Italia-Polonia, Quando Una Salvezza Non Basta A Togliere I Peccati

Italia-Polonia, Quando Una Salvezza Non Basta A Togliere I Peccati

Dopo un'estate in cui è accaduto di tutto, il calcio e lo sport italiano non hanno guarito tutti i loro mali

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É bastato un gol al minuto novantadue perché tutti i mali svanissero. “Tutti sul carro”, ha titolato il Corriere dello Sport dopo la vittoria dell’Italia di Mancini contro la Polonia. Può darsi, ma l’auto referenzialità del calcio italiano la notiamo da tantissimo tempo, ben prima dell’inizio di questa astrusa competizione che è la Nations League, che pochi giorni fa l’allenatore del Liverpool Jurgen Klopp ha dichiarato apertamente essere una competizione completamente “insensata”. Si può anche concordare, ma ancora meno senso ce l’ha questo vizio italiano di ritenersi ciò che non si è.

Ora che è sorto l’autunno, pare che l’estate più tragicomica degli ultimi anni sia alle spalle, ma in realtà non è così. L’Italia del calcio non sa ancora in quale categoria mettere l’Entella, ha in seno la Viterbese che non è ancora scesa in campo volutamente perché le trasferte da fare sono troppo lontane, ha la poltrona della FIGC ancora in sede vacante sino al 22 ottobre, quando Gravina, in arrivo dalla Lega Pro, ci si siederà sopra senza alcun rivale. Non vi sono infatti altre candidature, così come all’AIA, il territorio arbitrale, dove Nicchi verrà eletto per il quarto mandato in dieci anni di nuovo presidente, anche qui senza una controparte. In un calcio che nel 2014 poteva scegliere tra Tavecchio e Albertini, e ha scelto Tavecchio, con le conseguenze del caso (ovvio, veniva dai Dilettanti, la fetta elettiva più grande) e che ha dovuto osservare il Mondiale russo dal divano di casa, tutto pare che cambi senza che cambi nulla.

L’effetto Gattopardo lo vediamo anche al Coni, dove qui il vertice non è proprio cambiato e Malagò lo scorso anno è stato di nuovo confermato per altri quattro anni, e più o meno sei mesi dopo la sua rielezione, il Fatto Quotidiano ha snocciolato in una inchiesta tutti i bilanci da paura delle federazioni sportive italiane. In rosso 23 federazioni su 44, per ricordare che non siamo solo vitelloni da pallone. Equitazione, thriatlon, rugby, baseball, sport invernali e chi più ne ha più ne metta, per una perdita complessiva di 11 milioni di euro. Ma d’altronde, diciamocelo, a chi può interessare il baseball e il tiro a volo, se in casa nostra domina l’impero del pallone? Curiosa anche la sorte del tiro a volo: i 5 medagliati alle olimpiadi di Rio hanno ricevuto premi in danaro che hanno fatto sforare i conti. L’amministratore delegato del Coni Alberto Miglietta poi, in sostanza il braccio destro di Malagò, per mantenere la propria carica di numero uno della federazione del Badminton, si è fatto eleggere “presidente emerito”. Aggiungi una parolina e tac, tutto si risolve.

Il gol di Biraghi salva l’Italia da una “retrocessione” sportiva, ma nella serie B dell’equità, della competitività e della trasparenza, la nazione ci è finita da parecchio tempo. Mancini è dovuto ripartire da Balotelli, scoprendo poi che non era in forma, o forse era ciò che è sempre stato, un fuoco di paglia. Poi ha inserito Belotti, salvo lasciare a casa pure lui. Cento milioni lo scorso anno, ben poca cosa man mano che la carriera è avanzata. Un momento no? Può essere. Ma in campo come fuori, l’Italia non ha certezze e allora tocca dar ragione a Bonucci: “L’anno zero era un anno fa, ora è molto peggio”. Come dargli torto. Rispolverare Giovinco è l’ultima spiaggia, e il povero ex sampdoriano deve pure implorare i club di far giocare i giovani tra le loro fila. Divisa tra guelfi e ghibellini, tra Montecchi e Capuleti, divorata dall’odio ormai dirompente sui social dove obbiettività e discussioni costruttive sono andate a farsi benedire, l’Italia calcistica continua a proclamarsi “in ripresa”, con una serie A “finalmente competitiva”, abbellita dagli arrivi di Ancelotti e Ronaldo che altro non sono che fumo negli occhi. Non basta essere “il campionato dove gioca Ronaldo” per guadagnare bellezza agli occhi del principe, e di fatti, nelle prime otto giornate dei precedenti sette tornei, mai la Juventus aveva avuto sei punti di vantaggio. Indice di un torneo che piuttosto va al contrario: tanto sudore per eleggere l’Inter come rivale principale, e poi i bianconeri hanno già un vantaggio discreto sugli inseguitori. Così come l’Europa della politica ci bacchetta per la manovra di bilancio, Ceferin, presidente Uefa, intima all’Italia di modernizzarsi e fare riforme. Forse ha ragione Totti: nel suo libro, racconta come quando suo figlio Christian invita gli amichetti a casa, lui consiglia loro di fare come faceva papà alla sua età. Gioco libero, tanta tecnica e calci contro la porta del garage. Lui che come Maldini veniva dall’oratorio, non è stato preso e messo in un campo in sintetico con la sua cresta e i suoi tatuaggi obbedendo a un allenatore che gli ordina di stare negli schemi. Dovremmo tornare a essere bambini un po’ tutti, facendo autocritica e capendo che le cose si costruiscono o si ricostruiscono con pazienza, come quando un contadino deve coltivare la terra e aspettare i suoi frutti. Eppure qui, nel paese quattro volte campione del Mondo, tra fallimenti, penalizzazioni, toni aspri e incattiviti e tanti inciuci, pare non siano stati piantati nemmeno i semi.

Stefano Ravaglia 

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