Antonio Merola

Io sono F. Scott Fitzgerald

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Antonio Merola, non è una new entry della letteratura. Nonostante la giovane età infatti vanta già diverse pubblicazioni tra prosa e poesia e su UnfoldingRoma lo incontriamo per presentare un'opera piena di impegno e qualità frutto di passione e di ricerca dal titolo F. Scott Fitzgerald e l'Italia (leggi anche la recensione).


Un excursus, dagli anni trenta ai nostri giorni, di come la letteratura di Francis Scott Fitzgerald arriva in Italia e di come il pubblico e la critica italiana lo accolgono in un clima storico non facilissimo.


Ci concede quest'intervista confermando la sua preparazione e lasciando trasparire una sicurezza frutto probabilmente di quella empatia di cui lui stesso parla al punto che quando chiedo chi sia Antonio Merola, lui risponderà: Io sono F. Scott Fitzgerald.

Lasciamolo quindi raccontarsi e raccontare il suo saggio partendo dalla domanda fondamentale


Come entra nella sua vita la letteratura americana?


Diciamo che ho cominciato dalla fine: mi sono formato sulla Beat Generation, a cui ero arrivato tramite la poesia maledetta francese e in particolare Arthur Rimbaud. A essere sincero, più che avermi formato ne subii la fascinazione. Già allora, ciò che cercavo dalla letteratura erano delle esistenze: l'America sembrava rispondere meglio di altri, persino meglio della Francia, per la quale mi pareva invece che questo fosse delimitato solo a un periodo preciso, all'equazione «letteratura come vita». Con il tempo, capii due cose: che gli americani non erano gli unici, sebbene ancora oggi ne preferisca l'attitudine letteraria; e soprattutto che la Beat Generation raccontava una vita che per me non andava oltre la fascinazione. Era una questione che riguardava l'ideale... non a caso amavo leggere Jack Kerouac, che tra i beat fu l'unico a rimanerne prigioniero. Mi pareva che Ginsberg o Rimbaud parlassero dalla cima di una montagna. E che invece Kerouac fosse l'unico a parlarmi dalle pendici. A raccontarmi cioè di come non riuscisse a salire.


Perché un saggio proprio su Francis Scott Fitzgerald?


Tutto nasce da una mia ossessione biografica. A questo, si è aggiunta per me la fortuna che con la liberazione dei diritti di Fitzgerald, tutti sono tornati a pubblicarlo: non solo la produzione romanzesca nota, quasi tutta riedita da Minimum Fax, ma anche materiale finora inedito come la raccolta Per te morirei e altri racconti perduti (Rizzoli, 2017). Ciò che sorprende però è la cospicua pubblicazione di documenti che un tempo avrebbero interessato solo gli addetti ai lavori, come per esempio Caro Scott, carissima Zelda. Lettere d’amore di F. Scott Fitzgerald e Zelda Fitzgerald (La Tartaruga, 2003), Lettere a Scottie, con lettere inedite di F. Scott Fitzgerald (Archinto, 2003), Il crollo (a cura di Ottavio Fatica, Adelphi, 2009) o Sarà un capolavoro. Lettere all’agente, all’editor e agli amici americani (a cura di Leonardo G. Luccone, 2017). Ma c'è anche un saggio di Alfonso Signorini sull'argomento, per dire. Questo significa che il fenomeno riguarda l'immaginario collettivo verso Fitzgerald, che pare essersi improvvisamente risvegliato. C'era allora da fare il punto della situazione: il saggio si ferma poco prima di questa nuova ondata, provando a mostrarne le cause.


Il suo libro racconta l'accoglienza e la disapprovazione che gli scritti di Fitzgerald trovarono in Italia. Tale disapprovazione è da considerarsi legata soltanto a un discorso di censura fascista oppure si può comunque considerare un divario sociale che rendeva tale produzione letteraria troppo diversa e forse difficile da comprendere ?


