Ferdinando Ceriani Diario Di Una Casalinga Disperata

Ferdinando Ceriani Diario Di Una Casalinga Disperata

Fino al 20 gennaio all'Eliseo Off Ferdinando Ceriani dirige Carla Ferraro e Mauro Santopietro nel testo che ha ispirato Desperate Housewives - intervista di Alessia de Antoniis

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Ha debuttato all'Eliseo Off Diario di una casalinga disperata, scritto e diretto da Ferdinando Ceriani, liberamente ispirato al best seller del 1967 Diary of a Mad Housewife di Sue Kaufman, con Carla Ferraro e Mauro Santopietro.

All'interno di una scenografia minimalista che ricorda un interno anni Settanta, Tina Balser (Carla Ferraro) inizia a parlare di sé, del suo malessere, esplorando i lati oscuri della sua mente attraverso il suo “resoconto” su un diario, mentre si aprono, come in una scatola cinese, tanti episodi della sua vita passata che si incasellano durante lo spettacolo. Con lei, in scena dall'inizio alla fine, Mauro Santopietro, che riesce a dare voce a tre uomini diversi, trasformandosi rapidamente in uno o nell'altro. L'unico oggetto di scena è un armadio, che cambia funzione diventando, a seconda delle necessità, armadio, letto, studio dello psicologo. Ferdinando Ceriani mette in scena uno spettacolo dal ritmo dinamico, arricchito dalle musiche del 1967, anno di pubblicazione del romanzo, che spaziano da Tina Turner a Ray Charles alla prima Cher.

La domanda che ti fai fin dall'inizio dello spettacolo è: se sei una donna bella, intelligente e capace, perché hai bisogno di un idiota che ti apprezzi? Se lui è un uomo privo vi valore, come fa a ri-conoscerlo in un altro essere umano? La donna in questione è Tina Balser. Chi è? Lo dice lei stessa: “io sono quella piatta come una frittata”, come quando vedi Willy coyote spiaccicato per terra che cerca di rialzarsi. È una casalinga disperata, che va avanti incurante del dolore, proprio come i Looney Tuns. Non importa da quale altezza cada: lei si rialza e va avanti. Ma non è un cartone animato. È una donna. E come lei ce ne sono tante, ce n'erano quando è stato scritto il libro e ce ne sono ancora oggi, nel 2019. Loro sono uomini deboli, spesso narcisisti, sicuramente egotici. Ma il problema non sono loro, quanto le donne che si mettono deliberatamente in una prigione dorata, vittime di aguzzini in fuoriserie, armati di carte di credito platino, incapaci di provare amore se non verso se stessi.

Ferdinando Ceriani, autore e regista, ci accompagna alla scoperta di un testo che appartiene allo scorso millennio, ma che sembra profumare di inchiostro fresco.

Come hai scoperto questo romanzo? Lo hai riadattato?

Il libro me lo ha fatto conoscere Carla Ferraro, la protagonista che interpreta Tina Balsen. È il romanzo che ha poi generato il ciclo delle mad housewife novels, dal Diario di Bridget Jones a Desperate housewives. Per la prima volta le donne sfuggivano a quel cliché di moglie di un marito di successo e tiravano fuori i loro disagi sociali, la loro insoddisfazione di vita. Quando l'ho letto mi è sembrato un romanzo estremamente attuale e mai ovvio. Lei addirittura si sente in colpa per non essere felice, per non essere una donna soddisfatta; perché non è una casalinga povera, ma ha sposato un avvocato di successo, appartiene alla upper class newyorkese. Ma non è felice. In realtà voleva fare la pittrice, non la casalinga. E tutti gli uomini che incontra nella sua vita, lo psicologo, il marito e anche l'amante, tenteranno sempre di ricacciarla in questo ruolo preconfezionato di moglie che deve soddisfare l'uomo. Non deve avere aspettative, non deve avere sogni, non deve poter sviluppare un proprio percorso di soddisfazione sociale. Da qui anche l'idea, che mi divertiva, di adattare il testo a soli due personaggi: la casalinga disperata, interpretata da Carla, e Mauro Santopietro, che interpreta le tre figure maschili, che ruotano intorno a questa donna: il marito, lo psicologo e l'amante. Mi sembrava interessante far capire allo spettatore che lei non si scontra contro una figura o un'altra, si scontra contro un unico essere a tre teste, il maschilismo, una società fortemente impregnata di principi maschili e che rifiuta spesso spazio alla donna. È un problema attualissimo, perché ancora oggi si parla di diversità retributiva, pregiudizi pazzeschi sulla donna lavoratrice, sulla donna indipendente, che viene ancora etichettata come una fuorviata, una poco di buono.

