Antonio Gerardo D'Errico

L'intervista all'autore di "Morte a Milano - Ernest"

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Incontriamo Antonio Gerardo D'Errico scrittore e poeta la cui produzione spazia dalle opere teatrali, ai romanzi e alle biografie.  In questa intervista ci occuperemo del libro “Morte a Milano - Ernest” (Macchione Editore, 2018 Prezzo copertina: € 18.00 Pagine: 232)

Dino Lenza è un giovane traduttore schiacciato da pesanti esperienze subite durante l’infanzia. Una ex fidanzata a cui tenta malamente di riavvicinarsi e da cui è rifiutato, una zia che lui adora ma che è ignara del suo segreto, un datore di lavoro assillante che con arroganza gioca con il suo nome per schernirlo e un analista che non riesce ad aiutarlo fanno da sfondo alla complessità psicologica di un ragazzo e alla sua solitudine. Fattore scatenante della sua sete di vendetta per gli abusi subiti e che spezzerà la routine della vita di Dino, sarà la decisione di scrivere lui stesso un thriller sostituendolo alla traduzione dello scrittore francese Jean Baptiste Monnais di cui si sta occupando. Scrivendo racconta la sua rabbia diventando voce e giustiziere di vittime vere o presunte siano esse passate, presenti o future e contestualmente narra gli orrendi delitti di cui si rende artefice.

Un personaggio che si fa motore di un noir intenso, porta all’attenzione del lettore tematiche di un certo spessore. Una trama che cattura e che allo stesso tempo divide.

Ma lasciamo la parola ad Antonio Gerado D'Errico

Un protagonista che lotta con i fantasmi di un’infanzia violata dagli abusi sessuali subìti, una zia che lui venera perché è il suo esatto opposto in quanto espressione del bello sia fisico che morale che lui stesso non riesce a raggiungere. Una complessità psicologica che racchiude molti temi di attualità. Come mai una scelta così complessa?

Non scelgo mai la trama e i personaggi delle mie narrazioni. Molto spesso sono loro che mi scelgono. Si mostrano all’improvviso, si fanno avanti nei miei pensieri e nelle mie visioni con tutto il carico di malessere di cui sono portatori. Reclamano la mia attenzione e si impongono con le loro richieste. Sono personaggi e non persone. Sono assimilabili ai Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, che prendono forma e realtà entro una dimensione necessaria, con il loro vissuto da esibire a chi può comprendere il portato universale di una certa condizione. Sono forme d’arte visionaria che appartengono alla vita come atto di sofferenza, di mediazione emotiva, di sentimenti e lamenti non previsti, fatti tacere per comodità o per mancanza di tempo. Sono richiami a una coscienza collettiva, la stessa che ci fa sobbalzare e rabbrividire quando un fatto di cronaca, anch’esso imprevisto e lontano dal nostro equilibrio raggiunto, ci arriva e ci travolge con l’immagine di una violenza tragica e assordante che non avremmo mai immaginato potesse prendere forma nell’animo di un essere umano.

Volendo definire il protagonista con uno stato d’animo che lo identifichi quale sceglierebbe?

Ne racchiude molti, come la sua natura di personaggio gli impone. Esprime errori e tensioni di un animo turbato da pensieri ossessivi. Non ha una morale, agisce per un’esibizione di un sé da costruire, in cui amore e odio, vita e morte sono l’esito di una bella impressione o di un cattivo presagio.

Dino è assolutamente certo delle sue conclusioni, non c’è spazio per il beneficio del dubbio, né tanto meno per una possibile innocenza delle sue vittime. Persino il suo psicologo non riesce ad aiutarlo. C’è un alone di denuncia sociale nella solitudine delle vittime di violenza?

In un libro di genere c’è di tutto tranne che la denuncia sociale, ambito di indagine e analisi che richiedono premesse circostanziate e conclusioni di pertinenza logico-scientifica.

La catarsi della scrittura. Il protagonista Dino non riesce a liberarsi delle sue ossessioni al punto che sembra vivere in un mondo parallelo nella convinzione del crimine perfetto: sfoga e racconta i suoi misfatti nel thriller che lui stesso scrive senza preoccuparsi delle tracce che lascia dei crimini commessi. Quello che potrebbe essere strumento di liberazione si evolve in qualcosa di più.

Dino agisce all’interno di logiche di scena, consapevole di interpretare un ruolo. Il suo bisogno di esistenza consiste nell’essere spunto di riflessione per il lettore. Non risponde a crisi di coscienza, a codici morali. E’ l’esito di un’esistenza non reale. Ogni giudizio su di lui è un pleonasmo quando non è errore.

Trovo molto interessante una frase estrapolata da una sua precedente intervista: «I miei noir sono tematici, descrivono indagando argomenti che inquietano, che creano seri dubbi». Anzitutto quali sono questi dubbi? Ci può essere nel lettore una forma di assoluzione generata dall’empatia?

I dubbi riguardano gli argomenti da cui si generano. E un noir ha per argomento il lato oscuro della vita: ansie, paure, suggestioni di animi spaventati dal vuoto esistenziale che genera angosce profonde. La pietà è nella vita. Nella fiction non c’è un movente che giustifica esistenze rovinose. Carnefici e vittime sono rappresentazioni di un modo di sentire. Il lettore può assolvere o condannare, ma nell’uno o nell’altro caso sarebbe una reazione spropositata.

La scelta di uccidere mette Dino sullo stesso piano dei suoi carnefici. Quindi possiamo dire che l’atto “istintivo” di uccidere per liberare se stesso e il mondo in realtà alimenta quella stessa violenza?

