Roma Fringe Festival 2015 – Prima Semifinale - Sabato 6 Giugno

Roma Fringe Festival 2015 – Prima Semifinale - Sabato 6 Giugno

Come d’Autunno, Gli Ebrei sono matti, Cara utopia. I punti di vista

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Con intensa partecipazione la rivista d’arte on-line UnfoldingRoma ha seguito il Roma Fringe Festival 2015 che volge al termine. Rassegna del Teatro off del panorama romano e svoltasi, quest’anno, all’interno della splendida cornice dei giardini di Castel Sant’Angelo. Alla sua quarta edizione, possiamo dire che l’esperienza è stata straordinaria e densa di nuove conoscenze, sia emotive sia a livello lavorativo che intellettuale.

Riuscendo ad assistere a quasi tutti gli spettacoli in programma, quelli più importanti e quelli che, a istinto, sembravano essere interessanti, siamo riusciti a mantenere il passo con la dovuta calma e a svolgere il lavoro nel miglior modo possibile, ottenendo anche molti consensi, da parte di artisti e non, circa le recensioni pubblicate.

Il panorama teatrale ha riservato argomenti di vario genere presentando spettacoli alternativi, comici, di classe, dal mimo ai classici, rivolti alle tradizioni dove molte donne sono state protagoniste. Dalla guerra, a storie familiari e personali, al sociale, al comico fino a giungere alle performance visive e di danza contemporanea.

Ogni settimana 45 esibizioni sui tre palchi allestiti. Ogni sabato sera tre spettacoli semifinalisti, votati dalla giuria formata da critici, giornalisti e direttori di teatri e dagli spettatori.

La prima semifinale si è svolta nella serata di sabato 6 giugno. Tutta dedicata alla scelta dello spettacolo per la finale del 5 luglio. Tre le performance. Come d’autunno, Gli Ebrei sono matti e Cara utopia.

La scelta è stata riversata sul secondo spettacolo andato in scena, Gli Ebrei sono matti. Ardua la decisione, trattandosi di argomenti diversi recitati mediante le differenti impostazioni artistiche di ogni attore.

Andiamo a scoprire insieme i diversi contesti.

Gli Ebrei sono matti – Cara utopia – Come d’autunno

Gli Ebrei sono matti, presentato dal Teatro Forsennato/DarioAggioli, Palco C il 31 maggio, 2 e 4 giugno, 6 giugno Palco B e Cara utopia, presentato dalla Compagnia Nuove Officine, Palco C il 31 maggio, 2, 4 e 6 giugno. Entrambe le esibizioni vertono sull’ironico e nello stesso tempo dolorose e piene di ricordi. Storie lontane nel tempo.

L’una, storica, narra dei manicomi, degli ebrei e di come alcuni si sono salvati essendo rinchiusi all’interno di queste strutture e imitando i malati veri.

L’altra, Cara utopia, vede protagonista Pasqualina, un’anziana signora e barbona. Una vicenda dei giorni nostri, alla rincorsa dei sogni dal sapore antico, di ricette, quelle rubate con gli occhi alle nonne, di Paesi e di sapori nostrani, provenienti dalla Puglia.

Gli Ebrei sono matti, in finale il 5 luglio, ha vinto diversi premi, quali Giovani Realtà del Teatro 2011, Premio Festival Anteprima 89 - edizione 2012 e la Menzione Speciale al Premio TUTTOTEATRO.COM alle arti sceniche Dante Cappelletti 2010. E’ uno spettacolo dedicato alla memoria del Prof. Ferruccio Di Cori.

Dario Aggioli e Guglielmo Favilla hanno saputo far vivere il panorama storico attraverso la loro recitazione, doloroso, crudele e di speranze labili, ispirandosi a un evento realmente accaduto. Villa Turina Amione, vicino Torino, è il luogo in cui si svolge l’azione. Il Direttore di allora, il professor Carlo Angela e padre del noto Piero Angela, fece rifugiare numerosi antifascisti ed ebrei facendoli confondere fra i malati.

