Ruffo E Le Minacce, Il Silenzio è Peggio Dell'aggressione

Ruffo E Le Minacce, Il Silenzio è Peggio Dell'aggressione

Pochi riscontri dei fatti avvenuti a danno del giornalista di Report

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"Il lettore è il tuo unico datore di lavoro", diceva Montanelli. Ovvero, rendere conto sempre a chi i quotidiani li sfoglia, li divora e termina la lettura con le mani lorde di quel grigio che impiastriccia le dita dopo aver girato pagina per pagina. Oggi, l'assioma non dovrebbe essere cambiato, ma gli strumenti sì. Con i giornali sempre più in crisi di vendite, sono le news da acquistare come al supermarket il nuovo format. Tablet, cellulari, indigestione digitale, con le scomode conseguenze delle fake news. Ma il dovere della stampa non è cambiato. Informare, creare un pensiero critico e non becero come accade sui social, essere imparziali. A dire il vero, ci sono diverse eccezioni alle regole. Crisi della professione, pochi spiragli per i giovani, corsie preferenziali per alcune donne disposte, seppur brave professioniste, anche a mostrare cosce e quant'altro sedute sullo sgabello. E quella parvenza di casta che diede anche il titolo a un libro di Luigi Bacialli del 2008, in cui si raccontava il giornalismo da dentro nella sua quotidianità ma anche nelle sue bizzarrie.

Fatto salvo tutto questo, non v'è comunque nulla che giustifichi l'aggressione a Federico Ruffo, apprezzato reporter della Rai che Unfolding Roma ha incontrato solo un paio di mesi fa. Ne era venuta fuori non solo una intervista, ma una sana e libera chiacchierata su temi scottanti quali il calcioscommesse, odio virtuale, incapacità cronica dell'Italia di prevedere disastri e mettere una pezza prima che crolli un ponte. Il giornalismo vero, quello d'inchiesta, quello sul campo, è proprio quello di Federico. Che ha avuto il coraggio, e con lui lo staff che si è occupato della vicenda, di sfondare le porte delle curve ed entrare in un agglomerato torbido e ben poco rassicurante. Quel mondo che l'altro giorno ha rischiato di mandare a fuoco la sua casa se il cane, davvero il miglior amico dell'uomo, non avesse abbaiato e messo in fuga i malintenzionati. Che hanno avuto modo e tempo di disegnare una croce rossa sul muro e mettere lui e la sua famiglia davanti a qualcosa di più grande di loro.

Non se ne faccia una questione sportiva: non c'entrano gli juventini, né qualsiasi altra fazione, e nemmeno lo sport. C'entrano poteri più forti, piovre che continuano a insediarsi nella quotidianità italiana perché qualcuno glielo permette e perché se pesti loro i piedi devi fare una brutta fine. Ma ancor più da temere, al di là dell'evento infausto, è il quasi totale disinteresse mediatico. Pochi trafiletti, nessun titolo eclatante nelle prime pagine. La Rai, nei telegiornali delle 13, ha avvicinato il proprio dipendente permettendogli di mostrare lo sfacelo che stava per compiersi. Ma è troppo poco. Alcune forze oscure, degne di quelle saghe cinematografiche fantasy, sono ancora lì, presenti e taciturne in un angolo, ma pronte ad entrare in azione, e pare sia meglio, per molti, non andarle a disturbare. Se molti colleghi di Federico, e noi tutti, mettiamo la testa sotto la sabbia, è come se scavalcassimo noi quel muro di cinta che divide la sua abitazione con quel torbido mondo esterno che stava per combinargliela grossa. "Sui social c'è chi mi augura la morte", ha detto Ruffo. E noi aggiungiamo che, al nostro sito, proprio a proposito dei social, aveva affermato che siamo sempre stati questi. Un po' alla Umberto Eco: ora abbiamo solo trovato uno strumento che ci toglie dal bar e ci mette sulla piazza, virtuale. Giovanni Falcone diceva: "Chi non abbassa la testa, muore una volta sola". Quella proprio non possiamo evitarla. Ma tutto il resto, sì.

Stefano Ravaglia 

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