Nel 1957 l'attivista americana Betty Friedan affrontò uno studio su donne di mezza età, laureate o d'istruzione superiore, che si erano dedicate esclusivamente a una vita di casalinghe, pubblicando poi il libro “La mistica della femminilità” nel 1963, descrivendo quello che chiamò "il problema senza nome". Il film Mona Lisa Smile, con Julia Roberts, ambientato nel 1953, parla di una scuola superiore dove ragazze della upper class vengono istruite per diventare casalinghe di lusso. Abbiamo abolito quelle scuole, abbiamo dato un nome al problema, ma il problema esiste ancora dopo sessant'anni?

Per questo mi ha affascinato questo romanzo, per la modernità con cui questa donna parla del suo malessere. Tina Balser racconta: ad un certo punto mi si è come rotta una molla dentro e ho cominciato a sentirmi in colpa per questo non essere soddisfatta della mia vita. Questo è estremamente importante: il senso di colpa è atavico nella nostra cultura. Non dimentichiamoci del mito di Adamo ed Eva. Viviamo in una società, quella occidentale, con forti condizionamenti religiosi dove la donna è sempre colpevole nei confronti dell'uomo. Tina Balsen dice: io non capisco perché mi sento così. All'inizio lotta, pensa di essere malata. Va dallo psicologo che le dice: ma perché devi essere così? A te manca una cosa sola, un uomo, una famiglia felice e sarai serena. Che altro vuoi dalla vita? Lei voleva fare la pittrice. Ancora oggi è così. Pensiamo oggi all'immagine di Trump con la moglie. È l'incarnazione di una certa mentalità: una donna bella, intelligente, che si mette lì, come un pupazzo, vicino ad un simile mostro, che accetta di essere esibita come oggetto del desiderio. Trovo che siamo ancora molto indietro e questo testo parla di problemi assolutamente attuali. Purtroppo viviamo ancora in una società fondata su principi maschilisti, ma non possiamo cancellare in mezzo secolo migliaia di anni di storia basata su una società con l'uomo che domina una donna sottomessa. È un tema che va assolutamente dibattuto, digerito, maturato. È chiaro che oggi c'è molta più libertà, molte donne hanno ruoli importanti, ma, nella stragrande maggioranza delle situazioni, la donna è ancora un oggetto. Si dice che dietro un grande uomo c'è una grande donna: perché non si dice mai il contrario? Anche nel parlare comune, che evidenzia un modo di pensare generale, la donna rimane dietro l'uomo. Ecco perché è un romanzo attualissimo e ne ho voluto realizzare un riduzione teatrale. Mi sono concentrato sul rapporto tra Tina e questi tre uomini, ma ho cercato di farlo con leggerezza.

Nel 1988 esce il film Una donna in carriera con Melanie Griffith, dove lei dice «Ho un cervello per gli affari, e un corpo per il peccato. Ci trova qualcosa da ridire?». Harvey Wenstein è stato il personaggio più ringraziato durante le notti degli Oscar degli ultimi anni da donne che poi lo hanno denunciato. Forse noi donne dovremmo avere comportamenti differenti e crescere generazioni diverse, invece che adeguarci a vecchi modi di agire?