Costumi e scene curate da Arianna Pioppi e Medea Labate. Semplici, con l’idea di quell’abbigliamento usato in quel tempo remoto. Interessante è il discorso delle maschere, realizzate in gioventù da Julie Taymor, regista di Titus e di Frida. Enrico, interpretato da Dario Aggioli, con patologia autistica, ne sottolinea l’importanza non distaccandosene perché gli facevano compagnia. Romano e lontano dalla famiglia è in clinica e rimembra i discorsi del Duce al quale era molto legato.

Ferruccio, Guglielmo Favilla, ebreo e livornese. Laureatosi a Roma è costretto a fuggire e viene ricoverato in un manicomio vicino al confine, sotto un altro nome, Angelo. In stanza con Enrico, egli impara a essere un altro, confrontandosi con chi non è più se stesso da tempo.

Interessante diventa la dinamica dei gesti, della balbuzie dei malati e non fa scandire bene i pensieri. C’è chi vede persone intorno, ma intorno non c’è nessuno. La paura di Ferruccio, il quale desidera sapere che accade fuori dalla clinica, e il prendere di mira gli ebrei di Enrico. Movimenti incontrollati e persistenti fanno si che la performance scandisca abbastanza bene il ritmo e renda plausibile la patologia descritta.

Non eclatante. I 50 minuti scorrono, ma quasi sempre nella stessa dimensione che non dona niente di nuovo circa ripetizioni e incontrollabili movenze dovute alla malattia. Attraverso un tocco di comicità si dipana la tragedia delle leggi razziali ai tempi della guerra.

Si ringraziano Marina Antonucci per la gentile concessione delle maschere utilizzate e Susan El Sawi per la gentile collaborazione. Inoltre un grande ringraziamento va ad Angelo Tantillo senza il quale non si sarebbe potuto realizzare lo spettacolo.

Un grazie per le foto di scena a Jacopo Quaranta, all’organizzazione, Carla Damen, all’assistente alla regia, Diana Cagnizi, all’aiuto regia, Eleonora Leone e Elisa Carucci. Ideato e diretto da Dario Aggioli, prodotto in collaborazione con Teatro SpazioZeroNove, la riunione di condominio Teatro Td IX Tordinona

Dario Aggioli , Guglielmo Favilla, costumi e scene, Arianna Pioppi e Medea Labate, maschere realizzate in gioventù da Julie Taymor, foto di scena di Jacopo Quaranta, organizzazione, Carla Damen, assistente alla regia, Diana Cagnizi, aiuto regia, Eleonora Leone e Elisa Carucci, ideato e diretto da Dario Aggioli, prodotto in collaborazione con Teatro SpazioZeroNove, la riunione di condominio Teatro Td IX Tordinona
Cara utopia, invece, riporta a un viaggio. Claudia Crisafio è Pasqualina. Un cappotto rosso di buona manifattura, un vestito elegante e calzini sdruciti e scarpe rovinate, capelli arruffati e movimenti goffi rispecchiano il look della Signora che sogna e fantastica di trovare lavoro come cuoca. Lei ha un appuntamento al quale non può mancare. E’ il destino, come gli abiti che le sono stati donati.

Ottima la mimica in cui l’attrice coinvolge il pubblico mescolando gli ingredienti per una pizza fantomatica. Introduce il pubblico nel suo mondo. Una cucina giocattolo, il mondo della strada, i suoi ricordi, il lavoro in una casa come cuoca. La perdita dell’impiego e la strada vissuta per 40 anni. Passato e presente si mescolano. Il sogno americano, la sua Puglia, i sapori e gli odori. Non ha mai avuto una casa sua, quindi la sua casa è ovunque.

Non siamo rimasti molto colpiti da questo pezzo di teatro, seppure nostalgico e affascinante. L’impresa di rifarsi una vita e ritrovarsi in luoghi diversi e vincere sulla speranza e sui desideri.

