È NECESSARIA LA QUINTA PARETE A TEATRO

È NECESSARIA LA QUINTA PARETE A TEATRO

Ci manca il teatro. E in alternativa a questa mancanza noi la sopperiamo portandolo in televisione, tanto è già stato fatto anche in passato, si veda, per esempio Eduardo.

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A teatro è l’occhio che decide, in televisione no

Ci manca il teatro. E in alternativa a questa mancanza noi la sopperiamo portandolo in televisione, tanto è già stato fatto anche in passato, si veda, per esempio Eduardo.

L’osservazione cardine da cui partire è proprio la mancanza. Il vuoto. La eco. Ma, soprattutto, l’ascolto di questa.

Cosa realmente manca a tutti, attori e spettatori?

Partiamo dalla categoria di chi ha modellato la propria vita in funzione di un mestiere nobile come il fare teatro. Fare, appunto. Studiare, porre, in continuazione, al centro di un dubbio amletico la terra, il mondo, la società, un macro e poi un microcosmo, insomma. E con questo quesito cercare di applicare un’azione continua e indefinita nel tempo, modificabile anche da altri. Calcare palchi, territori, corti, cortili, alzare una voce oppure muoverla tra altri nel silenzio più totale, utilizzando quella che si chiama la mimica. L’attore, dunque, il mondo più misterioso e affascinante, la corda che oscilla tra puerilità e età matura; realtà e finzione in un mondo onirico. Una categoria che, fin dalla nascita di questo mondo, può addirittura respirarsi, sì, respirarsi. Può scegliere l’interlocutore, può avvicinarsi o allontanarsi, lì, in quel preciso momento apportando anche sbagli che appaiono fastidiosi ma che a volte sono anche bellissimi. Adesso: se questa categoria ha scelto da secoli immemori di muoversi in spazi definiti da poche mura o addirittura in site specific ove può scegliere di passare la palla a chi fruisce senza alcun muro divisorio, perché inscatolarlo in una quinta parete? Ancora: perché accettare?

Partiamo dall’ultima qui posta domanda. La paura di essere dimenticati è tanta tale da mettersi in vetrina ovunque (sia su un mondo virtuale che in una scatola televisiva). Molti sollevano periodi in cui un Eduardo de Filippo, per esempio, serviva un teatro tramite reti televisive. brevemente, però, cosa erano effettivamente le opere eduardiane? Pioniere del teatro in Tv, nonostante il suo distacco dalla sperimentazione, Eduardo comincia con il proporre opere che si discostano dall’originale teatrale, per terminare, con le ultime trasposizioni di chiara ispirazione documentaria. Avviene, cioè una sorta di processo inverso: dalla sperimentazione alla fedeltà del testo. Una sperimentazione che non tenta di ideare nuovi sistemi di ripresa e di adattamento ma che ricalca chiaramente il sistema televisivo dello sceneggiato. Ecco, la nuova parola: lo sceneggiato. Dunque, ecco il genio che applica una soluzione alla divulgazione del teatro come l’adattamento di questo a un nuovo linguaggio. Nessun attore italiano recitò tanto in televisione come Eduardo e nessun drammaturgo al mondo affidò al nuovo mezzo televisivo così esplicitamente e con tanta determinazione la testimonianza della sua arte, così come da regista ed interprete egli stesso l'aveva concepita.

Il linguaggio teatrale, però in tutto il mondo, andava avanti nella ricerca, sui palchi, con testi nuovi, con drammaturgie atte soltanto a una interazione tra corpo attoriale e improvvisazione con il luogo stesso. Si pensi, per esempio, alle rivolte culturali che segnarono il cambiamento e le domande che hanno riguardato anche il pubblico, spesso limitato e composto da una cerchia di fedelissimi, chiamato a costituire parte integrante dello spazio scenico e del rituale emotivo e intellettuale in atto. E anche per gli spettatori più contemplativi, non vi era spazio per la noia: Eugenio Barba spezzava i ritmi, lasciava esperire diversi livelli di realtà fisica ed emotiva, coinvolgendo senza mediazione lo spettatore, attraverso il fastidio e l’irrisione, ma anche con la commozione e una forma di estatico turbamento.

Eccolo: il pubblico addirittura composto in una cerchia. Dunque continuare un rito, perché se una definizione (almeno una) è possibile dare al teatro è almeno questa, ossia RITO, comunione unica ed irripetibile per antonomasia.

Ed ecco, anche, la categoria che a inizio è stata citata: il pubblico.

Tanto si parla di attori, spettacoli, e tutto ciò che compone un mise en scène.

È d’obbligo ricordare, però, che tutto questo meccanismo esiste se esiste lo spettatore: c’è un dialogo se vi sono due interlocutori o più, fino a prova contraria. E, fino a prova contraria, questi sussiste se ci sono reazioni. Certo: nessuno auspicherebbe a vedere una persona alzarsi dalla platea e urlare durante uno performance, per esempio. Sarebbe, però, una alta manifestazione di vita, di espressione anche dall’altra parte. L’ attore dovrebbe scuotere, e non sempre riesce, lo spettatore non tanto per intrattenerlo ma per tenerlo fermo su quella poltrona.

In più: il teatro è un’arte davvero libera in quanto il vero regista è l’occhio dello spettatore perché è lui stesso a decidere da quale angolazione vedere, a cosa dare più importanza, da cosa lasciarsi trasportare e, soprattutto, se tenere aperto quell’occhio. In televisione o in streaming tutto questo non è possibile: c’è una regia dettata da terzi, ben precisa dove chi guarda è passivo a tutto ma padrone di alzarsi senza, ovviamente, considerare se perde una battuta, un campo luci o altro.

In ultimo, ma non per ultimo, è doveroso lanciare un probabile allarme: nella vita ci si abitua a tutto e da troppo tempo circola questa tipologia di trasmissione teatrale. La paura di abituarci dall’una e dall’altra parte non ci sfiora davvero?

Maria Francesca Stancapiano

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