SANTO STEFANO ROTONDO AL CELIO

SANTO STEFANO ROTONDO AL CELIO

La Basilica paleocristiana con il suo suggestivo Martirologio è fra le chiese romane più interessanti da visitare anche per la particolarità della struttura a pianta circolare

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Il Celio, fra i più alti tra i sette colli di Roma, costituisce uno scrigno di tesori architettonici fra cui la vera gemma è rappresentata dalla Basilica di Santo Stefano Rotondo. L’edificio sorge in via di Santo.Stefano Rotondo proprio all’inizio di quella che era l’antica via Caelimontana che arrivava fino a Porta Maggiore proseguendo per l’attuale piazza San Giovanni. Un grande esempio della rinascita classica dell'architettura paleocristiana romana, che fiorì soprattutto tra il 430 e il 460 con la realizzazione di altri capolavori come la Basilica di Santa Maria Maggiore e la Basilica di Santa Sabina.

Infatti la struttura, eretta su un antico mitreo, in prossimità di un accampamento romano, ha una pianta circolare con deambulatorio presentando analogie con la pianta della rotonda della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme che, fino al medioevo, rappresentò un modello per tutta l'architettura occidentale. Nel corso del tempo, grazie all’intervento di vari pontefici, la chiesa è stata oggetto di diversi interventi di restauro e modifica fino ad arrivare a noi in una forma altamente suggestiva grazie anche all’altare maggiore eseguito, nel 1455 da Bernardo Rossellino, che si erge al centro dell'aula liturgica circondato da un recinto marmoreo ottagonale con dipinti murali raffiguranti storie della vita di Santo Stefano.

Ma a colpire il visitatore è soprattutto il Martirologio, la serie di 34 affreschi che si susseguono lungo il perimetro iniziando a sinistra dell'ingresso con la Strage degli innocenti. Un vero esempio di potere coercitivo della pittura con opere che dovevano infondere a chi le guardava una profonda impressione per la violenza subita dai martiri. I dipinti fra cui il martirio di Santo Stefano, di Sant'Ignazio d'Antiochia, di Sant'Eustachio, di San Modesto e Santa Crescenza, di San Policarpo di Smirne, di San Dioniso, di Santa Blandina fino al martirio di San Giovanni evangelista immerso nell'olio bollente, volevano insegnare ai novizi gesuiti, che sarebbero andati missionari per convertire le popolazioni al cristianesimo, sui pericoli che avrebbero potuto incontrare. Allo stesso tempo le opere, eseguite da Nicolò Circignani detto il Pomarancio, con la collaborazione di Matteo da Siena per le prospettive, avrebbero dovuto avere sul popolo un potere persuasivo sulle verità della fede proprio attraverso l’esempio della sofferenza subita dai primi martiri cristiani. Non a caso, per un maggiore valore divulgativo al di sopra di ogni opera è riportata l’iscrizione sia in lingua latina che in italiano volgare. Di certo, come testimoniano le cronache dell’epoca, anche Papa Pio V, si commosse fino alle lagrime esaminando gli affreschi.

In Santo Stefano Rotondo, che dal 1580 appartiene al Pontificio Collegio Germanico-Ungarico, si possono ammirare anche la cappella di Santo Stefano d’Ungheria, costruita intorno al 1776 per compensare la distruzione di Santo Stefano in Vaticano, la Cappella dei Santi Primo e Feliciano con la Croce gemmata e gli affreschi con le storie della vita dei due santi attribuiti ad Antonio Tempesta di cui è anche la Madonna dei Sette Dolori, l’antico trono di Papa Gregorio Magno, il Tabernacolo monumentale del 1613, in legno intagliato di Giovanni Gentner.

Rosario Schibeci

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