Sixto Rodriguez.

La recensione di UnfoldingRoma

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Il 20 maggio è stato per la seconda volta a Roma, al Gran Teatro, Sixto Rodriguez.

È entrato sul palco - un cilindro sulla testa - accompagnato sottobraccio da una delle figlie a causa del glaucoma. Dopo pochi istanti una voce si è alzata - "na na na na na na na na... na na na na na na na na" - per suggerire la melodia del suo pezzo più noto, "I wonder". Tutti i pezzi più noti (tra i quali mancava "Jane S Piddy"), sono stati interpretati in chiave roccheggiante (a un certo punto Sixto si è voltato per fare chapeaux all'assolo conclusivo del batterista con una nota di ironia bonaria). Alla fine di ogni brano Sixto si voltava e il gruppo si radunava per decidere cosa suonare. In un'intervista ha dichiarato che gli piace dire che fa cover delle sue stesse canzoni, e infatti suona in genere nei vari paesi con band locali, alle quali comunica che pezzi preparare. Non fanno insieme alcuna prova prima del concerto. Ad un certo punto, mentre riaccorda la chitarra, scherza «We make great sound checks - you know what i mean?». Non c'è stato il sold out ma di gente ce n'era. Alla sinistra del palco si era formato anche un capannello di persone danzanti. Verso fine concerto qualcuno ha gridato «Tutti in piedi per Sixto!» e, dopo un poco di indecisione, qualcuno ha iniziato ad alzarsi e, in breve, gran parte dei presenti si è radunata sotto il palco (con un po' di disappunto per un ragazzo in carrozzella che è dovuto invece retrocedere per continuare a vedere). Oltre alle sue canzoni ha cantato "Only you", "Blue suede shoes", "Somebody to love" (quella degli Airplane) e "La bamba". E qui c'era una chicca - perché nonostante l'esecuzione dal gusto rock, il testo non era quello della popolare versione di Ritchie Valens, ma una delle versioni 'jarocho' («en mi casa me dicen el indecente porque tengo muchachas de quince a veinte»).

Nato a Detroit nel 1942 da genitori messicani, è laureato in filosofia. Nel 1970 pubblicò il suo primo album - Cold fact . Né questo né il secondo album uscito l'anno seguente ebbero successo negli Stati Uniti. Infatti la sua leggenda, diventata popolare con il documentario "Searching for Sugar Man", è legata al destino della sua musica in Sudafrica. Sixto Rodriguez ebbe un primo riconoscimento in Australia nel 1973, ma è dalla metà degli anni '70 che, a sua insaputa, le sue canzoni divennero la maggior fonte di ispirazione per i movimenti e gli artisti che si opponevano all'apartheid. Solo nel 1998 venne a sapere della sua fama. Con il tardo successo - che gli ha permesso di lasciare il lavoro di scavatore e demolitore - ha continuato a vivere nella povera casa di Detroit, acquistata ad un asta governativa per 50 dollari. I soldi guadagnati con i tour in Sudafrica e in giro per il mondo gli permettono di guadagnare una quantità ("oscena", dice) di soldi, che distribuisce in larga parte tra le 3 figlie e gli amici.

«I call those money dates [...] we have to strike while the iron is hot» (cito da Rolling Stone). Devo dire che ciò trova un riscontro nell'impressione che ho avuto dell'evento. Un concerto onesto e professionale, ma avrei preferito di gran lunga ascoltarlo per caso con una chitarra in mano in un locale. Lo stesso Fellini ha fatto i suoi ultimi film solo per far lavorare chi ne aveva bisogno. E ammetteva di non avere altro da dire con un film. Rodriguez si è dedicato alla sua città. È stato un attivista per i diritti dei lavoratori e si candidò sl consiglio cittadino nel 1989, perdendo. I suoi colleghi intervistati parlano, nel documentario, della dignità "da artista" che sapeva dare al lavoro e a tutto ciò che faceva (non solo nella musica). Come sapesse trovare un passaggio nella rete delle cazzate ("bullshit"), della mediocrità prosaica che ci tiene giù e ci mette in croce. Quando sarebbe ora di mettere in croce la nostra mentalità (è un retorico riferimento a uno dei brani del primo album, che si chiama appunto "Crucify your mind"). Una delle figlie racconta che le portava a conoscere i musei, le biblioteche, tutti i luoghi frequentati dai "rich folks", per mostrare che, dopotutto, non fossero gente diversa da loro. "Talking 'bout the rich folks / The poor create the rich hoax / And only late breast-fed fools believe it. / So don't tell me about your success / Nor your recipes for my happiness / Smoke in bed / I never could digest / Those illusions you claim to have going".

Le sue poesie non sono i testi di una star della musica hip hop e la sua vita non si è allontanata da un'idea (non un ideale) di dignità. Non sono stati anni trascorsi invano mentre altri si arricchivano alle sue spalle prima di essere finalmemente strappato all'anonimato da un docu-film, come leggevo da qualche parte mentre cercavo informazioni per poter scrivere questa recensione.

Immagino sia una pena dover rispondere alle domande sempre uguali intorno al proprio mito e alla fama improvvisa. Una pena sopportabile, tuttavia. Dai pochi filmati che ho visto sembra solo allegro di aver scoperto che la sua arte si è fatta strada da sé. Allegro («Tell them in the States» scherzava con dei sudafricani che gli consegnavano un premio) e un poco imbarazzato, com'è giusto che sia. Non credo sia più così importante per lui dire in faccia a chi gli sta davanti cosa pensi davvero e come si senta, come faceva in "A most disgusting song". Un altro artista che ha avuto un riconoscimento tardivo - Charles Bukowski - parlava così al suo intervistatore: «I always thought sometime in my life this time might come, a little bit. Guys marching in on me with cameras and all that shit. I was always gonna crash it down and say "jam it up your ass" [...] The cameras came too late [...] They came too late, I'm too strong». Anche per questo ho avuto una sensazione un po' tiepida del concerto che - sia chiaro - mi è piaciuto moltissimo.

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