Leggere Con Gioia: Il Museo Dell’innocenza

Leggere Con Gioia: Il Museo Dell’innocenza

Volgiamo la nostra rubrica dedicata ai consigli di lettura in un mood autunnale con il romanzo melodrammatico del premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk

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Questa settimana abbiamo letto per voi l’ultimo romanzo di un autore che rimarrà per sempre nelle antologie letterarie, non da meno, possiamo osare, dell’immenso Lev Tolstoij, di cui, pure, siamo addicted.

Parliamo di Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura nel 2006, soprattutto grazie a Il mio nome è rosso, Einaudi 2001, e alla fortuna, meritata, che ne è seguita.

Qui, prima il ritorno al romanzo storico e corale de La stranezza che ho nella testa, Einaudi 2015), e prima ancora di un’escursione (forse non completamente riuscita), nel romanzo occidentale, con La donna dai capelli rossi, Einaudi 2017, siamo ancora nell’ambito di una narrativa la radice turca è imprescindibile per la sua comprensione.

Il plot è basico, quasi banale: un triangolo amoroso, con le sue evoluzioni.

Anche il punto di vista è già visto: un uomo nel pieno della sua soddisfazione professionale, sociale ed anche sentimentale, perde la testa per una giovane di ceto inferiore.

Ma Orhan Pamuk è un grande scrittore.

E conta come lui racconti, non cosa.

Non troveremo una frase banale, né un’immagine scontata o anche solo già vista.

Attraverso la narrazione riusciamo a comprendere ciò che provoca le incomprensibili scelte del protagonista.

Nella descrizione del dolore amoroso, ritroviamo quasi i deliri di Dino Buzzati per la giovane Laide in Un amore.

Ecco: possiamo dire che un romanzo che vale la pena di essere letto è quello che ci fa vivere situazioni e sentimenti non nostri.

Qui accade.

Nel capitolo dedicato alla Festa di fidanzamento, in cui assistiamo ad una dettagliata descrizione di ogni incontro ed avvenimento, per molte pagine, non cogliamo nulla come non indispensabile alla storia.

Leggiamo senza accorgerci dell’azione che compiamo: siamo a quella festa.

Aggiungiamo, da un’altra prospettiva, che come sempre nei romanzi di questo autore, ritroviamo Istanbul tra i protagonisti, quartiere per quartiere, a rappresentare la sua bellezza sofferta e, per metonimia, il periodo storico, con le sue evoluzioni e politiche di una Turchia a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta.

E a legare il tutto, è la storia stessa dei protagonisti, che decidono di esprimere, attraverso il loro corpo, la loro posizione politica all’interno del mondo, laddove scegliere di avere un rapporto sessuale al di fuori del matrimonio, può voler indicare emancipazione culturale e sudditanza sociale ai valori occidentali, o consapevolezza dei propri limiti sociali e accettazione della propria relegazione a strati sociali dalle prospettive molto limitate.

Del resto, negli anni Settanta si gridava: “Il personale è politico!”

Orhan Pamuk, Il Museo dell’Innocenza, Einaudi, 2008, 574 pagg. 15 Euro

Recensione di Gioia G. Di Mattia

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