Matteo Tarasco

Mi aggiro sulle macerie culturali di un mondo in rovina, come Mad Max cerco acqua e beni di prima necessità culturale.

stampa articolo Scarica pdf

Arte e Spettacolo Domovoj presenta Friedrich Nietzsche in COSI’ PARLO’ ZARATHUSTRA - UNO SPETTACOLO PER TUTTI E PER NESSUNO: drammaturgia e regia a cura di Matteo Tarasco. Interpreti: Lara Balbo, Valentina De Giovanni, Sara Sartini e Matteo Tarasco.

Lo spettacolo andato in scena, per la prima volta, il 7 giugno a Mestre (Forte Gazzera - Venezia), replicherà il 4 luglio a Lecce (Festival Chiari di Luna) ed il 25-26-27 settembre a Pisticci Matera.

Abbiamo il piacere di fare due chiacchiere con Matteo Tarasco, primo e unico regista italiano ad essere nominato Membro del Lincoln Center Theatre Directors Lab New York City. 

Portare in scena Così parlò Zarathustra per la prima volta è stata immagino quasi una scommessa. E’ soddisfatto?

Mettere in scena una pietra miliare della cultura umana come Zarathustra è una folle scommessa e una sfida come scalare l’Everest. Mi piace vedere, al termine dello spettacolo, lo spaesamento e la gioia negli occhi degli spettatori che escono dal teatro consapevoli che qualcosa di necessario è accaduto.

"Un libro per tutti e per nessuno" é il sottotitolo di Così parlò Zarathustra, un libro che rielabora tutto quanto sostenuto dallo stesso Nietzsche e porta il lettore a trovare chiavi nuove ad ogni rilettura. E’ stato difficile adattare il testo ad una rappresentazione teatrale?

L’adattamento prende spunto dall’introduzione al testo, ove Nietzsche immagina uno Zarathustra che discende dalle montagne dove ha vissuto in isolamento per vent’anni, e appena entrato nella grande città diviene immediatamente un fenomeno da baraccone, ovvero viene inglobato in quella che nel novecento è stata definita la società dello spettacolo, il mondo in cui noi viviamo e si perde. La nostra è la storia di una ricerca di sé nei meandri affollati del mondo.

Zarathustra mette in discussione i dogmi del Cristianesimo nonché le leggi dello Stato.  Lei come si pone invece nei confronti dello Stato e della Chiesa? Salva qualcosa o anche lei metterebbe tutto in discussione?

Io non credo in nessuna Chiesa. Non professo alcuna ideologia. Sono un’artista post-bellico. Mi aggiro sulle macerie culturali di un mondo in rovina, come Mad Max cerco acqua e beni di prima necessità culturale. Ritengo che la disintegrazione degli antichi valori non abbia ancora visto, nel ventunesimo secolo, la rinascita di nuovi valori. Penso che il teatro sia uno strumento utile per riconnetterci con le fonti più profonde del nostro essere, una buona trivella con la quale scavare le profondità dell’umano per non morire disidratati.

Matteo quest’anno è stato membro della giuria di qualità del Fringe Festival di Roma. Una vetrina importante per gli amanti del Teatro e soprattutto per le tante Compagnie che portano in scena le loro rappresentazioni. Vuol dirci qualcosa di questa esperienza?

Il Fringe è un luogo di speranza, un presidio culturale importante e sicuramente un’iniziativa che pone la città di Roma in un contesto culturale globale. Essere giurato è come affacciarsi ad una finestra sull’orlo del futuro, un abisso luminoso e pregno di bellezza; pertanto è me un compito di grande responsabilità etica più che estetica.

Nel dicembre 2006, il Presidente della Repubblica Italiana le ha conferito il Premio Personalità Europea per il Teatro come migliore regista emergente. Onorificenza che sicuramente è stata motivo di orgoglio, cosa ha provato quando le hanno comunicato questo premio?

Ero felice per la mia mamma, questo il primo pensiero. E poi vivo ogni premio come un autogrill sull’autostrada, una breve sosta di ristoro, piacevole e corroborante, consapevole che il viaggio è ancora lungo.

Il 27 e 28 giugno ha debuttato a Grumento Nova (Potenza) con lo spettacolo  “L’Eneide – Ciascuno patisce la propria ombra”. Vuol raccontarci qualcosa su questa rappresentazione?

La nostra versione di Eneide si svolge nel mondo infero, in un aldilà popolato di memorie. Abbiamo scelto di mettere in scena la storia del grande eroe raccontata esclusivamente dalle donne che lo hanno amato, la moglie Creusa, l’amante Didone, e la Sibilla Cumana.

Il mese di luglio invece vedrà il suo debutto al Festival Teatri di Pietra a Sutri (Viterbo), con lo spettacolo “L’Iliade – Le lacrime di Achille”. Cosa vedremo in scena?

Le lacrime di Achille è il secondo capitolo di una trilogia (che si concluderà nel 2016 con Odissea); la definisco la Trilogia del Mito al femminile; mi interessa raccontare l’essenza dell’eroe, non si vedrà Achille in scena, perché viviamo un’epoca orfana di eroi e modelli virili, scegliamo di indagare il punto di vista femminile sul mito, ricreando un’ideale achilleide, che vuole essere una indagine intima sul dolore e alla fragilità dell'eroe.

Matteo avrà tempo per riposarsi un po’ o già sta elaborando nuovi progetti?

Quando sarò morto avrò un’eternità per riposare. Per il momento inseguo i miei sogni e cerco di trasformarli in storia da guardare e ascoltare. Al momento ho iniziato i sopralluoghi per le riprese del mio primo film, una storia di vendetta e rivalsa ambientata alla fine della seconda guerra mondiale, che si intitolerà La Fame.

Lei conosce bene la realtà teatrale italiana, ma anche quella londinese e newyorkese. Se dovesse scegliere una città come sede operativa per la sua carriera, dove si trasferirebbe e perché?

New York, perché è il luogo ove il futuro è già presente. Londra perché il passato ha ancora un valore; ma ho scelto di tornare in Italia per responsabilità civile, perché tutti noi, in piccola misura, con la nostra onestà, e il nostro lavoro, possiamo far rifiorire il nostro paese, perché voglio che i miei figli vivano un giorno in un paese più bello, più civile, più ricco di opportunità di quello in cui ora vivo io.

Ritornando a Così parlò Zarathustra, c’è una frase celebre che le piace in modo particolare e che vorrebbe condividere con i nostri lettori?

“Diventate ciò che siete”.

Sara Grillo 

© Riproduzione riservata