Rub Kandy

L'artista presente a Outdoor Festival 2015 punta anche ad eliminare la soglia tra ciò che viene convenzionalmente considerato arte di strada e le pratiche più tradizionali di arte contemporanea

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Un cerchio rosso si specchia nell’acqua di cui è inondato un vecchio capannone della ex caserma di via Guido Reni. Potrebbe essere interpretata come una luna ma poco importa, il messaggio che Mimmo Rubino, noto come Rub Kandy vuole trasmettere è aperto alle sensazioni del visitatore che, inevitabilmente, davanti a quell’opera d’arte rimane visibilmente suggestionato.

L’artista potentino, ormai a Roma da diversi anni, anche all’Outdoor Festival 2015 ha lasciato la sua impronta riuscendo ancora una volta ad  eliminare la soglia tra ciò che viene convenzionalmente considerato arte di strada e le pratiche più tradizionali di arte contemporanea, di solito legate ad uno spazio espositivo chiuso.

Rub Kandy ha lavorato molto in contesti periferici e  luoghi non fatti per ospitare opere d’arte adottando tecniche dettate sia dai tanti studi che da una certa intuizione e istintività sperimentando una sua ricerca artistica su più e diversi supporti.

Una figura eclettica che passa con facilità dalla fotografia alla street art fino alle video installazioni dando sempre l’impressione di una certa spontaneità dovuta forse all’innata capacità di sapere concretizzare il suo spirito artistico.  

Abbiamo incontrato Rub Kandy proprio all’Outdoor Festival 2015 non mancando di complimentarci per i lavori presentati.

Le tue opere spaziano in diversi campi, fra questi ritieni  la strada  come un elemento fondamentale…

Più che strada mi piace parlare di spazio pubblico, ovvero un palcoscenico vissuto non autorizzato che per qualche particolare può diventare luogo di ispirazione. Ultimamente mi sto concentrando molto sugli ambienti, magari periferici e industriali,  che seppur abbandonati e quindi con sporcizia e disordine, conservano comunque un loro fascino che può essere evidenziato dall’opera d’arte. Ecco che, quindi, il luogo diventa il valore aggiunto al mio lavoro.  

Tu sei un uomo del Sud trasferito a Roma. Il Meridione può generare solo talenti e essere un terreno di ispirazione oppure può anche aiutare ad affermare la propria arte…

L’arte si può affermare dappertutto soprattutto quando c’è veramente qualcosa da esprimere. Forse però a volte il Sud può sembrare un po’ troppo caratterizzante nel senso che quello che nasce  lì deve poi, in qualche modo, rispecchiare elementi, usi e costumi del territorio. Di certo il Meridione è ricchissimo di spazi  incredibili da adottare quasi come tele per realizzare la propria arte. 

La tua collezione  Anamorphosis adotta una tecnica piuttosto antica già nota nel Rinascimento. Come ti è venuta questa idea…

Pensa che addirittura pare fosse già usata nell’antico Egitto. Comunque, diciamo che fa parte di un ciclo della mia vita e confesso che i principi della anamorfosi mi hanno aiutato soprattutto a fare conoscere il mio lavoro. Ora che la mia arte ha cominciato ad affermarsi cerco di dedicarmi ad altre forme. Infatti, rifuggendo dalle etichette, sperimento e continuo a mettermi sempre in gioco facendo ogni volta qualcosa di nuovo. Devo dire, però, che alla fine Anamorphosis si è rivelata un po’ un cavallo di Troia perché ora tutti mi chiedono opere che adottano quella tecnica. 

Il gioco di illusione ottica che si crea con queste opere realizzate con l’anamorfosi è forse l’espressione di una realtà che non si vuole svelare a tutti…

In effetti l’immagine proiettata su un piano distorto crea una figura visibile soltanto da un punto di vista privilegiato per cui diventa espressione di una realtà non aperta a tutti. Ma non è questo che mi interessava evidenziare piuttosto volevo in qualche modo mettere a frutto i miei studi di fotografia e archeologia industriale creando una tecnica che poi si è rivelata completamente nuova. 

L’opera deve essere sempre specchio di un commento sociale e quindi portare a riflettere oppure può anche essere qualcosa solo da ammirare…

L’artista oggi non può essere avulso dalla realtà per cui è inevitabile che si venga influenzati dalla politica e dal sociale. Per cui da un’opera può trapelare uno come tanti messaggi ma non mi chiedere di esprimere a parole quello che viene fuori dai miei lavori. Io sono un artista e non so usare le parole, io uso la pittura per parlare. Pertanto il mio è un messaggio sicuramente aperto.  

Ma è giusto che un artista debba dare spiegazioni sugli intenti della propria opera solo perché c’è qualcuno che non la capisce o magari perché cerca solo strumentalizzazioni per farsi un po’ di pubblicità…

Purtroppo oggi c’è la brutta convinzione che l’arte contemporanea vada spiegata perché la gente ha bisogno sempre di dare un senso alle cose. E poi ci sono quelli che non la capiscono e quindi ne possono dare una visione stravisata. L’arte moderna, invece, dovrebbe essere apprezzata per quello che è cogliendo soprattutto con l’istinto tutte le infinite sensazioni che può offrire.

                                                                                                   Rosario Schibeci

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