SILVIA ROMANO

Il rapimento della ragazza milanese crea un clima di esasperazione sui social. Articolo di Michela Di Mattia

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Sembra che la ragazza ventireenne, originaria di Milano e rapita in Kenya sia viva! A dichiararlo è Noah Mwivanda responsabile regionale della polizia della costa keniana e la sua convinzione è rafforzata dal fatto che sono stati effettuati dei rilevamenti termici, attraverso i quali è possibile localizzare, anche nelle foreste, corpi umani. Pare che il rapimento sia gestito, al momento, da solamente tre persone, che si sono staccate da altri cinque elementi, che invece sono fuggiti e di cui si sono perse le tracce. I tre sembra siano stati già identificati e la polizia del Kenya ha deciso di offrire circa 10.000 dollari a chiunque fornirà informazioni utili. Finora gli arresti effettuati sono stati una ventina, da cui gli inquirenti stanno cercando di carpire più notizie possibili che possano far giungere sia al ritrovamento di Silvia, che al movente del rapimento. Su quest’ultimo punto, le indagini sono riservate e ci si chiede se sia avvenuto esclusivamente per motivi di riscatto o invece sia l’ennesimo evento di natura islamica.

Silvia è stata rapita mercoledì 21 Novembre a Chakama, nella contea di Kilifi a circa ottanta chilometri da Malindi. Si dedicava all’assistenza di bambini e orfani per conto dell’ong Africa Milele. Il sequestro è stato segnalato sparando a casaccio colpi di kalashnikov che hanno ferito anche alcune persone(tra cui due bambini) del villaggio, dove si trovava Silvia. Da quando si è appresa la notizia, in una parrocchia di Fano(residenza della ong per cui Silvia opera), si prega affinché questa vicenda abbia presto una soluzione positiva.

A dare una grossa mano e collaborazione nelle ricerche è la popolazione del villaggio che, attraverso testimonianze varie, ha permesso di rintracciare il luogo di provenienza dei rapitori e far risalire attraverso alcuni indizi al loro domicilio, abbandonato il giorno stesso del rapimento.

Chi è Silvia Romano?

Una ragazza milanese poco più che ventenne, già volontaria in passato presso un’altra onlus italiana che si occupa di un orfanotrofio a Likoni, città della costa del Kenya. Si è laureata con una tesi sulla tratta di esseri umani e ha proseguito questo cammino con lo scopo di lavorare per la promozione umana nei paesi più poveri. Silvia non è solo questo: è una appassionata di ginnastica artistica, lavorando come istruttrice per le bimbe più piccole in una palestra del milanese, dove dava spesso prova della sua sensibilità e coinvolgendo conoscenti e amici per i progetti in cui era impegnata.

Le persone che la conoscono di lei dicono che ha organizzato diversi eventi che hanno interessato persone di sua conoscenza per dare rilevanza alle sue attività umanitarie, che sono evidenti anche nelle sue pagine social, come ormai fa la maggior parte delle persone. Ora, sia in palestra che a scuola aspettano sue notizie così come familiari e amici, che al momento non possono rilasciare ulteriori informazioni, secondo quanto indicato dalla Farnesina.

Sui social, diventati ormai delle piazze in cui ognuno dice la sua, alcuni commenti sulla notizia del rapimento sono stati non tanto di preoccupazione o di speranza, affinché tutto si risolva al meglio (dovuti a possibili interventi diplomatici), ma di insulti e appelli al governo italiano a non intervenire. "Poteva restare a casa", hanno scritto in molti. "Quanto ci costerà farla tornare a casa sua per sempre?", scrivono altri. Altri ancora invece: "Lasciatela lì, se è lì che è voluta andare".

Se è andata lì, probabilmente Silvia fa parte di quelle trecentomila persone che ogni anno dall’Italia fuggono per trovare condizioni di studio e/o di lavoro migliori. La fuga non riguarda solo i ‘cervelli’, i laureati, ma anche quei ragazzi che, pur di apprendere una nuova lingua vanno a fare lavori anche di rango inferiore rispetto a quelle che sono le loro capacità e competenze acquisite in Italia. Sia i laureati sia chi ha titoli di studi inferiori sono comunque ragazzi che rischiano, che abbandonano le comodità del luogo in cui sono cresciuti, la protezione da parte dei propri familiari per costruirsi un futuro e per conoscere altre realtà stando soli con se stessi e con le realtà in cui vanno ad agire. E coloro che hanno insultato Silvia sono la dimostrazione di appartenere ad un’Italia vecchia fatta di bambacioni, che sono solo in grado di criticare perché loro non hanno mai rischiato nulla nella vita, se non ergersi a giudici stando comodamente seduti davanti un monitor di un computer.

La vita è un bene prezioso e nessuno può stabilire se valga la pena salvarla più ad alpinisti che sfidano le valanghe, o a escursionisti che eludono un’allerta meteorologica, oppure a giornalisti che si recano in luoghi ultrapericolosi, o a persone che prendono un aereo, una nave o una macchina.

Invece di postare sui social giudizi, cattiverie e improperi, mettiamoci la mano sulla coscienza e pensiamo se al posto di Silvia, o di chiunque altro, ci fosse un nostro caro: un fratello, sorella, padre, madre, figlio, un fidanzato, un amico, insomma una persona a cui teniamo molto…e chiediamoci se penseremmo le stesse cose.

Michela Di Mattia

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