La sfortuna di F. Scott Fitzgerald in Italia è dipesa in particolare da una persona: Elio Vittorini. Si tratta di un caso davvero strano, perché riguarda una censura nella “censura”. Quando Gatsby il Magnifico (1936) viene tradotto per la prima volta da Cesare Giardini per la “Palma” della Mondadori, una collana essenzialmente popular, la pubblicazione è un fiasco assoluto. Credo però che il fascismo potesse illudersi di riconoscersi in Gastby, vedendoci a torto l'esempio americano del superuomo anti-americano. Non è un gioco di parole, credetemi: c'è una nota di Cesare Giardini che parla chiaro. Il problema vero per Fitzgerald viene dopo: quando cioè Elio Vittorini decise di pubblicare una grande antologia sulla letteratura americana, che fosse assieme anche un manuale teorico. Per fare questo, divise l'Americana in sezioni, accompagnando ciascuna con una introduzione personale. Fitzgerald capitò in una sezione minore, dedicata agli «eccentrici». Ma su Vittorini piombò la censura fascista: l'antologia uscì ugualmente agli inizi degli anni Quaranta, privata della direzione teorica di Vittorini. E, contemporaneamente, l'edizione originale (che uscirà poi solo nel 1968) circolerà clandestinamente tra gli addetti ai lavori. E qui che tutto si ferma: perché il giudizio critico di Vittorini avrà un peso enorme nel dopoguerra, con cui la critica fitzgeraldiana dovrà fare i conti.


Nel suo saggio riveste un ruolo fondamentale la biografia per poter capire l'opera attraverso l'autore. I manuali di sociologia però definiscono la biografia come una logica artificiale perché soggetta a pre interpretazione da parte di chi la scrive e di ulteriore interpretazione da chi poi legge, in base al proprio vissuto ed esperienze. Partendo da questo, fino a che punto una biografia (o autobiografia) può essere un punto di partenza inequivocabile per l'analisi di un'opera?


«Io sono Fitzgerald» con cui abbiamo cominciato questa intervista andrebbe forse corretto in una frase diversa: «io sento come Fitzgerald». Ecco la critica empatica. In questo gioco, la biografia è essenziale. Assieme a una qualità precisa: l'empatia. Chiunque di noi ha uno o più autori con cui ha vissuto ciò che ho provato io con Fitzgerald. Non dimentichiamoci che gli autori sono (o erano) persone. E che la critica empatica è un metodo di indagine che non vale sempre. Chi fa critica, può adottarla solo con certi autori. Ora il problema è: quand'è allora che si può usare questa metodologia? L'empatia è una esperienza, non significa. E questo perché l'empatia esiste, checché ne dicano i manuali: ciò che può fare il critico empatico è uno svelamento. Non riguarda la critica psicoanalitica, perché là il critico si fa terapeuta, si distanzia cioè dall'autore. Qui invece la distanza viene annullata, in favore della coincidenza biografica e intimistica. Provo a metterla così: ho vissuto esperienze private analoghe a quelle di F. Scott Fitzgerald, al punto che talvolta le sue hanno anticipato o impedito le mie; ci sono state volte in cui ho potuto direzionare la mia vita grazie a un cambio di cosa, perché Fitzgerald aveva invece tirato dritto. Altre, invece, in cui ho sentito dirgli: fidati di me. Si potrebbe muovere una critica alla critica empatica: che sia qualcosa di elitario. Per me, si tratta di un dono: il critico può farsi critico empatico solo raramente. Quando ciò avviene, il critico dona al lettore lo svelamento di cui parlavo. Al lettore, non resta che capire se abbia davvero di fronte un critico empatico o un pazzo. E per fare questo, come per le migliori storie, deve abbandonare qualsiasi giudizio di partenza: se il critico è empatico, se ne accorgerà nella lettura, che sarà quasi una esperienza magica, ma che invece ha molto di umano: senza empatia, non siamo niente.


Se negli anni sessanta si notavano alcuni parallelismi con la società del tempo oggi il “Grande Gatsby” non è da considerarsi ugualmente attuale?


