Paolo Maldini, Immenso Condottiero Dalla Scrivania Che Scotta

Una vita al Milan in campo, un dirigente che ha sposato la causa per riconoscenza non senza punti interrogativi

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"Proviamo al Milan o all'Inter?". Questo deve essere stato grossomodo l'interrogativo di papà Cesare quando a metà degli anni Settanta il piccolo Paolo era certo di voler seguire le orme del padre. Nel 1963 Maldini senior aveva alzato la Coppa dei Campioni a Wembley, avversario il Benfica, con la maglia bianca del Milan, quella delle finali, quella che porta sempre fortuna. Era arrivato nel 1954, triestino del quartiere Servola, il rione dei matti, e aveva fatto una nidiata con la moglie Marialuisa: sei figli, di cui Paolo fu il quarto. Entrambi i coniugi se ne sono andati nello stesso anno, il 2016, a ulteriore testimonianza dell'inossidabile legame della famiglia più importante del calcio italiano, anche nel dolore. Scelse il Milan, Paolo. Ovviamente.

Classe 1968, quella cantata da De Gregori, Maldini non ha mai avuto paura di sbagliare un calcio di rigore, come recita quella canzone: lo ha fatto nel 2000, semifinale europea con l'Olanda in maglia azzurra, un errore non influente perché Toldo parò tutto il possibile e l'Italia andò in finale. Con il Milan firma nel settembre 1978 il suo primo contratto, entrando nelle giovanili. Stesso anno in cui iniziava l'ultima stagione di Rivera al Milan, conclusasi con lo scudetto, e pochi mesi dopo l'esordio di Franco Baresi in prima squadra, 23 aprile, a Verona. Tutta la storia del Milan che seguirà negli anni a venire, è figlia di quel periodo in cui, senza saperlo, future leggende stavano diventando calciatori adulti e consapevoli.

Inutile elencare ciò che Paolo ha vinto col Milan, inutile ripetere che è uno dei più vincenti di sempre ma, per sua stessa ammissione, anche uno dei più perdenti. Non è riuscito a vincere il Mondiale, ha perso tre finali di Coppa Intercontinentale, una finale dell'Europeo, e l'ultima recita in Nazionale è quel brutto colpo di testa di Ahn sopra di lui, che butta fuori l'Italia nell'ottavo di finale del Mondiale 2002 ben orchestrato dall'arbitro Byron Moreno. D'altronde anche perdere significa raggiungere le finali, e Paolo, nelle squadre in cui ha militato, poteva ambirlo molto facilmente. E' stato forse il più grande difensore di sempre, o uno dei due o tre più grandi, partendo da terzino sinistro e arrivando poi a difendere in modo eccellente anche da centrale, manco a dirlo. Sacchi lo porta al massimo della sua forza, Capello gli dona ancor più autorevolezza liberandolo dagli obblighi tattici del romagnolo, ogni volta che un centrocampista del Milan ha il pallone, ecco che voltandosi a sinistra trova Paolo sulla stessa linea. 

Ma al di fuori del rettangolo di gioco, Maldini ha sempre avuto la sua indipendenza. Anzi, l'ha pretesa. Io do il 100%, ma fuori dal campo ho la mia vita. Gentile e disponibile quanto basta, entusiasta nel raccontare la sua avventura calcistica ma con una devozione assoluta per il suo mondo e la sua privacy. Nel 1988 conosce Adriana, modella venezuelana che di cognome fa Fossa e si ritrova uno striscione lungo svariati metri appeso alla curva sud: "Fossa dei Leoni"... equivocando. Maldini segna pure quella domenica contro l'Avellino. Si sposeranno, avranno due figli, Cristian e Daniel, che stanno cercando a fatica di seguire le orme del padre per proseguire la dinastia. Il numero 3, al Milan, spetta solo a un discendente di quella famiglia. Nel 2009 lascia, in polemica proprio con quella curva sud che non dimentica screzi passati. Una figura di bassa lega, ma è anche vero che prima di quel Milan-Roma gli striscioni e i cori per Maldini, si erano sprecati. "Orgolioso di non essere come loro": ecco l'indipendenza di pensiero di Paolo, che dopo quell'ultimo match a San Siro dice chiaramente cosa pensa. Chiude a Firenze il 31 maggio 2009, insieme a Carlo Ancelotti che allena per l'ultima domenica il Milan, e a una bella fetta di glorioso Milan che probabilmente ancora oggi non è mai tornato. Sorvolando sull'attualità rossonera che lo coinvolge in pieno, ci resta un'altra frase: "Farò il dirigente solo al Milan, da nessun altra parte". D'accordo Paolo, ma consentici di dire che un futuro professionale deve essere tale anche con altri colori. Tanto nessuno mai potrà obiettare a quale maglia appartiene la tua carriera, la tua storia, la tua vita.

Stefano Ravaglia 

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