Michela Zanarella

Raccontare in versi la violenza che subisce una donna mi ha portato a rivivere situazioni dolorose

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Il nostro magazine ospita quest’oggi la scrittrice Michela Zanarella, classe 1980, padovana ma da qualche anno romana di adozione.

Inizia a scrivere poesie nel 2004 e da lì diverse sono state le sue pubblicazioni: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), "Meditazioni al femminile" (2012), "L’estetica dell’oltre" (2013), "Le identità del cielo" (2013). Per la narrativa ha pubblicato il libro di racconti "Convivendo con le nuvole" (2009) e la biografia della cantautrice Linda d "Nuova identità. Il segreto" (2015).

La incontriamo in occasione del suo ultimo lavoro, Tragicamente rosso, pubblicato per ARTeMuse.

Michela, poetessa o narratrice?

Diciamo principalmente autrice di poesia, nel senso che da dieci anni scrivo e pubblico raccolte di poesia, dal 2006 ne ho all’attivo dieci. La narrativa mi affascina, ma mi rendo conto che è un genere completamente diverso, non ci si può certo improvvisare. So che ci vuole molto studio, bisogna leggere e capire le tecniche di scrittura, approfondendo ed affinando gli stili. Vale comunque per qualsiasi arte o disciplina. Sto facendo un percorso e prima di dare alle stampe un libro di narrativa voglio essere pronta e preparata in modo adeguato. Ho un romanzo nel cassetto da ben quattro anni e lo rivedo costantemente, aggiungendo o togliendo delle parti che non mi convincono.

Cosa o chi ha ispirato la stesura di Tragicamente rosso?

L’idea di raccogliere in un volume il testo del monologo contro la violenza sulle donne con cui siamo in scena da quasi due anni, abbinandolo ad una silloge che include quarantadue poesie, mi è venuta per dare maggiore concretezza ad un progetto a cui tengo molto. La puntigliosità registica di Giuseppe Lorin mi ha stimolato nel credere fino in fondo alla realizzazione del libro. Mi ha guidato nella drammaturgia del testo e la bravura di Chiara Pavoni nell’interpretarlo, ha poi contribuito a consolidare non solo i nostri rapporti professionali, ma anche la volontà di proseguire in altri lavori. Affrontare un tema così delicato non è sicuramente facile, anzi penso sia rischioso, la poesia ed il teatro in questo caso si sono intrecciati per toccare il dramma non solo della violenza di genere, ma anche della violenza sull’ambiente, sulla psiche, sull’umanità, arrivando fino alla Shoah. Ho sentito la necessità di gridare il mio dissenso verso il male che attanaglia il mondo. Il rosso che imbratta qualsiasi cosa è il colore della sofferenza, del dolore che non trova luce o speranza.

Un’opera in Sei Cantiche, così definita da Dario Amadei, il cui elemento comune è il rosso. Cosa simboleggia per te questo colore?

Il rosso in quest’opera rappresenta il sangue che sgorga violento, rappresenta il male del mondo, le tante brutture che avvengono ogni giorno. Non è il colore dell’amore passionale, ma dell’amore malato e violento, non assume un significato positivo, in questo caso ferisce ed annienta, come una lama affilata. Non è spesso dramma ma tragedia che lascia sul campo la vittima.

L'avverbio “tragicamente” ricorda negatività. Il colore rosso può sì simboleggiare passione, ma anche sangue e quindi dolore. Un titolo quanto mai attuale dato gli ultimi eventi di cronaca…

Sì, esattamente, l’avverbio indica qualcosa di molto negativo, che si ricollega ai tanti casi di cronaca nera, ai femminicidi purtroppo sempre attuali, ho scelto di utilizzare un titolo forte, proprio per portare alla luce ciò che succede intorno a noi, non possiamo restare indifferenti di fronte a tanta violenza, ai drammi della storia che continuano a ripetersi.

La tua poesia è raccontata anche attraverso il teatro. Ci sono progetti relativi la messa in scena di questo tuo ultimo libro?