Il Grande Gatsby è il libro con cui quasi tutti (me compreso) scoprono F. Scott Fitzgerald. È chiaro: il motivo è che si tratta di un romanzo assoluto, in cui Fitzgerald si nasconde nel simbolo. Che cosa significa la luce verde? La risposta è proprio l'assoluto che fa il romanzo. E in quanto tale, riuscirà a parlarci per sempre. Ma se si leggono le opere di Fitzgerald in ordine cronologico, ci si accorge della presenza privilegiata che il rapporto con la moglie Zelda occupa in ogni libro. È lei, il vero assoluto di Fitzgerald. Riprendiamo la biografia. Quando scrisse Gatsby, Zelda aveva avuto i primi sintomi di schizofrenia: da là a poco, sarebbe stata ricoverata in una clinica psichiatrica. La luce verde allora non è altro (o meglio, è anche) una prima reazione: Fitzgerald che guarda la normalità di Zelda allontanarsi dalle loro vite. Questo non è evidente a priori dal testo, me ne rendo conto: non solo perché bisogna fare interferire la vita privata dell'autore (e come cerco di dimostrare nel saggio, la scrittura di Fitzgerald riflette sempre la vita della coppia), ma perché il critico deve anzitutto sentirlo. Ecco che Gatsby si trasformerà in una storia ancora più profonda. Quale? Spero che lo scoprirete nel saggio.


Vittorini definisce quella americana una “letteratura universale a una sola lingua”. Considerando il momento storico e sociale che stiamo vivendo, si può presagire per l'Italia uno stesso tipo di evoluzione che possa amalgamarsi al nostro background letterario?


Il discorso di Vittorini si porta ancora più avanti. Ci aveva visto giusto: l'America per lui era già il colosso mondiale che è oggi. E per via di quel gigantismo in ogni aspetto della società, ma in particolare dal fatto che negli States coabitassero più nazionalità diverse (pensiamo ancora una volta a cosa accade invece oggi...), credeva che la letteratura americana dovesse considerarsi una letteratura universale. Diceva universale, perciò persino oltre il metro occidentale. A questo punto, traeva una ulteriore considerazione: una letteratura universale, che parlasse cioè a tutti gli uomini, è necessariamente Poesia, al di là della forma o del genere. E poi, una stranezza: il poeta migliore era Ernest Hemingway. Non a caso, la critica fitzgeraldiana dovrà intraprendere una assurda battaglia qualitativa. Per superare il giudizio di Vittorini, bisognava dimostrare che Fitzgerald fosse migliore di Hemingway. Che invece Fitzgerald fosse un poeta, lo davano per scontato. Ma la domanda provocatoria che là veniva data per scontata e cioè se un romanzo possa o meno essere considerato poesia, non mi sembra che sia stata ancora risolta. Anzi, oggi il mercato ha costretto la letteratura ad arroccarsi nella fortezza del genere. Per tornare alla tua domanda (cazzo, mi ucciderai se divago ancora): non credo sia possibile. Anche il piano teorico di Vittorini crolla, quando alla letteratura americana non c'è più il contraltare del fascismo. Ciò che dovremmo cercare di fare oggi è una globalizzazione letteraria: smetterla di parlare di letterature e provare a congiungere i fili di una letteratura universale.


Oggi, a parte i grandi nomi, quanta letteratura americana arriva nelle nostre librerie?


Tanta, per fortuna. Può accadere che vengano ripescati autori dimenticati come è successo per Stoner di John Williams, pubblicato da Fazi (2012). O che alcune case editrici intelligenti vadano a prendersi le opere minori degli scrittori americani classici o ancora scrittori americani mai pubblicati in Italia per rafforzare la casa editrice stessa. In generale, ciò che mi ha sempre sbigottito dell'America è questo paradosso: benché sia la madre del capitalismo, quando si trova tra le mani autori come Wallace, riesce a farli diventare comunque bestsellers. Credo sia una questione che riguarda l'ampiezza del mercato assieme alla diffusione della lingua inglese (o americana che sia). Il problema italiano non riguarda oggi il rapporto con la letteratura americana, ma è semmai come fare a esportare i nostri autori altrove.


C'è secondo Lei in Italia un autore che ricordi Francis Scott Fitzgerald e il suo realismo psicologico?


No. Questo è stato l'appellativo dispregiativo con cui l'ha definito Vittorini, che non condivido affatto. Fitzgerald ha dovuto affrontare una vera e propria battaglia con la psichiatria, per cui il concetto nella sua scrittura ha assunto una valenza biografica esclusiva. Ma so dove vuoi arrivare. Se ho parlato di critica empatica, dovrei dirti infine che quello scrittore sono proprio io. Però sentire allo stesso modo, non significa avere una eguale capacità narrativa. E per fare lo scrittore, servono entrambe.


Si dice sempre che l'editoria italiana sia in crisi: pochi lettori contro molti titoli pubblicati. Cosa ne pensa?


