Il Futurismo Della Specie: Sì, Da Affidare Ai Grandi Artisti Della Scena Contemporanea, Però.

Il Futurismo Della Specie: Sì, Da Affidare Ai Grandi Artisti Della Scena Contemporanea, Però.

Elvira Frosini e Daniele Timpano, studiosi oltre ogni misura per ogni loro creazione e affamati di giustezza – ancora una volta – vanno ringraziati per questo loro modo di sfruttare ogni strumento a loro diposizione per fare dell’arte un tentativo di riflessione e progresso

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Lo scorso fine settimana – e precisamente nei giorni 26 e 27 novembre – è andato in scena a Roma, presso l’artisticamente felice realtà del Teatro Biblioteca Quarticciolo, l’ultimo spettacolo, l’ultima fatica, l’ultima creazione del consolidato, affermato e molto stimato duo teatrale “Frosini/Timpano”: “Disprezzo della Donna”.

A distanza di qualche giorno dalla replica alla quale si è assistito, sedimentati – si crede – il fastidio, lo stupore e il turbamento che i quasi 50’ di lavoro hanno provocato nello scrivente, si prova, nell’arco di questo articolo/recensione a tracciare una sorta di riassunto/bilancio che restituisca ai lettori parte dell’essenza colta nell’atto di osservare ed ascoltare i due sgargianti - i costumi indossati dai due attori/registi /drammaturghi/possono tranquillamente essere definiti tali e, di conseguenza, anche loro – performer.

Partendo dalla considerazione abbastanza oggettiva che le due persone in scena sono teatranti di indubbia qualità, il lavoro dei quali sta segnando in maniera indelebile la scena contemporanea italiana e che il loro stile è ormai riconoscibile anche ad occhi chiusi – basterebbero infatti orecchie anche scarsamente allenate per riconoscere le ondate dialettiche tipiche della loro poetica – va detto che questa loro giovane proposta si inserisce perfettamente nel solco che ormai i due tracciano da tempo.

Rapidi di pensiero e di articolazioni, coreograficamente aggraziati in forme che non si pongono l’obiettivo di ammaliare né tantomeno di risultare armoniche ed armonizzanti e vocalmente forti delle loro peculiarità che non si avvicinano neanche per sbaglio ad un ipotetico canone di purezza sonora, Moglie e Marito – come nell’ordine alfabetico che dà il nome alla loro compagnia – restituiscono allo spettatore un collage di pezzi del futurismo che hanno come minimo comune denominatore una certa idiosincrasia per la figura femminile. Idiosincrasia che sfocia, spesso e volentieri, in una misoginia diffusa che coinvolge maschi e femmine.

Il futurismo italiano, dal quale i due attingono a piene mani, si fa portavoce di questa mentalità antifemminile. Di questo modo di intendere la donna della specie quasi come inutilmente accessoria, ivi compresa la sua unica, ma auspicabilmente sostituibile (per i futuristi, si intende), capacità riproduttiva. E allora, partendo da cotanto materiale - calato peraltro nell’odierno panorama cronachistico che in termini di violenza di genere si ripete macabramente uguale a sé stesso anno dopo anno – che cosa potrebbe dedursi se non il coraggio e la necessità dei quali la Compagnia in questione si è fatta portatrice e sbandieratrice?

Elvira Frosini e Daniele Timpano, studiosi oltre ogni misura per ogni loro creazione e affamati di giustezza – ancora una volta – vanno ringraziati per questo loro modo di sfruttare ogni strumento a loro diposizione per fare dell’arte un tentativo di riflessione e progresso, sposando peraltro quel sottotitolo del loro spettacolo -Il futurismo della specie – che magari nelle loro intenzioni andava a rimarcare un nefasto scenario di avvenire a partire dalle assurde derive ideologiche di chi sognava la scomparsa del non maschile dalla nutura, ma che invece potrebbe divenire la frase ad affetto per un rinascimento caratterizzato non dalle divisoni ma dall’esaltazioni delle differenze.

Biologiche, psicologiche e strutturali.

Giuseppe Menzo 


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