Paola Tiziana Cruciani

Paola Tiziana Cruciani

L'attrice è in scena al Manzoni con lo spettacolo Tutte a casa che racconta la lotta per l'emancipazione femminile

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“Tutte a casa (la guerra delle donne)” è lo spettacolo che in questo periodo vede coinvolta Paola Tiziana Cruciani nei panni della socialista Comunarda. L’attrice romana, attualmente in scena al teatro Manzoni insieme a Paola Gassman, Mirella Mazzeranghi, Claudia Campagnola e Giulia Rupi, ha risposto ad alcune domande per Unfolding Roma in merito allo spettacolo, toccando diversi temi riguardanti le donne: dalla lotta per l’emancipazione femminile fino al più recente movimento di battaglia contro le molestie sessuali (#MeToo). La Cruciani, che ha vestito diversi panni tra tv, teatro e cinema, ha rivelato il suo pensiero sui giovani e la recitazione e anche il suo desiderio di lavorare a un tema, in particolare, che ancora non ha trattato. Nel corso dell’intervista a emergere saranno gli aspetti che caratterizzano le donne e cioè la forza, la tenacia e la capacità di combattere insieme per i propri diritti.

Parliamo di “Tutte a casa”: qual è il messaggio di questo spettacolo?

“Tutte a casa” è una commedia di donne. Ambientata durante la 1° Guerra Mondiale, che racconta quello che le donne hanno fatto in quel periodo. E cioè hanno mandato avanti l’azienda “Italia”. Le cinque donne raccontano cinque caratteri completamente diversi: dalla più conservatrice, alla più rivoluzionaria che è il mio personaggio Comunarda, una socialista dei primi del ‘900. Racconta un po’ quello che è il lavoro dell’emancipazione femminile, che comincia lontano e che non si potrà mai fermare, perché basta dimenticarsi i pochi traguardi raggiunti e darli per scontati, ed è un attimo che gli uomini riprendano in mano la loro visione del mondo. Quindi è uno spettacolo che un po’ inneggia anche se in maniera divertita a un’unione fra donne, perché poi le lotte per l’emancipazione femminile sono trasversali. Le donne non si chiedono fra loro per chi votano, quando combattono per i propri diritti. I diritti femminili sono aldilà delle posizioni politiche.

Il suo personaggio, Comunarda, rispetto alle altre donne dello spettacolo ha una posizione ben marcata a livello politico. Sa perfettamente che bisogna lottare per i diritti e quindi coinvolge le altre donne in questa presa di coscienza.

Certo. Erano i primi del ‘900, quando il socialismo porta una voce nuova di richiesta di diritti. E lo fa un po’in tutto il mondo, non solo in Italia. All’inizio del ‘900 ci sono le suffragette, c’è la richiesta di voto ovunque, dall’America alla Norvegia. Ed è chiaro che come italiana racconto il primo socialismo italiano, quello di Anna Kuliscioff, di Filippo Turati. Siamo ancora lontani anche dalla formazione del Partito Comunista, quindi si racconta quella che è stata, ormai adesso posso dire un’utopia, all’epoca un’ideologia.

Come si è calata e ha lavorato per entrare nei panni di Comunarda?

Innanzitutto sono una ragazza nata negli anni ‘50 quindi diciamo che le lotte femminili e per l’emancipazione della donna le ho vissute negli anni ’70 e le conosco abbastanza bene. Ci ho lavorato dandole un dialetto perché, pur essendo romana, invece Comunarda, visto che la fabbrica è a Milano, l’abbiamo fatta diventare emiliana. Anche perché l’emiliano da sempre dà un po’ il segno del combattente e del rivoluzionario. Anch’io di carattere sono piuttosto pasionaria, quindi ci ho lavorato tirando fuori la parte di me più combattiva.

Se volessimo quindi trovare dei punti di contatto tra lei e Comunarda cosa risponderebbe?

Se fossi vissuta in quel periodo sicuramente sarei stata Comunarda.