Uccidere nella fiction non è la stessa cosa che farlo nella realtà. Sono dimensioni non sovrapponibili e non confrontabili.

Ho trovato in alcune sequenze descrittive una certa assonanza con un protagonista quasi da fumetto. Solo coincidenza o concreta volontà?

I fumetti non sono un mio interesse. Se ha ravvisato certe vicinanze avrà avuto qualche motivo per fare accostamenti del genere. Non credo, inoltre, che quanto ha ravvisato lei sia una verità assoluta. Nell’ambito delle facoltà e libertà individuali, si può arrivare a conclusioni coerenti con certi modi propri di sentire. So di tantissimi miei lettori che hanno trovato nel noir Ernest, morte a Milano “un ritmo incalzante, fuori dal comune”. Non c’è una spiegazione logica a certi modi di sentire. In me c’è solo l’idea di aver dato luce a una forma di espressione che senza il mio intervento non avrebbe avuto un posto di rilievo sulla scena.

Perché Milano?

E’ una città in movimento, la sola forse tra quelle italiane che ha cambiato completamente aspetto in questi ultimi anni. Merita certamente una citazione letteraria una realtà con questo carattere. Comunque, al di là dei meriti urbanistici, nel caso specifico, come scenario per ambientarci un thriller, la scelta è stata del tutto legata al protagonista che, nella finzione scenica, in questa città ci vive.

Diverse esperienze lavorative si sono intrecciate nella sua carriera c’è un fil rouge che le accomuna?

La vita è l’universale di ogni scelta umana. Io rientro in questo indeterminato assoluto che è negazione e genesi del determinato.

Più volte nella sua carriera si è occupato di redigere biografie di importanti figure. Raccontare la vita di qualcun altro e redigerne la biografia può avere sfumature da noir?

Dipende a quali vite ci si accosta, alcune possono andare anche oltre certe sfumature. In generale, non scrivo per rientrare in un genere, per fare rientrare i miei sforzi dentro una definizione o per imitare forme determinate e contorni. Scrivo quando la bellezza delle parole si fa chiara e vera. La biografia è la forma più pura dei sentimenti umani, dove un uomo si racconta a un altro che può dare a quel racconto verità e bellezza. Quando mi sono incontrato con personaggi che hanno riconosciuto la bellezza nella mia scrittura, tanto da provarne piacere nella lettura successiva, sono nati volumi di interesse letterario, di carattere biografico. Prima di essere scrittori e personaggi, nella vita reale si è persone. Bisogna riconoscersi reciprocamente in questa condizione comune. Le mie biografie sono state condivisione di momenti di vita, in cui si è rappresentata la verità attraverso le parole.

La sua esperienza nelle carceri, dove metteva in scena alcune sue opere teatrali, può essere considerata il punto di partenza per la sua carriera nel noir?

No. La mia presenza all’interno di un carcere è stata espressamente un richiamo di umanità che trova ragioni e moventi nel sentire umano. Ho portato la poesia nelle carceri, i sentimenti, la voce dell’anima per ridare sollievo a chi dietro le sbarre di una prigione anela a un bene, perduto per una serie di ragioni che non sono sempre scritte tra le pagine di una sentenza di condanna. Ho portato il sussurro di una preghiera nuova che ha ridato fiducia, anche se solo per qualche ora, in tanti animi consumati dall’abbandono che hanno potuto sospirare e sollevare, dopo tanto tempo che non accadeva, gli occhi premurosi verso il cielo.

“Il maestro del noir”. Cosa ne pensa.

Immagino che la sua domanda ponga un interrogativo. Ma provando a risponderle, dico che se siamo allievi, come siamo, possiamo essere anche maestri, ma non dipende da noi l’una o l’altra condizione. Se allude, invece, alla definizione di “maestro” che a volte ci viene data tanto per compiacerci, io ritrovo soprattutto una grande vena d’ironia in una definizione così sfrontata. Non sono toccato dai generi, né dal comico e neanche dal tema drammatico, sono sensibilizzato dal vero che va oltre ogni definizione e mi riporta alla realtà, con i suoi drammi e le sue svolte.

Progetti per il futuro? C’è già altro materiale in lavorazione?

Chi vive ha sempre dei progetti e delle azioni in corso. Chi scrive è sopraffatto dalla vastità dell’immaginazione. Le mie esperienze maturate nel corso degli anni rendono sempre più probabile l’incontro tra me e altri animi che riflettono il senso della creazione artistica. Ho appena finito di scrivere la biografia di Donato Placido, fratello di Michele, poeta e attore, che uscirà alla fine del mese di febbraio per Ferrari Editore, un editore indipendente calabrese, di grande sensibilità, che mostra estrema cura per la valorizzazione del libro in tutti i suoi aspetti, quale oggetto d’arte e quale scrigno di saperi nuovi che vanno proposti e suggeriti. Il volume si avvale dei preziosi interventi introduttivi della poetessa Michela Zanarella e del giornalista Mediaset Antonio Pascotto. Per fine marzo, inoltre, uscirà per le rinomate edizioni Arcana la biografia scritta da me su e con Tony Cercola, percussionista di artisti come Pino Daniele, Edoardo Bennato, Enzo Gragnaniello, con la prefazione ancora di Antonio Pascotto. C’è altro ancora che uscirà per giugno, sempre in ambito musicale. Ringrazio, naturalmente, tutti per la vicinanza e la condivisione.

Grazie a Antonio Gerardo D'errico

Francesca Uroni

 

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