Pietro Marone

Fino al 6 gennaio all'OffOff Theatre il nuovo lavoro di Pietro Marone:la nostra intervista con l'autore e la recensione dello spettacolo.

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Incinto è lo spettacolo che sta andando in scena al OffOff Theatre di via Giulia. Scritto da Pietro Marone e presentato dall'Associazione Altra Scena, lo spettacolo si avvale della bravura di Olivia Cordsen, Luca Di Capua, Luca Forte e Cristina Todaro, diretti da Tommaso Arati Di Maida e dallo stesso Pietro Marone.

In scena qualche sedia, un tavolino e un divano. Un semplice interno e quattro amici che si fronteggiano su un argomento che sembra essere un must: la maternità. Quanto poi sia realmente sentita, questa maternità, è un argomento, ancora oggi, non politically correct. Per cui, meglio i luoghi comuni. Ed è questo il punto di partenza della piéce di Pietro Marone, che lascia il finale aperto, a disposizione di chiunque voglia parlare di maternità con responsabilità, senza battute ovvie o copioni da salotti piccolo borghesi. Ma anche alti....tanto sempre di ottusi si parla.

Del percorso che ha portato alla nascita di questo lavoro, ne parliamo con l'autore, Pietro Marone.

Da cosa trae spunto la sua drammaturgia?

Ho iniziato a pensare a questo testo un paio di anni fa. Era un periodo particolare. Una persona a me cara non riusciva ad avere figli con la moglie e si sfogava molto con me. Inoltre ero preso da milioni di pensieri, che ancora oggi non mi abbandonano definitivamente, e che probabilmente non mi lasceranno mai: il lavoro precario, il futuro incerto, le prospettive sfocate. Inoltre, mi ritornò all’improvviso un “rigurgito emotivo” nei confronti di mia madre, perché dodici anni prima aveva adottato mio fratello: ho tre fratelli, che amo immensamente, e uno di questi è adottato. Ho riversato su mia madre le mie insicurezze e il mio bisogno di attenzioni, mettendo cause che hanno poi avuto i loro effetti. Sentivo il bisogno di creare qualcosa che venisse da me, in modo prorompente, che potesse lasciare un segno e che mi permettesse di identificarmi, non tanto nei confronti degli altri, quanto davanti a me stesso. Un po’ come il personaggio di Carmelo. Posso dire con certezza di non essere stato troppo cosciente durante il processo creativo, ma è stato un percorso di elaborazione che mi ha aiutato ad individuare il valore e il significato delle esperienze vissute. Un ringraziamento particolare va al regista Filippo Gili: il suo modo di approfondire le dinamiche umane attraverso il teatro, il suo stile recitativo, mi hanno guidato nella stesura del testo.

Una cosa che mi ha colpito è che nessuno chiede al futuro padre come sta. Sono tutti preoccupati delle questioni etiche, morali, di affrontare il proprio disagio e non pensano che anche lui sta affrontando una situazione difficile. È una scelta drammaturgica per sottolineare l'egoismo della nostra società o solo un caso?

Nessuno dei personaggi è disposto a credere all’evento scatenante. Devono giustificarlo filosoficamente, devono farlo passare attraverso la macchina quadrata della ragione, non certo con la visceralità. Chiedere “come stai” è un “soft - viscerale”, non prevede pensiero ed è una domanda che detiene dentro di sé un’accettazione o un’ ipocrisia che soltanto le persone che non si frequentano possono utilizzare con tanta facilità. I Tre co-protagonisti preferiscono rimuovere e, quando vengono messi alle strette da Carmelo, scelgono di deresponsabilizzarsi. Se li dovessimo giudicare in maniera veloce, oserei dire vili. Egoisti, forse, lo sono tutti e quattro, ognuno a modo proprio. Tutta la pièce ha come sfondo il “non detto” e questo porta a situazioni confusionarie ed incomprensioni, all'interno delle quali ognuno dei personaggi si sente legittimato a credere che sia l’altro ad essere un egoista e un codardo.

Perché una donna deve per forza avere un figlio?

Probabilmente sono la persona sbagliata a cui chiederlo. Posso intuire che in ogni donna ci sia una minima percentuale istintivo - materna che grida forte questo bisogno. Ma in realtà conosco molte donne che ne farebbero volentieri a meno. Credo che la procreazione sia un concetto strettamente legato alla morte: so che morirò e che metterò al mondo qualcosa di mio che proseguirà la mia immagine. Che sia uomo o che sia donna – e qui forse troviamo l’egoismo o il narcisismo - credo che sia la fine a giustificare il principio. Chissà in futuro quanti modi alternativi si troveranno per dare la vita: la clonazione, ad esempio.

La gravidanza maschile non è una novità: può accadere nei transgender che non procedono alla rimozione delle ovaie. Eppure non se ne parla. È un tabù così forte?

Come dicevo prima la procreazione è un sistema universale che senz’altro tocca tutti, uomini e donne ed è un potere a tutti gli effetti. È significativo che una donna che decide di diventare un uomo scelga di non rimuovere le ovaie. Forse essere un transgender potrebbe non essere legato effettivamente al desiderio di essere altro da sé, quanto al desiderio di capire che ciò che mi sento di essere passa attraverso una mutazione fisica. È il passaggio stesso che mi rappresenta, non il risultato. La difficoltà nell’accettare che una persona sia diversa da me è, purtroppo, un concetto che esiste dalla notte dei tempi. Si ha paura di ciò che reputiamo diverso da noi e quindi lo ignoriamo, lo allontaniamo. La paura non è altro che vietarsi la possibilità di uscire dalla zona di comfort, di vedere cosa c’è fuori le proprie sicurezze e questo porta ad un'assenza di cultura e di interesse nel comprendere l’altro. Questi sono discorsi fatti. Ora bisogna fare!

