità dunque verso la libertà, e verso l'unico omicidio possibile, quello del compromesso. Non ce l'ha fatta Giovanni, o forse sì: nel 1992, ai suoi funerali e ancor più a quelli di Borsellino, c'era la gente. Quella che per esempio mancava nell'agosto del 1980, quando a essere eliminato fu Gaetano Costa, procuratore della Repubblica di Palermo. 

Falcone e Borsellino hanno dato voce e risvegliato quella speranza invidividuale. Hanno ingrossato sempre più le file del popolo siciliano che mano a mano non ha più tenuto la testa sotto la sabbia ma ha accerchiato la piovra tentando di recederne i tentacoli senza alcuna paura. Una delle preziose eredità di Falcone è la nave della legalità: messa a disposizione dalla Snav, parte ogni anno da Civitavecchia con un carico di docenti, studenti e personalità dello Stato, quello Stato lontanissimo dai magistrati in quanto tali ma sopratutto in quanto uomini, trent'anni fa, nel tortuoso viaggio degli eroici magistrati. E sbarca a Palermo: per accompagnare e celebrare il ricordo di quegli anni terribili e del sacrificio di due amici che trovarono nella giustizia l'unica via per la piena realizzazione dell'individuo. Un altro 23 maggio è passato e la retorica della commemorazione non può sostituire il vero significato di questo giorno: "Gli uomini passano, le idee restano. E camminano sulle gambe degli uomini rimasti". Firmato, Giovanni Falcone.

Stefano Ravaglia 

© Riproduzione riservata