Il Sangue Utile All’arte

Il Sangue Utile All’arte

Riflessione su un articolo di Stefano Massini uscito sul quotidiano La Repubblica del 14 Aprile dal titolo “La cultura non è un premio”.

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Che cosa sta succedendo?

Il Museo d'Arte Moderna e Contemporanea (Musée d'Art Moderne et Contemporain MAMCS) con sede a Strasburgo, inaugurato nel 1998, apre per un solo giorno soltanto a coloro che donano il sangue, poiché gli ospedali francesi ne sono alla ricerca. Per cui, tutti i grandi nomi della pittura, del disegno e della fotografia moderna (da Monet a Sisley, da Chagall a Utrillo, da Bonnard a Magritte, Arp, Paul Klee, Gustave Doré) possono essere ammirati dopo aver pagato un prezzo non usuale. Sul quotidiano La Repubblica del 14 Aprile 2021, scrittore e drammaturgo italiano, risponde a tale iniziativa con indignazione «Ecco che finalmente il velo dell’ipocrisia si alza e riusciamo a mettere a fuoco l’idea abominevole della cultura come premio, come posta in palio, come bonus riservato a chi se lo merita». E ancora: «Nessuno si sognerebbe mai di proclamare che domani entrano in classe solo gli allievi che donano il sangue, lo riterrebbero tutti un oltraggio al diritto allo studio e alla parità fra scolari. È arte? No.»

La questione: essere d’accordo con il ragionamento di Massini o no?

Difficile schierarsi? C’è forse una risposta, confusa, che merita una riflessione. Un solo giorno per un un’iniziativa che sembra avere dell’umano e non dell’ipocrita, come la donazione di una vita (perché il sangue corrisponde a tale) la creazione istantanea di un rito umano corale per rendersi utili e salvare vite.

Se proviamo a respirare prima di trarre qualsiasi conclusione, ci possiamo accorgere di come, tante volte, arte e salute abbiano spesso collaborato insieme, da compagnie teatrali, mostre pittoriche, presentazioni di libri, dibattiti culturali all’interno di strutture nosocomiali chiedendo, il più delle volte, delle donazioni. L’arte rimane essere comunque un prodotto commerciale/culturale, uno scambio soprattutto trasversale, dunque capace di allargare altri ambienti, immergersi in realtà che possano allargare la nicchia. Eppure l’uomo può decidere di compiere un moto a luogo sapendo a cosa va incontro,

È vero anche che l’arte è provocazione. Pensiamo a Fontana, Duchamp o Adel Abdessemed in Francia, che ha bruciato vivi polli appesi a un muro per trasformare quest'atto in un'opera d'arte scatenando infinite proteste. Ancora: Maurizio Cattelan che ha lavorato con efficacia su elementi stupefacenti o altamente provocatori, in grado di focalizzare l'attenzione del pubblico, da Giovanni Paolo II schiacciato da una meteora ai bambini impiccati a un albero, dalla preghiera di Hitler al cavallo appeso al soffitto, solo per ricordare le immagini di alcune sue opere concettuali, trasformate in oggetti grazie ad un apporto artigianale e tecnologico. Questi sono pochissimi esempi di un oceano di artisti. Al di là dell’elenco sopra riportato, non si vuole certo credere che l’iniziativa del MAMCS sia una sorta di sfida al fruitore, bensì un atto caritatevole, uno scambio tra due realtà, un aiuto.

È ipocrita tutto questo? Nell’articolo, Massini cita Antonio Gramsci:

«La cultura è il requisito fondante e necessario di ogni evoluzione umana e, come tale, rientra tra i diritti essenziali di uno Stato democratico». In questa citazione c’è già una risposta che, forse, non combacia con il pensiero del drammaturgo fiorentino. “La cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità o abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società” sosteneva l’antropologo E.B. Taylor ne La cultura primitiva, 1871. L’espressione insieme complesso sottolinea uno degli aspetti più importanti della definizione tyloriana: il mescolare. Il costume è messo insieme alla conoscenza, all’arte, alla morale che non vengono trasmessi geneticamente ma acquisiti socialmente. E se donare il sangue per entrare dentro un museo fosse un nuovo costume a una società che vive un’era nuova, drammaticamente nuova? La definizione supera la separazione in classi, ceti o strati sociali; la cultura non emerge da alcuni ambiti esclusivi di attività intellettuale, propri di alcuni ceti sociali, e neppure, ampliando il concetto, è appannaggio esclusivo di alcune società, in opposizione a quelle che, proprio perché ritenute prive di cultura, venivano relegate all’ambito della natura, erano cioè società selvagge.

In accezione democratica, però, è certo far intervenire il δῆμος, il popolo. In che modo? Concedendo a questi la possibilità di scegliere se donare o meno il sangue, in quanto può esserci anche chi è sensibile all’ago, chi non può, o chi, semplicemente, non vuole. E, a quel punto, che fare? Pagare un biglietto, un semplice biglietto, potrebbe essere la soluzione più ovvia.

La cultura è dunque un’esigenza sociale che muta nel tempo in base, a loro volta, a esigenze storicamente diverse.

Maria Francesca Stancapiano

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