Black Christmas, Quando Un Film Dell'orrore ...

Black Christmas, Quando Un Film Dell'orrore ...

Uscito in sala nei roventi anni '70, questa pellicola è stata in grado di scaldare i cuori degli spettatori di gioia: la gioia di non trovarsi al posto delle protagoniste.

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Con l'avvicinarsi delle feste, vogliamo ricordare un capolavoro spesso passato in sordina. In mezzo ai vari Una poltrona per due, Angeli con la pistola e Die Hard, un classico di Natale da non dimenticare è senz'altro Black Christmas del 1974. Quattro anni prima che John Carpenter desse alla luce l'archetipo del killer Michael Myers, questa pellicola di Bob Clark gettava le basi di quello che sarebbe divenuto negli anni seguenti lo slasher, il concetto di film horror per il grande pubblico. Amato, criticato, colpevolizzato, imitato, manierizzato e parodizzato durante il corso degli ultimi decenni dello scorso millennio, lo slasher, spesso riassunto con la formula un gruppo di teenager americani viene tormentato e ucciso da un killer, può ritrovare le sue origini in questo film canadese, nato dal vero significato dell'horror: la paura. La paura del nemico in casa propria, vissuta dai canadesi durante gli anni della Crisi di Ottobre; la paura dell'inefficienza delle forze dell'ordine che dovrebbero proteggere e che invece non danno neanche peso alle paure di chi si rivolge a loro (un altro elemento ricorrente nei film horror, d'altra parte), la paura di una minaccia sconosciuta che può vederti a tua insaputa, la paura che ti spinge a dubitare persino di chi conosci o credi di conoscere, portando al crollo delle proprie certezze, del proprio mondo e infine di sé stessi. Insomma, non molto diversamente dal vero significato del Natale, no?

Specchio della sua generazione, Black Christmas, a differenza di molti lavori suoi contemporanei, non vuole far pesare allo spettatore il cambiamento sociale e culturale della nuova generazione di giovani, eppure al contempo riesce a metterlo in scena con una tale naturalezza che lo spettatore non è portato a emettere uno sbrigativo giudizio sulla caratterizzazione. Si ritrova a pensare su di loro, mentre attende trepidante un nuovo attacco dell'assassino o un'altra delle sue deliranti telefonate minatorie. A differenza di molti suoi colleghi più celebri, come il suddetto Michael Myers, Jason Voorhees o Freddy Krueger, “Billy” (come sembra identificarsi nel corso delle telefonate che testimoniano la sua instabilità mentale) non ha una faccia. Non si nasconde dietro una maschera o una deformità innaturale, non lo vediamo spiare le protagoniste dalla finestra o mentre si fanno la doccia. Eppure, come le opere di Carpenter e Craven, questa figura mossa solo dall'impulso di distruggere ciò che desidera spia continuamente le inquiline della casa in cui si è infiltrato e noi siamo complici con lui: nella maggioranza delle sue azioni, l'occhio dell'assassino corrisponde all'obbiettivo della macchina da presa e, di conseguenza, all'occhio dello spettatore. Bob Clarke ci mette di fronte alla verità: noi che guardiamo il film spiamo personaggi ignari consci che presto accadrà a loro qualcosa di terribile, esattamente come fa l'assassino. Di nuovo, niente di troppo diverso da quello che accade in questo periodo dell'anno.

di Elisa Bellumori.

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