Rosadilicata

Il tempo del riscatto: “Canta pe tia”. La recensione di Unfolding Roma

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La Sicilia e la guerra e i soprusi alle donne. Canzoni propagate nell’aria, accolte dalla splendida cornice di Castel Sant’Angelo che ospita il Fringe Festival 2015. Una linearità che dona una visione pulita e essenziale, gioco di una semplice regia.

Una storia di paese, Licata. Una storia di una regione, la Sicilia. Una storia di una cantante e cantastorie italiana, Rosa Balistrieri. Una storia di violenze, di dolori, di sofferenze, di delusioni, di illusioni, di padri padroni e di mariti brutali. Una storia di povertà, di desiderio d’amore, di continua lotta, di futuro. Una storia narrata in dialetto, comprensibile e ben scandito.

La realtà della guerra in musica, canto e recitazione. Elementi che ben si accoppiano per un teatro fatto di semplicità, senza sovrastrutture. Gli anni della seconda guerra mondiale, dei soldati americani piacenti, della vita e delle esperienze scritte su carta e sul pentagramma. Note di chitarra al tempo della rinascita.

Firenze, un amore durato anni, Manfredi. Vita di arte, di storie cantate durante le mostre, di musica, di persone libere. Di incontri, di teatro, di spettacoli dove nessun giudizio è vissuto e lo stupore è gioia alla vista delle bottiglie di latte fuori le porte.

L’aria assorta del pubblico è silenzio. Chiave di lettura. Ogni tanto si sente canticchiare gli stornelli, si va dietro le canzoni che si disperdono nel parco di Adriano.

Ci vuole coraggio per scappare ai soprusi, per dimenticare e ritrovare la giustizia che si merita e si desidera.

Rosadilicata e la sua creatrice. Fringe Festival 2015, palco B il 2, 4, 5 giugno. Passato. I movimenti di Chiara Casarico, autrice del testo e attrice al tempo stesso, rimangono impressi. Identificano le faccende di casa, il lavoro che si svolgeva e gli stupri con i pochi oggetti di scena e con il solo uso del corpo. Una scopa di saggina, una sedia, uno sgabello con ai lati sacchi di juta con dentro una brocca e una catinella, e ancora un grembiule e un canovaccio bianco.

I suoni sono lavorati con gli stessi. La sedia dondola davanti e dietro, lei la tiene per lo schienale e le gambe toccano il legno del palco, tum-tum, la scopa la si lascia cadere, bum, per significare che lei fu posseduta, è corpo. La gestualità si identifica. Chiara Casarico è seduta. Le mani sulle cosce e coperte dal panno bianco. Simula il dialogo tra i genitori tamburellando le mani nascoste.

Con il foulard nero fascia la testa e di nero è vestita, un quadro di usi e di costumi della piccola cittadina di provincia. La donna non era riconosciuta, senza considerazione alcuna. E si fa fatica a pensare che tuttora ancora accade e sembra scandaloso in questa realtà moderna e emancipata. Come la mafia e i padrini, ancora tangibili le loro strette di mano.

Tappe sonore, dunque, le principali. La consulenza musicale di Gabriella Aiello permette l’accompagnamento della musica dal vivo di Roberto Mazzoli alla chitarra, Chiara Casarico con dolcezza, esprime energia e cattiveria e eccitazione e gli incontri durante la sua nuova vita.

Il carcere senza nessuna colpa lo scontò priva di paura e senza la quale non seppe come dimenarsi in futuro per riconoscersi grazie alla sua sublime voce. Rosa cantava sempre. La storia di un’identità comincia a 39 anni al Teatro della Pergola al cospetto dei genitori e della figlia seduti in prima fila.

La regia pulita e fluida di Emilia Martinelli consente lo scorrere del tempo all’interno della nicchia scenografica di Tania Cipolla. Il gioco di luci grazie a David Barittoni segue il percorso.

Un dono agli occhi presentato dalla compagnia il NaufragarMèdolce – Associazione Culturale il NaufragarMèdolce. Ci auguriamo voli alto per far conoscere uno scorcio storico interessante sviscerato in modo tenue e ben declamato.

Si ringrazia lo staff organizzativo Laura Gentile e Ste Che Si Perde

Annalisa Civitelli

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