Chiara Benedetti

Fortunatamente la musica e l’arte hanno ancora la capacità di unire, al di là delle scelte religiose e politiche. Hanno ancora la capacità, quando viene dato loro spazio, di mettere in contatto, avvicinare, far dialogare e mettere in discussione. Anche nell'orrore, anche nella guerra.

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Al Teatro Libero di Milano, la produzione Aria Teatro ha portato in scena My Romantic History, uno spettacolo divertente quanto riflessivo: una panoramica sulle difficoltà dei trentenni di oggi, dal campo lavorativo a quello personale.

Il testo è del drammaturgo scozzese D.C. Jackson ed è diretto da Chiara Benedetti. Nel cast Giuseppe Amato, Denis Fontanari, Alice Melloni, Paola Mitri: quattro giovani attori che attraverso battute e racconti delle loro esperienze, coinvolgono il pubblico sin dalle prime battute.

Unfolding Roma ha il piacere di ospitare la regista Chiara Benedetti.

In questa commedia uno degli elementi cardini è la precarietà sia lavorativa che sentimentale. Se per la prima può non dipendere direttamente dai giovani, la seconda un po’ sì. Perchè secondo te quasi scelgono di essere degli eterni Peter Pan?

Ovviamente si tratta di una reazione a catena, la precarietà del mondo che ci circonda influisce sul nostro modo di interpretare il futuro nelle scelte lavorative e sentimentali. Per quanto riguarda la durata dei nostri rapporti interpersonali, sono quasi sicura che la mia generazione abbia perso la capacità di mettere da parte i propri interessi in funzione di quelli di una famiglia. Le possibilità che pare concederci oggi il mondo sembrano troppo entusiasmanti a confronto dei compromessi di una vita stabile di coppia.

D.C. Jackson lascia i suoi protagonisti cibarsi dei propri sogni poi, improvvisamente, li catapulta nel mondo reale, fatto di responsabilità verso gli altri ma soprattutto verso se stessi. E’ un po’ come dire c’è un tempo entro il quale realizzare i propri sogni, una volta scaduto, dobbbiamo rimboccarci le maniche e cercare altro. Sei d’accordo?

I protagonisti vivono in un mondo di sogni, idealizzando la propria adolescenza, perché non riescono a identificarsi con la realtà che li circonda. Vivono con cinismo e distacco il proprio presente e sono troppo insicuri per lavorare su se stessi e modificarsi per cercare di essere felici. Si accontentano, si appiattiscono nella monotonia dell’omologazione. Fortunatamente, qualcosa nelle loro vite cambia e toglie la patina che ha offuscato i loro occhi per così tanto tempo, dandogli la possibilità di diventare degli splendidi adulti. Personalmente non credo che ci sia un tempo di scadenza per seguire i propri sogni anzi, credo si debba tendere a farlo il più possibile ad ogni età. L’intelligenza sta nel farlo con coscienza, senza distruggere il mondo che ci circonda.

Chiara da trentenne quale sei, ti rispecchi nelle incertezze dei protagonisti di My Romantic History?

Mi rispecchio moltissimo nei protagonisti del racconto e nelle vicende da loro vissute. È per questo che riesco a riderne senza giudicarli, a sentirmi spietatamente contro di loro e allo stesso tempo al loro fianco.

Quale tipologia di pubblico ti aspetti al Teatro Libero?

Un pubblico vivace, curioso di conoscere i retroscena delle scelte di una generazione spesso criticata per la sua irrequietezza.

Durante lo spettacolo il linguaggio si alterna alla musica. Pochi giorni fa il musicista Davide Martello ha portato un pianoforte dinanzi al Bataclan, il teatro protagonista dell’assedio più atroce di Parigi. Ha suonato Imagine, la musica è valsa più di qualsiasi parola. Un tuo commento?

Mi fa pensare a Sarajlic, un poeta bosniaco che ha vissuto a Sarajevo durate l’assedio. Scriveva: “Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti, i pittori, i suonatori e saltimbanchi dallo spirito indomito di un popolo..”. Fortunatamente la musica e l’arte hanno ancora la capacità di unire, al di là delle scelte religiose e politiche. Hanno ancora la capacità, quando viene dato loro spazio, di mettere in contatto, avvicinare, far dialogare e mettere in discussione. Anche nell’orrore, anche nella guerra.

Chiara quando hai scoperto le tue velleità artistiche?

Non credo sia tanto fondamentale quando le velleità artistiche si scoprono, ma quando si decide di seguirle. Ho sempre assecondato qualche forma di espressività durante la mia vita, fino a quando mi sono resa conto di non poterne fare a meno. Ho frequentato l’Accademia di Belle Arti e la Scuola di Recitazione, ed è stato a quel punto che il mio percorso ha preso una direzione precisa.

Con quale spettacolo hai fatto il tuo debutto?

Ho iniziato a recitare a sedici anni con la compagnia della scuola in una commedia di Aristofane. Ho sempre lavorato come attrice e My Romantic History è il mio debutto in veste di regista.

Nel corso di questi anni hai ricevuto più parole di incoraggiamento o più “desisti”?

