Carlo Verdone, Quarant'anni Di Carriera E Non Sentirli

Carlo Verdone, Quarant'anni Di Carriera E Non Sentirli

Un libro fotografico celebra l'attore. Tra rock, ipocondria e una Roma che non c'è più, un percorso straordinario

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"Quale mio film ti è piaciuto di più?". "Per qualche dollaro in più". "Ahò, sei proprio un burino. Ma mi piacciono i personaggi che fai, vediamo di dargli più spessore". Carlo Gregorio Verdone, aveva davanti il suo mito, Sergio Leone. E fu questo il primo dialogo tra i due, con il regista romano spaesato ed emozionato e il maestro che lo fissava con due punte di spillo al posto degli occhi. I personaggi a cui si riferiva erano quelli che Verdone riproduceva nel programma "Non Stop", andato in onda il giovedì in prima serata su Rai Uno dal 1977 al 1979. Laureatosi in lettere moderne con 110 e lode e ottenuto anche il diploma al cinema sperimentale, Carlo esordiva così in televisione. E dopo quel colloquio e quelle due punte di spillo, gli si stavano per aprire le porte del cinema. 

Carlo Verdone compie 40 anni. Non anagraficamente, seppur sia in splendida forma, ma di carriera. L'Italia che ha raccontato sul grande schermo l'ha ricavata dalla quotidianità di una Roma che pullulava di personaggi che oggi non ci sono più. Così come Villaggio ha preso l'impiegato medio dell'Italia dei Settanta, portandolo prima sui libri e poi sul grande schermo attraverso Ugo Fantozzi, il coatto, l'integerrimo professore calcolatore che risponde al nome prima di Furio poi di Raniero, o l'imbambolato ragazzone sempre con lo sguardo all'insù, sono stati tutti scovati allo stesso modo dagli amici più stretti, dai bar, dai quartieri di quella Roma. "Gli ultimi anni umani sono stati gli Ottanta. Roma era un teatro, le comparse le trovavi per strada. C'era più rispetto e dignità. Oggi è tutto più involgarito". Uno, dieci, cento Verdone. Che è anche il titolo del libro fotografico di Carlo Porcarelli appena uscito, che ne raffigura l'attore in tutti i suoi abiti di scena e non. Il 1978 e l'esordio con "Un sacco bello", lui che era timido e l'attore non pensava di farlo. "Al massimo il regista di documentari". L'esplosione del successo, ma ancorato a quelle caricature. Verdone pensa che non potrà mai fare nulla di diverso da quello. "Per un periodo, dopo quei film dove ricalcavo i miei personaggi, non mi chiamerà nessuno". E invece sono arrivati i film con Eleonora Giorgi, con Margherita Buy, e tutto il resto. Verdone è uscito dalla caricatura ed ha saputo far ridere interpretando uomini qualunque in situazioni familiari qualunque, a volte al limite del grottesco. Come per esempio "Il mio miglior nemico", insieme a Silvio Muccino. La strana coppia riesce nell'intento di mischiare il dramma del tradimento e dell'abbandono con la più naturale comicità e ironia.

Ipocondriaco ai massimi livelli e appassionato in modo viscerale di musica, che porta palesemente in scena in particolare nel riuscito "Maledetto il giorno che ti ho incontrato", dove interpreta un giornalista alla caccia del passato di Hendrix, Verdone ha saputo bilanciare la naturalezza della recitazione alla stessa naturalezza fuori dal grande schermo. Ironico e auto ironico, disponibile e affabile, maturo e di sani principi. E' stato uno dei pochi a mantenersi sempre sulla cresta dell'onda in modo costante, oltre che a entrare nell'immaginario collettivo di ogni generazione con le sue uscite divenute copione anche per la gente comune. "O' famo strano" ma non solo, quei viaggi di nozze in cui appaiono tre personaggi diametralmente opposti  ma così vicini. E d'altronde, forse, non poteva essere che questo il suo viaggio, tutt'altro che giunto al capolinea: il padre Mario, critico cinematografico, lo avviò alla carriera con bonarietà e severità in un cocktail micidiale. Una volta, a un esame di storia critica dei film, il padre era il professore: convinto di essere facilmente promosso, Verdone figlio fu rimandato. Altro che raccomandazioni. Nel salotto della loro abitazione, attraverso un buco nel vetro della porta, il piccolo Carlo vedeva passare tanto cinema ma soprattutto tanta musica. Lui che di padri ne aveva due: oltre a Mario, anche Alberto Sordi ("In viaggio con papà", 1982) poteva essere ritenuto un secondo mentore. La sua creatura più riuscita? "Compagni di scuola", un cult che quest'anno ha festeggiato i trent'anni. E dire che all'inizio Mario Cecchi Gori buttò all'aria il copione: c'erano troppi personaggi. Poi, alla prima, con Carlo tesissimo a valutare ogni singola mossa del produttore, alla fine della proiezione incassò la sua fiducia: "Li giri meglio di come li scrivi. L'è bbono". 

Stefano Ravaglia 

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