Cartoline Da Antonio Mocciola

L’autore, reduce dal successo del suo spettacolo a Napoli e Roma, ci parla della sua esperienza teatrale e anticipa la stesura di un importante lavoro che racconta una storia in epoca fascista quando gli omosessuali venivano deportati alle Tremiti.

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La rappresentazione a Roma dello spettacolo “Cartoline da casa mia” andato in scena al Mondrian Suite e alla Cappella Orsini entusiasmando pubblico e critica, ha permesso di conoscere Antonio Mocciola l’autore del testo che con un certo rispetto e senza giudicare ha trattato il tema di chi si isola per sfuggire ad una società troppo ingombrante. Nato a Napoli nel 1973, Antonio si alterna fra la carriera di giornalista e scrittore pubblicando interessanti volumi fra cui “Le vie nascoste” che racconta del viaggio tra i borghi scomparsi d’Italia. Con “Cartoline da casa Mia” riprende la strada dei testi teatrali dimostrando una certa maturità e una voglia di toccare campi inesplorati per mettere sempre più in risalto quelle che possono essere le sfaccettature più intime dell’elemento umano. E’ lo stesso Mocciola, in procinto di portare il suo spettacolo a Firenze, che ci racconta qualche dettaglio inedito non nascondendo un briciolo di emozione considerando il riscontro ottenuto dalla sua tappa nella Capitale.

Fosco, il tuo protagonista interpretato dall’attore Bruno Petrosino, decide di rinchiudersi in una stanza lontano dal mondo. Ma secondo te si può vivere isolati pur essendo fra mille persone?

Purtroppo può succedere anche perché chi ti sta intorno pretende sempre che tu stia in un certo modo. Infatti, il più delle volte la società ti vuole acceso, richiede la tua presenza attiva e preferisce che tu sia concorde con quella che può essere l’opinione generale. Se, invece, il tuo stato d’animo non è proprio dei migliori, la folla tende quasi a isolarti facendo in modo che una situazione che potrebbe essere temporanea diventi anche un persistente disagio. Credo, allora, che prima di cercare conforto in una moltitudine che non sempre lo può dare, sia meglio concedersi una autoanalisi.

La tua storia si riferisce a un periodo storico particolare?

Non ho voluto ambientare la storia di Fosco in un periodo determinato perché i casi di isolamento ci sono da sempre e continuano ad essere anche attuali. Voglio ricordare che il fenomeno riguarda per il 90% più i maschi considerato che è sempre esistito un certo machismo con l’esigenza dell’uomo di mostrare eccessivamente le proprie qualità quali possono essere particolari prestazioni e la sopportazione al dolore. Però questo eccessivo sfoggio di virilità per dimostrare il proprio valore non sempre si riesce a vivere per cui si preferisce rifugiarsi in se stessi.

Quella di rappresentare spettacoli in piccoli spazi può considerarsi una nuova tendenza o la scelta di creare lavori di nicchia?

I temi che tratto hanno bisogno di avere uno spazio intimo per creare quella giusta simbiosi con il pubblico. Meglio la stessa replica rappresentata per 10 volte in una sala piccola che una sola in uno spazio grande.

Le cartoline con cui comunica il personaggio del tuo lavoro possono essere assimilate a una richiesta di un profilo facebook o instagram?

Vorrei assolvere i social dalla responsabilità di creare isolamento. Infondo, Facebook e Instagram sono semplicemente un’estensione di quello che siamo e di quello che vorremo essere. I social sono la morte dell’empirismo sarebbe una contraddizione considerare che chi si rivolge a loro sia un isolato anche perché la richiesta di un “like” costituisce comunque l’interrelazione con il mondo esterno

E tu che rapporto hai con i social? Credi siano importanti per il tuo lavoro?

Con i social ho un rapporto di servizio, sono costretto ad usarli ma piacevolmente. Soprattutto Facebook alimenta la mia tendenza pettegola per cui mi piace sapere quello che fanno gli altri. E poi io sono uno che ci tiene ai giudizi degli altri lasciandosi condizionare e confesso di essere anche un po' permaloso

Ti contraddistingui anche come autore di libri. A quale fra quelli che hai scritto sei più affezionato e perché ne consigli la lettura?

Mi esprimo meglio con i racconti, soprattutto amo i racconti neri. Come spesso succede, finisci sempre per amare i tuoi lavori che hanno meno successo proprio come per “Latte di iena” anche in un primo momento censurato per una copertina definita audace. E’ il racconto di personaggi che agiscono senza nessuna motivazione reale, persi in quel limbo in cui la volontà non parte dal cervello, e tantomeno dal cuore. Un libro pericoloso per chi lo legge e chi lo scrive perché ha scosso molte sensibilità.

Per un autore partenopeo è sempre complicato non farsi influenzare dalle sue origini. Tu ci riesci?

Napoli non entra mai nei miei racconti perché lo hanno fatto e lo fanno già troppi. La mia città è troppo colorata mentre i miei luoghi sono asettici perché devo colorali io con le mie descrizioni.

Sei un personaggio piuttosto eclettico. Per il futuro vorresti concentrarti su un determinato campo o continuare a seguire tanti interessi…

Per ora preferisco il campo teatrale considerato anche che ho parecchi progetti stimolanti con Marco Prato, regista di “Cartoline da casa mia”, e il produttore Alessandro Vitiello. Già è in cantiere un lavoro importante che riguarderà una storia ambientata in epoca fascista quando gli omosessuali venivano deportati sulle due isole dell’Arcipelago delle Tremiti San Nicola e San Domino. Sai che le chiamavano le isole degli invertiti?

Cosa prova un autore quando vede il pubblico che si alza in piedi per applaudire al suo spettacolo così come è successo nelle tappe romane?

Quando si presenta un testo che può essere spigoloso si ha sempre paura della reazione del pubblico. L’applauso diventa allora quella fonte di liberazione che elimina tutta la tensione accumulata trasformandola inevitabilmente anche in emozione.

                                                                                     Rosario Schibeci 

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