FELICE PULICI, ADDIO A UN LAZIALE VERO

FELICE PULICI, ADDIO A UN LAZIALE VERO

A 72 ANNI SE NE VA UN ALTRO PEZZO DELLA STORIA DELLA LAZIO.

369
stampa articolo Scarica pdf

Se ne è andato anche lui, il portiere dello scudetto ’73-’74, un allenatore settore giovanile prima, dirigente poi, sia nella Lazio di Chinaglia che in quella di Lotito, avvocato importante e soprattutto persona vera, di quelle che non hanno mai fatto zero a zero, nè nelle dichiarazioni nè nei fatti.

A differenza di altri colleghi non ho avuto il piacere di conoscerlo, di avere una sua intervista, ma la sua presenza è sempre stata costante laddove si parlasse di calcio, ma soprattutto di Lazio. Opinionista senza peli sulla lingua, sempre un’idea precisa e nessun problema a tornare indietro se il suo pensiero iniziale non era giusto. Grande conoscitore di calcio ed esperienza da vendere maturata principalmente in quella Lazio maledetta del primo scudetto marcata Maestrelli-Lenzini, dirigente nella Lazio scudettata di Cragnotti, ha partecipato attivamente con il Presidente Lotito nella difesa nel processo di calciopoli e rivestendo anche la carica di Rappresentanza della Società Lazio quando Lotito fu inibito per due anni.

Si può tranquillamente dire che Pulici è la Lazio e la Lazio è Pulici, 72 anni li avrebbe compiuti il 22 dicembre, tra pochi giorni, 72 di cui 46 con il mondo Lazio sulle spalle. Tutto è iniziato quando la Lazio di Tommaso Maestrelli ha avuto bisogno di un portiere, un N.1 su cui puntare per tentare la scalata (impossibile da credere almeno all’inizio) alle zone alte della classifica. Acquistato dal Novara nel 1972, per cinque anni ne è il titolare senza saltare nemmeno una partita, protagonista in quello spogliatoio dove c’era un muro a dividere i giocatori della stessa squadra, lui dalla parte di Chinaglia, Wilson, Garlaschelli, Oddi e Petrelli e tutto il resto dall’altra parte, un muro quasi invisibile, ma talmente importante da non oltrepassare, i ricordi di scazzottate, pugni e calci non sono leggende, ma verità mai nascoste. Dopo la felicità dello scudetto inizia la maledizione che ogni laziale, grande o piccolo che sia, porta dentro di se, di padre in figlio si tramandano i racconti delle vittorie di quella squadra e le maledizioni successive, prima la morte dell’allenatore Tommaso Maestrelli, poi il doloroso incidente che coinvolse Re Cecconi lasciarono tracce indelebili in tutti i protagonisti di quella Lazio. Felice giocò fino al 1982, con una parentesi al Monza e all’Ascoli per colpa di Vinicio, per terminare poi con la maglia della Lazio la sua carriera.

Dal campo alla scrivania il passo è breve e Chinaglia non ci pensa su due volte a dare a Pulici un ruolo in quella nuova società con speranze americane, ma purtroppo senza fondamenta solide. Direttore generale per tre anni, poi con la dipartita di Chinaglia anche Pulici abbandona per poi tornare con Cragnotti, dopo la laurea in giurisprudenza, per prendere le redini del settore giovanile. Un pilastro in quella Lazio che in quegli anni brillava in Italia e in Europa, vittorie che si susseguivano e che hanno lasciato nella mente di ogni laziale euforia e gioia, Pulici era quello sempre presente, sempre pronto a metterci la faccia anche in quelle poche occasioni di sconfitta come a Parigi nella finale persa contro l’Inter in coppa Uefa.

Nel dopo Cragnotti viene chiamato da Claudio Lotito in società, difese la società in ogni causa diventando in effetti l’avvocato della Lazio e quando il Presidente fu inibito ne divenne rappresentante legale riguardo ai tesseramenti, campagne acquisti e cessioni. Il suo rapporto con Lotito non fu proprio dei migliori, sempre senza peli sulla lingua ne criticò molto la sua gestione e il suo allontanamento fece discutere e non poco il mondo Lazio. Ospite come opinionista in molte radio romane non è mai mancato il suo spirito critico, ma ha sempre elogiato quando c’era da farlo l’operato della società, insomma mai banale e soprattutto mai con livore gratuito.

Sempre disponibile a partecipare ad eventi Lazio, sempre in prima fila per lottare quando le cose non andavano bene, sempre pronto a unire e mai a dividere, un laziale vero.

GIUSEPPE CALVANO


© Riproduzione riservata