Non è facile essere sempre eroi. Probabilmente molte attrici sapevano che se avessero denunciato anni fa, o si fossero opposte a Wenstein, non avrebbero più lavorato. Non è sempre tutto così facile. Credo che quando si è in una situazione di difficoltà, sia difficile essere eroi. Io non giudico, trovo solo bello che questa notizia sia uscita fuori. Credo se ne debba parlare, anche se in ritardo, anche se c'è chi magari se ne è approfittata. Non credo sia facile per una donna denunciare una cosa del genere, come ogni tipo di violenza. Pensiamo a tutti i ragazzi abusati durante la loro adolescenza che trovano il coraggio di parlare dopo molto tempo. Sono dei traumi dei quali non è facile parlare. Sono felice che questa storia sia diventata di pubblico dominio, perché ogni volta che se ne parla è un bene. Poi una donna può gestire il proprio corpo come vuole. La donna è più forte dell'uomo, ecco perché l'uomo per secoli l'ha tenuta in un angolo.

In Italia si registra un femminicidio ogni 72 ore….

Questo perché l'uomo ha paura della donna. Un uomo picchia e uccide una donna perché non la sa gestire. L'uomo ha la forza fisica ma non ha la stessa forza mentale, per cui ci troviamo spesso in condizione di inferiorità e subentra la violenza, il sopruso, la minaccia, il ricatto sessuale sul lavoro. Sono tutti argomenti , presenti nello spettacolo e non ancora risolti. C'è sicuramente una maggiore libertà, le donne hanno raggiunto traguardi impensabili fino a venti o trenta anni fa, però siamo davanti ad un grande problema ancora da risolvere. Ecco perché è un bene che se ne parli e se ne prenda coscienza ed è uno dei motivi per cui ho messo in scena questo spettacolo. Tina è una donna di un certo livello culturale, sociale, ma è anche onesta, ad esempio quando dice: probabilmente sono una casalinga disperata, ma forse ho accettato tutto questo perché è quello che io voglio; l'importante però è che lo decida io e non che me lo impongano dall'esterno. Alla fine lei resta con il marito, per un senso di responsabilità nei confronti di quello che ha costruito, delle figlie, ma in modo nuovo: agendo sulla sua vita, non subendola.

Una recensione su Variety del 1970 dipinge Tina come una perenne vittima. Se la guardi in quest'ottica sei davanti ad una donna non sana che sceglie uomini non sani che, in fondo, le corrispondono. Lo psicologo è un narcisista, il marito anche. Hai accolto, almeno in parte, questa lettura del testo?

Il marito è sicuramente un egocentrico, ma è stato abituato a pensare in questo modo, ossia che la donna sia al suo servizio. L'amante è uno scrittore off Broadway, narcisista, ossessionato dal sesso, che non intende avere con lei nessun tipo di rapporto intellettuale od affettivo. Non credo sia una disadattata: probabilmente la versione cinematografica punta molto sul rapporto sbagliato col marito e lei diventa la classica donna che cerca uno sfogo, una rivincita, con l'amante, che è un pessimo personaggio. Nel film il marito è dipinto come un inetto, mentre nel romanzo, e nel mio adattamento, pur senza sapere nulla dell'amante, lui prenderà coscienza del suo comportamento sbagliato e, nella scena finale, che manca nel film, riconosce il suo comportamento sbagliato e si assumerà le sue responsabilità. È una presa di coscienza e un'assunzione di responsabilità per averla trattata male. Nel film tutto questo non c'è. Anzi, se vuoi è un adattamento maschilista perché fa ricadere la colpa su di lei, dipinta come una donna malata che sceglie persone sbagliate.


All'Eliseo Off fino al 20 gennaio, Diario di una casalinga disperata è un piccolo gioiello per guardare, come spettatori invisibili in uno spaccato di vita quotidiana, la vita che potrebbe essere di una tua amica, della tua vicina di casa...oppure la tua, ben nascosta sotto abiti firmati, rallegrata da feste e vernissage, mentre sprechi il tuo infinito potenziale preparando valigie per un marito che potrebbe farsele da solo, organizzando cene per gente di cui forse non ricordi neanche il nome, convinta che Tina sia rimasta nel secolo scorso, nel millennio scorso, e non possa essere quella seduta sul divano del tuo bellissimo salone.


Alessia de Antoniis




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