Nello spettacolo emergono cinque caratteri diversi: tra classe sociale, modo di pensare e di vivere. Quindi prendendo un po’ da ogni personaggio che tipo di donna i due autori (Giuseppe Badaluco e Franca De Angelis) hanno voluto costruire?

La donna che sa vedere ai bisogni primari della donna. Ripeto, l’emancipazione e le lotte per questo sono trasversali, non c’è differenza di classe, di appartenenza politica, quando c’è una battaglia da fare si fa tutti insieme. Anche l’ultima #MeToo, è un movimento assolutamente trasversale, perché le donne unite possono fare qualunque cosa, come dice una mia battuta nella commedia.

Ha parlato delle lotte femminili utilizzando prima la parola ideologia e poi il termine utopia. Cosa pensa di queste lotte rispetto al modo in cui attualmente, soprattutto nel mondo del lavoro, la donna viene ancora considerata inferiore all’uomo?

Credo che la lotta non sia finita, è ancora in corso. Le donne non ricoprono alcuni posti di comando che sono determinanti. Ci tengono lontane, purtroppo, quindi c’è tanto da fare. Non bisogna minimamente dimenticarci della fatica che si fa per essere donna.

Parliamo di #MeToo. Qual è il suo pensiero riguardo alle molestie nel mondo dello spettacolo e a questo movimento di rivolta?

Penso tutto il bene possibile del movimento #MeToo. Era ora che si scardinasse e che uscisse fuori e ne sono contenta. Come si vede le americane sono più coraggiose delle altre al momento. Speriamo che anche in Italia presto vengano fuori le porcherie che hanno tenuto banco fino adesso. Lo vediamo tutti i giorni: abusi, violenze, femminicidi e qui siamo ancora in un paese, dove l’uomo pensa di essere il padrone della donna e spesso anche del corpo femminile.

C’è un ruolo che vorrebbe fare o un tema che vorrebbe trattare in futuro e non ne ha avuto l’occasione?

Mi piacerebbe, visto che vado verso la terza età, raccontare un po’ la parte più lunga della vita, quella che purtroppo ci porterà dove non sappiamo. Mi piacerebbe fare un personaggio o uno spettacolo riguardante la terza età.

Cosa si sente di consigliare ai giovani che vogliono entrare nel mondo della recitazione, che sia cinema, tv o teatro?

Sicuramente che devono studiare. Questo è un mestiere che non s’improvvisa, che bisogna imparare a fare. Non sperare minimamente nel botto, perché questo ha la durata di un botto. È solo una carriera che può durare tutta una vita; ma per sostenere una carriera bisogna saperlo fare questo lavoro, perché la concorrenza è tanta. Tutti vogliono fare gli attori, quindi per dimostrare che si può fare bisogna saperlo fare.

Tornando allo spettacolo “Tutte a casa”, le chiedo di spiegare perché le persone dovrebbero venire a vedere questa pièce.

Bisogna venire a vedere “Tutte a casa” perché è una commedia, perché fa ridere, perché è fatta dalle donne. Perché sono le donne che vanno a teatro anche come pubblico e trascinano gli uomini. E quindi è un’ottima occasione per convincerli ad andare a teatro e conoscere forse anche un po’ di più le donne.

Per chiudere le chiedo di parlare del cast di “Tutte a casa”, formato da sole donne: durante le prove e la preparazione dello spettacolo quanto è stato importante lavorare esclusivamente tra donne? Cosa cambia rispetto a un lavoro in cui ci sono anche gli uomini?

Nel nostro caso il cast è interamente al femminile, la regia è femminile (Vanessa Gasbarri), quindi veramente abbiamo lavorato solo fra donne. È stato un vantaggio. C’è meno perdita di tempo. Le donne sanno stare più concentrate sulle cose, perché il tempo di una donna ha molto più valore. Ha tante cose da fare, oltre al proprio lavoro. Mentre spesso gli uomini hanno solo quello come interesse primario. Poi vanno a casa e trovano la cena pronta e tutto quanto è finito. Invece le donne non possono perdere tempo quando lavorano. Perché il tempo per una donna è prezioso.

Di Sabrina Redi

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