Assistiamo alla messa in scena di questo progetto coraggioso, in un Eliseo semivuoto.
Sul finire dello spettacolo, ma ancora dentro di esso, sul palco ed in veste di personaggio/attore, Lavia stesso ci comunica che il giorno della rappresentazione sono state date quattrocento disdette.
Quattrocento.
Ma il teatro è cura.
Il teatro è catarsi.
E quando, a malincuore, ci rialziamo dalla nostra poltrona, per tornare ad una quotidianità, involgarita da un’umanità ormai persa e lontana dal proprio centro, abbiamo già nostalgia di questo spazio magico, che Gabriele Lavia ha saputo costruire, partendo dalle origini della nostra identità, il mito platonico, e giungendo all’amore inteso come legame che permette all’umanità di essere tale.
Scenografia scarna, foglie (vere) e veramente morte sul legno del palcoscenico, una panchina che ricorda quella su cui sedeva il Marius di Hugo ai giardini del Luxembourg, ed un tavolo, di cui capiremo la funzione solo più tardi.
Lavia si rivolge direttamente al pubblico ed interloquisce con esso.
Opera da subito uno straniamento, chiedendo dove ci troviamo. E chi non si avvede subito del gioco risponde citando la Francia e la sua capitale.
"Ma no: siamo a teatro!". Chiarisce Lavia.
E qui già siamo consapevoli che assisteremo ad uno spettacolo dove l’io monologico appare in mezzo agli uomini verso cui deve compiere il senso ultimo del teatro: svelare la verità.
Deve compiere l’aletheia, come Lavia stesso spiegherà.
Prévert, le sue poesie declamate in italiano ed in francese, con il valore aggiunto dell’alta qualità recitativa dell’attore, divengono così solo il pretesto per sollevarci dai dolori e dalle ossessioni delle manie di questo nostro tempo.
Lavia, attingendo ad una cultura classica elevata e consapevole, parte dalla poesia per affrontare i grandi temi dell’esistenzialismo ontologico, partendo dalla dottrina della conoscenza platonica.
Ma tutto questo avviene: “A teatro!”.
E qui Lavia è grande.
Anche nel gestire il tempo teatrale e nel consentire la fruizione di questo spettacolo a vari livelli diastratici, dall’approccio edonistico alla poesia ben recitata, alla catartica indagine esistenziale.
È teatro!
In scena al Teatro Eliseo dal 18 febbraio a domenica 1° marzo 2020.
Recensione di Gioia Giovina Di Mattia
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