È difficile ricevere parole di incoraggiamento nella “giungla teatrale”. Combattere per andare avanti ogni giorno contro le difficoltà quotidiane che questo lavoro impone è la vera sfida. Quindi capisco la diffidenza di chi ci sta vicino (genitori, parenti e amici) e che spesso tentano il tutto e per tutto per convincerci ad abbracciare uno stile di vita meno faticoso. Gli incoraggiamenti non sono molti e per questo quando arrivano divengono sorprendentemente preziosi.

Hai condotto tanti laboratori teatrali e tra questi il progetto “Donne Dentro” con le detenute della Casa Circondariale di Trento. Il tema era “Essere Donne: i nostri sogni in carcere”. Ti chiedo: in una realtà carceraria si riesce a sognare? Ci racconti questa esperienza?

Ho condotto due laboratori all’interno della casa circondariale di Trento, il primo con le donne e il secondo con la sezione maschile. Sono state delle esperienze densissime e purtroppo troppo brevi. Non sono in grado di dare una visione completa del quadro carcerario, è molto complesso e bisognerebbe avere la possibilità di lavorarci a lungo per capirne bene le dinamiche, ma ho vissuto un dei momenti intensissimi di incontro con i detenuti. Sognare in carcere è una lama a doppio taglio, c’è il rischio di isolarsi in un mondo illusorio e di non avere più contatto con la realtà. Mantenere i piedi per terra senza il rischio di impazzire è l’obiettivo umano difficilmente raggiungibile in una struttura carceraria. Un’istituzione che pone l’uomo in una condizione di privazione assoluta, non può che creare squilibrio, infelicità, e confusione emotiva. Dopo aver conosciuto il carcere, mi sono ulteriormente convinta dell’importanza di misure alternative per chi ha commesso reati. Se la realtà carceraria fosse meno ignorata e più visibile, ci renderemmo conto che in una società che si definisce “civile” urge ripensare a metodi rieducativi e di reinserimento.

Ci parli della Compagnia Aria Teatro?

Abbiamo fondato la compagnia nel 2008, dopo esserci incontrati durante il nostro percorso di studi di recitazione. Abbiamo scelto come sede Pergine Valsugana, in provincia di Trento, perché lì avevamo la possibilità di gestire uno spazio teatrale in cui produrre i nostri spettacoli e organizzare una rassegna di spettacoli che ci rappresentavano. Presso il Teatro delle Garberie è nato il nostro gruppo, formato da attori e persone che collaboravano sotto varie forme artistiche. Il regista che per tutti questi anni ci ha guidato, fondando un po’ quella che è stata fino ad oggi la nostra linea artistica, è stato Riccardo Bellandi. Con lui abbiamo lavorato su opere classiche e drammaturgia contemporanea, ponendo sempre particolare attenzione sull’incisività delle relazioni dei personaggi in scena. Dal 2013 abbiamo iniziato a gestire il Teatro Comunale di Pergine, uno spazio incredibile e nuovo, che ci dà la possibilità di ospitare fino a 500 persone, nel quale realizziamo una ricca rassegna di spettacoli. Purtroppo il 2014 ha portato con sé oltre all’ampliamento dei progetti e delle produzioni, la perdita prematura e imprevista di Riccardo. Dopo il grave e inevitabile shock che il suo vuoto ha lasciato, abbiamo deciso di ricostituirci e di assegnarci ruoli diversi. Il nucleo stabile della compagnia è rimasto invariato: Denis Fontanari (attore e direttore artistico del teatro di Pergine), Giuseppe Amato ( attore e regista), Federica Rigon (scenografa e light desiner) ai quali si affiancano collaboratori organizzativi e artistici (attori e coreografi esterni con i quali lavoriamo durante le produzioni)

Ho letto che suoni la chitarra. E’ solo un hobby o ti sei avventurata anche in campo musicale?

Ho suonato la chitarra per molti anni e ho studiato da privatista, il mio sogno (proprio perché credo e spero non sia mai troppo tardi per realizzarli) è quello di avere la possibilità di approfondire i miei studi in campo musicale. Sono molto appassionata della musica dal vivo in scena, del canto e della danza, e credo sia un valore aggiunto di un’opera teatrale quello di avere protagonisti che si cimentino in arti diverse.

Fino al 21 novembre sarai impegnata con My Romantic History. Progetti per il dopo?

Abbiamo appena debuttato con lo spettacolo Nel Paese dei Ciechi. Un lavoro intenso tratto da un racconto di H. G. Wells, che ci ha impegnato per diversi mesi e per il quale ho curato la regia. Stiamo ancora vivendo l’energia di quella produzione, l’eco che si crea dopo un lavoro lungo. Nel 2016 ci sarà lo spazio per delle altre novità produttive: gli Emigranti” di Mrozec , con la regia di Giuseppe Amato. Avrò la possibilità di affiancare il lavoro del regista per immergerci con profonda veridicità in un tema attualmente contradditorio e complesso. Ad aprile 2016 invece sarò una degli interpreti de Ogni istante dei nostri incontri, uno spettacolo di teatro fisico con regia di G. Amato e coreografie di Claudia Monti. 

Sara Grillo 

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