La recitazione ha avuto delle lacune in cui l’energia non ha spiccato e nella quale sprazzi di ironia sono stati disseminati qua e là. Non proprio credibile la scelta iniziale di far indossare all’interprete vestiti eleganti e farla andare in giro con un borsone di pelle per tutta la città. Di giorno e di notte. Solo alla fine si svela il perché dell’eleganza in cui lei si specchia cospargendosi di profumo di fronte al finestrino di un autobus.

Nulla da eccepire riguardo la mimica di Claudia Crisafio la quale, con le ottime pose immobili, rende umile il passo dell’anziana Pasqualina, lasciando che il suo corpo e la sua borsa dondolino per riposarsi un po’, prima di andare avanti e raggiungere il suo sogno.

di Maria Teresa Berardelli, traduzione e adattamento e regia Marianna Di Mauro, aiuto regia, Dimitri D’Urbano, scene, Lucio Duca, costumi, Nuove Officine, foto di scena, Guido Mencari, foto backstage- teaser, Ciro Meggiolaro, teaser, Alessandro Formica, produzione, Compagnia Nuove Officine, in collaborazione con A.T.C.L. Lazio e RIC Festival

Ricordiamo Come d’autunno presentato il 3, 4 e 5 giugno, Palco A, il 6 giugno Palco C. La scelta del Milite ignoto. L’occasione è il centenario della grande guerra e un fatto storico realmente accaduto. Una donna di Gradisca di Isonzo, dopo la perdita del figlio, si vide costretta, tra 11 salme, a decidere quale dovesse essere tumulata al Vittoriano.

Un testo di Lello Gurrado che sceglie al suo fianco Elena Scalet, la madre, Francesco Errico, Milite ignoto e Alberto Zambelli, l’altro soldato, regia di iloveyousubito, la musica a cura di Gipo Gurrado si fa strada intorno alle dinamiche raccontate.

Un quadro che interseca tre vite senza un nome e le fa dialogare fra loro. A tratti sovrapposizione lieve di voci, sofferenti e istrioniche, rendono all’esibizione un buon equilibrio, fiato e respiro giusti. Presente, passato e vicende di guerra drammatiche, brutali e estenuanti, aspre e sanguigne, dissuadono la donna dal suo pensiero che la guerra era giusta.

Essa, invece, è stata frutto dell’inganno, perché chi comandava non la viveva e dava ordini assurdi. Le strategie sbagliate, causa di decisioni folli, erano conseguenza di incapacità e sadismo. Il massacro, così, è stato vissuto come sentimento comune, la ferocia di uccidersi senza conoscersi.

Freddo, fame, trincee, sigarette e bere sono forti immagini di dolore, di sangue vivo e di ferite e fatti che narrano il figlio della donna di Gradisca e il soldato. Prevale una differenza di pensiero che sfiora le reali esistenze di Emilio Lussu, scrittore, e Enrico Toti, patriota e bersagliere, mai arresosi di fronte le difficoltà della vita. Alternanza recitativa sia in prima persona sia da parte di chi narra i fatti. La seconda voce scorre durante l’esibizione tra i due attori.

Uno spaccato dell’Italia, dei luoghi e dei Paesi delle guerre che nessuno vince. I personaggi si muovono con gesti moderati tra il palco e il fuori campo, dentro un allestimento semplice e di chiara lettura. Una piéce civile la quale con estrema pulizia e con un tocco di poesia spiega la storia così come è stata vissuta.

Dispiace che Come d’autunno non sia rientrato in finale. Ci sentiamo di esprimere che uno spettacolo come questo può di certo essere proposto nelle scuole per far comprendere ai ragazzi il teatro e la storia assieme, essendo capaci di trasmettere anche un valore politico.

Questa di Come d’autunno è un riassunto e una reinterpretazione di quella originale.

Potete leggere la recensione intera a questo link

Come d'autunno. Il mio cuore è il paese più straziato 

Annalisa Civitelli

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