Trystan Reese a Portland, nell'Oregon, circa un anno fa ha dato alla luce un bambino. In un'intervista ha dichiarato di essere stato accolto benissimo nella sua città, mentre sulla rete i commenti sono stati spesso crudeli. Un messaggio ricevuto, diceva: "Da Cristiana, spero che darai alla luce un bambino morto perché per lui sarà meglio la morte che nascere da uno come te". Essere felici per le gioie altrui è un concetto così estraneo alla cultura occidentale? O anche semplicemente il rispetto della vita altrui? 

Purtroppo il fanatismo ipocrita di certe persone che professano di amare gli uni e gli altri e poi si scagliano con così tanta violenza sia con gli uni che con gli altri, esiste da sempre. Per quanto riguarda l’essere felice per le gioie altrui...se non riusciamo ad essere felici di quello che abbiamo, come facciamo ad essere felici di quello che hanno gli altri? Siamo più portati a concentrarci su quello che ancora ci manca. Viviamo in un periodo in cui le persone vogliono mostrare a tutti i costi la loro apparente felicità, sui social per esempio, e l’invidia trova pane per i suoi denti. Dovremmo imparare ad essere felici per gli altri, dovremmo acquisire più consapevolezza del nostro valore per riconoscerlo negli altri: un percorso religioso, artistico o culturale dovrebbe avere proprio il fine di creare valore.

Nella prima parte della sua pièce, i quattro personaggi recitano una serie di luoghi comuni, pregiudizi ed affermazioni superficiali. Quali sono, secondo lei, i veri argomenti dei quali si dovrebbe discutere quando si decide di fare un figlio o di adottarlo? 

Cercare di essere coerenti con i propri desideri. Sono felice? Per esserlo ho bisogno di un figlio? Credo che fare un figlio mi darà la felicità? Se sì, allora che lo si faccia, altrimenti no. L’egoismo può anche essere utilizzato in modo costruttivo. La nostra generazione è la più precaria in assoluto, mentalmente ed economicamente: fare un figlio, oggi, è un’utopia. Il primo problema è quello economico. Magari hai studiato e ti ritrovi a fare un lavoro che non ti gratifica, dove senti di non creare valore. In una situazione simile, fare un figlio diventa più una rivincita che un desiderio ed è alto il rischio di riversare le tue frustrazioni proprio su quei figli che hai tanto desiderato. E poi si va tutti in psicanalisi! Per quanto riguarda l’adozione la domanda giusta è sempre la stessa: è conforme ai miei desideri? Per esperienza personale aspetterei che i figli biologici, qualora ci fossero, abbiano almeno diciott’anni.

Ad un certo punto, la moglie, sterile, urla al marito incinto “e tu che fai? Mi rubi il posto?”. La gioia dell'avere un figlio è davvero così meschina, legata alla genitorialità non in quanto tale, ma solo se rientra in certi canoni?

Ho visto tante coppie volere un figlio solo perché erano una coppia e quindi era un passaggio obbligato. È uno status quo proveniente da un pensiero piccolo borghese, probabilmente anche di derivazione religiosa. Studio, lavoro, casa e famiglia. La vita non può essere solo questo! Carla, la moglie di Carmelo, è un personaggio gretto, ipocrita, è un antagonista che non sembra esserlo. Sembra avere le sue ragioni quando moralizza sull’aborto, si riempie la bocca di adozione e poi, appena si presenta l’occasione di fare il figlio tanto desiderato, si tira indietro e agisce per abortire il “mostro”. Difatti è significativo che, verso la fine, diventa una bambina che non ha il suo giocattolo, prima di addormentarsi. È l’antagonista. Passivo e aggressivo. Ma non te ne accorgi. Imparare ad empatizzare con le fragilità altrui, è estremamente difficile.

Se veramente fossimo stupiti davanti al mistero della vita, dovremmo esserlo in entrambi i casi: sia che la vita la dia la madre sia che la dia il padre. Giorni fa, sotto casa del sindaco di Parma, Pizzarotti, è apparso lo striscione “mamma e papà. Tutto il resto è omofollia”. Cos'è invece negare ad un minore il diritto ad una tutela giuridica come ogni altro figlio, solo perché ha due genitori dello stesso sesso?

Trovo assurdo che venga negato a persone, che siano dello stesso sesso o che non lo siano o che siano anche solo semplicemente persone senza un partner, la possibilità di prendersi cura di qualcuno. Chi sono io per giudicare il tipo di amore che darai a questo figlio adottato, chi sono io per dire a priori che due uomini o due donne non sono in grado di gestire un figlio e amarlo. Credo che sia fondamentale educare i bambini fin da piccoli ad accettare l'altro. Ma i muri ci sono e sono grandi, nel nostro paese in special modo.

Ha avuto reazioni offensive dopo aver presentato il suo lavoro? 

No, nessuno ha mai avuto reazioni sgradevoli. Devo dire che i feedback sono sempre stati interessanti e positivi. Qualcuno lo ha simpaticamente paragonato ad una puntata di Black Mirror o alla pièce Carnage, e sono molto onorato di questo. Ho saputo di coppie che qualche giorno dopo aver visto lo spettacolo si sono lasciate. Ma reazioni offensive ancora no. Rimane comunque un finale aperto. Penso si percepisca una provocazione, non certo un’imposizione idealistica. Per cui, alla fine, ognuno può vederci quello che vuole.

Alessia de Antoniis

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