L'Italia ha adottato in parte il modello editoriale americano, che nasce agli inizi del Novecento: ciò significa che un autore esordiente deve confrontarsi prima con le riviste, poi con delle figure intermediarie come le agenzie letterarie e gli editori. Ciò che però è accaduto in Italia, è stato l'adagiarsi su una editoria borghese. Questo significa che qualcuno ha guadagnato una autorevolezza di circostanza, ma allo stesso tempo che quel qualcuno è un passaggio obbligato per un autore esordiente. Queste cose non te le insegnano a scuola. Chi prova a lavorare nell'editoria, le impara con il tempo. C'è però un secondo problema: in Italia ci sono troppe case editrici inutili. A volte per Yawp [n.d.r. rivista di cui Merola è cofondatore] mi arrivano testi editi di autori bravissimi, che però per ingenuità hanno pubblicato con l'editore sbagliato. Ciò che consiglio io è il consiglio di Giovanna Vivinetto, che ho fatto mio: non bisogna avere fretta, l'editoria ha tempi lunghissimi. Se potete, trovatevi un agente in gamba. Se non potete, controllate sempre la distribuzione dell'editore e se questo abbia o meno un ufficio stampa. E se proprio non sapete chi avete di fronte, provate con Writer's dream: è una piattaforma utile per un esordiente, perché propone una scheda per ogni editore. Se sotto c'è qualche magheggio, lo scoprirete subito.


In brevissimo tempo si è passati dall’ e-book agli audiolibri. Il suo parere


A me non piace leggere in formato elettronico. C'è un aneddoto che però bisognerebbe considerare: quando si passò dal manoscritto alla stampa, ci fu una fortissima resistenza da parte dei lettori forti. Ecco, quella resistenza avviene anche oggi. Con la differenza che sebbene la tecnologia abbia intaccato ogni aspetto delle nostre vite, tanto che ci stiamo avvicinando passo passo al famigerato internet delle cose, per qualche ragione l'ebook e gli audiolibri sono per ora una proposta alternativa alla carta ancora molto debole. Una bella materia di discussione per l'antropologia.


Gli influencer nell'editoria muovono davvero il mercato?


Prima di giudicare gli influencer, bisogna accettare una cosa: anche la letteratura è un mercato. E se non vogliamo parlare di letteratura e mercato nella stessa frase, possiamo correggerla dicendo che anche i libri circolano come merce all'interno del mercato. Credo che il problema sia da porre in maniera diversa: lo scrittore ha una parte creativa che è la più importante. Poi c'è una parte professionale che non solo si mischia con la parte creativa, ma che è essenziale una volta che il libro viene pubblicato. Se pubblichi qualcosa, stai cercando di condividere con qualcuno ciò che hai scritto e, a meno che quello non sia l'unico libro che scriverai nella tua vita, anche di farne una professione. In questo contesto, l'influencer è solo un mediatore: voglio dire che permette al prodotto libraio di arrivare a più persone, ma quelle persone una volta che decidono di comprarlo avranno in mano il libro. E lì che avviene la sfida. Certo, il lettore può essere educato: per questo però il libro di qualità deve utilizzare le stesse armi promozionali del libro commerciale. Il più delle volte, la divaricazione avviene nel momento promozionale: non sempre per il libro di qualità viene mossa la macchina usata per il libro commerciale. E book blogger che promuovo qualità, per fortuna esistono. Sapere chi siano, fa in qualche modo parte della professione.


Nella sua vita ci sarà ancora letteratura d'oltreoceano oppure ha altri progetti?


Sto lavorando alla storia nascosta del romanticismo americano. C'è un romanticismo cioè che è proprio degli States e che si differenzia da quello europeo. Le coordinate principali sono: la nascita della scrittura come una professione, il rapporto tra biografia e scrittura, l'isolamento rispetto a una scuola o a una corrente dominante e infine una scrittura che tenda al lirismo. Il progetto è cominciato sulla rivista Flanerì, per cui mi sono occupato di una linea che va da Jack London a Jack Kerouac. E questa volta, non avrà a che fare con la critica empatica: ma è una storia che voglio tirare fuori, in un modo o nell'altro.

Grazie ad Antonio Merola

Francesca Uroni 


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