Infermiere E Infermieri, I Nostri Angeli Custodi

Infermiere E Infermieri, I Nostri Angeli Custodi

In piena emergenza Coronavirus finalmente l’Italia sembra accorgersi di una figura professionale dimenticata, ma fondamentale: quella delle infermiere e degli infermieri.

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In piena emergenza Coronavirus finalmente l’Italia sembra accorgersi di una figura professionale dimenticata, ma fondamentale: quella delle infermiere e degli infermieri.

Chi ha avuto la fortuna di non avere esperienze, dirette o indirette, forti e drammatiche, forse ignorava, fino ad oggi, la loro funzione sanitaria, medica, sociale e umana.

C’è da chiedersi però, chi nella vita non abbia mai avuto occasione di entrare in contatto con questa categoria di professionisti?

Il problema vero è che l’Italia dimentica; una volta passata l’emergenza personale quei volti scompaiono dai nostri ricordi.

Oggi tornano prepotentemente, loro malgrado, alla ribalta, come eroi salvifici, come soldati buoni sempre pronti a difenderci.

Eppure, ci sono sempre stati. Le infermiere e gli infermieri sono sempre stati quelli più esposti: sono quelle/i in prima linea, che hanno maggior contatto con i pazienti e le loro famiglie, rispetto al personale medico, ai Dottori.

Sono quelli che si occupano delle necessità mediche e fisiche dei malati negli ospedali, nelle cliniche, in qualsiasi luogo sia richiesta la loro presenza; sono quelli che con un sorriso, una buona parola, un gesto delicato risollevano lo spirito dei pazienti.

Sono quelli che ricevono minacce, insulti, a volte anche botte. Quelli di cui pochi parenti dei pazienti ricordano il nome.

Solo oggi, in questi tempi in cui la paura e la morte riguardano tutti universalmente, sono considerati indispensabili per la prevenzione, l’assistenza e la cura.

Oggi li chiamano eroi eppure sono gli stessi di sempre: professionisti che svolgono il loro lavoro con passione, serietà e professionalità, appunto. Se sono eroi oggi è perché lo sono sempre stati, ma nessuno ha mai dedicato loro attenzione e considerazione in maniera sufficiente.

Loro, le infermiere e gli infermieri, non ci tengono ad essere considerati eroi: sono uomini e donne che hanno scelto un lavoro, nella maggior parte dei casi rispondendo all’esigenza intima e personale di mettersi al servizio del prossimo; che hanno studiato e svolto percorsi formativi diversi, ma ugualmente intensi, scegliendo poi un reparto di specializzazione o adattandosi a quella che era la domanda nelle diverse strutture.

Oggi sono tutti chiamati a combattere una battaglia improvvisa ed enorme contro un nemico spietato e sconosciuto. Di colpo catapultati in trincea come soldati.

Le infermiere e gli infermieri direttamente coinvolti nei reparti di terapia intensiva delle rianimazioni degli ospedali hanno vestito la loro nuova divisa come il soldato indossa il proprio equipaggiamento da guerra, un’armatura contro un nemico invisibile, ma micidiale.

Ogni giorno in prima linea; turni infiniti e stressanti di dieci, dodici, chissà quattordici ore al giorno, continuamente a contatto con i contagiati da questa terribile malattia, sempre al fianco dei pazienti, sempre pronti a intervenire e a rimanere a disposizione ben oltre un ordinario turno di lavoro.

Persone, prima di tutto, lavoratori poi, a cui in un attimo la vita è cambiata.

Hanno visto i loro reparti trasformarsi per adeguarsi a questa emergenza sanitaria nuova e sconosciuta.

Irriconoscibili nella loro divisa/armatura che, una volta dismessa alla fine di un massacrante turno di servizio, lascia i segni sul volto e sulle mani, volti stravolti dalla stanchezza, gli occhi gonfi dalle lacrime magari, quelle versate e quelle trattenute, mani rovinate, gonfie, doloranti.

Poi c’è l’impatto psicologico che è emotivamente fortissimo, eppure va gestito.

La paura li accompagna sempre: paura di sbagliare, di essere contagiati e di contagiare a loro volta.

Il personale medico e infermieristico è continuamente esposto al contagio e lo sentiamo dai numeri che ogni giorno vengono dati dai telegiornali come bollettini di guerra.

Combattono e resistono, mantenendo lucidità e concentrazione senza soccombere alla paura e alla stanchezza.

Questi soldati hanno famiglie a casa che li aspettano: hanno genitori, nonni, mariti e mogli, figli. Oltre al senso di mancanza, alla lontananza, la paura è anche per loro. Spiegare a dei bambini che la mamma o il papà non può stare a casa a giocare perché devono andare a lavoro ad aiutare gli altri non deve essere facile, deve essere doloroso, straziante.

Un altro pensiero va a tutte quelle infermiere e tutti quegli infermieri che

continuano a lavorare nei propri reparti non coinvolti nella lotta al Covid19 e garantiscono continuità di cure e assistenza a tutti, tutelando la salute di ogni paziente e restando a disposizione in caso di necessità.

Diciamo grazie a tutti questi professionisti della salute e ricordiamoci di loro anche dopo, anche quando tutto questo sarà finito, affinché, se oggi per molti sono degli eroi, continuino a trovare il sostegno, la gratitudine, il rispetto e l’aiuto di tutti.

Oggi noi possiamo aiutarli in un solo modo: restando a casa.

Rimanere a casa è un obbligo sociale, civile e morale, per far sì che i contagi diminuiscano, per consentire alla Sanità pubblica di assisterci tutti adeguatamente e per non sovraccaricare gli ospedali di lavoro, ma soprattutto questi angeli che si prendono cura dei malati.

Un pensiero e un ringraziamento anche a tutte le altre figure sanitarie coinvolte nell’assistenza ai malati e nelle attività collaterali, ma preziosissime: OSS, tecnici, personale addetto alla santificazione e chissà quanti altri di cui non abbiamo idea.

Allora adesso tutti a casa e, se conosci un’infermiera o un infermiere, mandagli un messaggio di ringraziamento e di incoraggiamento. Magari fagli arrivare questo articolo.

Poi, quando tutto sarà finito, li abbracceremo.

Foto di Emanuele Lisanti

Articolo di Flaminio Boni

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