Il monologo ha già un percorso che dura da un anno e mezzo, abbiamo iniziato attraverso il progetto “No violence” ideato da Michele Simolo, che tra l’altro mi ha concesso lo scatto di copertina del libro. Dall’Isola del Cinema di Roma abbiamo raggiunto tante città italiane ed ora con l’uscita del libro continueremo a diffondere il nostro pensiero contrario alla violenza. Mi auguro di poter portare il testo nelle scuole, attraverso una campagna di sensibilizzazione ai ragazzi. Questo libro nasce con l’intenzione di diventare un mezzo di comunicazione per chiunque voglia prendere atto che non si possono accettare certe situazioni.

E’ più semplice arrivare al cuore dei lettori o al cuore di chi segue un'opera teatrale?

Sicuramente il teatro facilita il contatto con le persone, ma credo che anche chi legge possa capire cosa mi ha portato a scrivere di questa tematica. Mi auguro di riuscire a diffondere il mio pensiero a molte persone, sia in poesia che con il teatro. Alla fine quello che conta è che qualcuno possa trarre qualcosa per se stesso e per gli altri. Anche un solo lettore o un solo spettatore hanno grande valore.

Rosso donna, Rosso Shoah, Rosso mondo, Rosso natura, Rosso follia, Rosso guerra. Qual è stato il capitolo più difficile da comporre e perché?

Ogni capitolo è stato il frutto di una liberazione creativa, penso che Rosso donna sia stato il più complesso, perché raccontare in versi la violenza che subisce una donna mi ha portato a rivivere situazioni dolorose. La poesia in questo caso mi ha aiutato a dire cose che con la voce riuscirei a fatica ad esprimere.

Il tuo è un libro di denuncia contro la violenza. Il 25 novembre scorso si è celebrata la Giornata contro la violenza sulle donne. Quello stesso giorno, l’ennesimo femminicidio. Un tuo commento?

Purtroppo la violenza continuerà ad essere tra noi, è amaro e triste ammetterlo, l’essere umano non smette di ripetere gli stessi errori, di commettere crimini, di togliere la vita altrui. E’ vero forse le celebrazioni servono a poco, ma insistere nel dire no alla violenza penso sia necessario.

Hai origini padovane ma vivi da diversi anni a Roma. Culturalmente, in cosa differiscono le due città?

Roma è una grande metropoli, le contaminazioni culturali e le iniziative sono tantissime, ci sono numerose realtà, difficile non rimanerne affascinati e restarne fuori. Padova, seppur molto più piccola di dimensione, è comunque molto attiva culturalmente, io sono cresciuta comunque in provincia e si fa molto più fatica a dare attenzione all’arte, alla cultura in genere. Non avrei potuto sviluppare allo stesso modo la mia attività, le mie conoscenze e i miei interessi. Sono molto legata alla mia terra, ma nello stesso tempo mi rendo conto, che non sarei in grado di riprendere la vita che facevo lì. Magari con il tempo cambierò idea ma per ora quello che mi offre Roma dal punto di vista creativo non ha paragoni.

Come ti sei avvicinata alla lettura e poi alla scrittura?

Mi sono avvicinata alla lettura molto presto, ho imparato a leggere precocemente, mio padre mi comprava tantissimi libri di favole e di racconti per bambini, mi ha coccolato con i libri e lo ringrazio per questo, ogni settimana ne divoravo diversi, da allora non ho mai smesso e leggo di tutto, alla scrittura sono arrivata all’età di ventiquattro anni, dopo un tragico incidente stradale al quale sono sopravvissuta. Penso sia stata una forma di riscatto alla vita, una mia seconda possibilità di esistere, la poesia è arrivata improvvisamente, come una forza che non avevo mai conosciuto.

La tua poesia è tradotta in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo e giapponese. E’ difficile per uno scrittore misurarsi con culture diverse?

Essere tradotta in tante lingue mi ha permesso di farmi conoscere fuori dal territorio nazionale, per questo devo ringraziare i miei traduttori, senza di loro non sarebbe mai stato possibile, con loro ho un grande rapporto di stima ed amicizia. A Boston, negli Stati Uniti, una ragazza ha fatto una tesi all’università attraverso i miei testi e non credo possa esserci soddisfazione più grande di questa. E’ venuta in Italia a conoscermi e siamo sempre in contatto.

Nei tuoi scritti ci sono tratti autobiografici?

Si, c’è sempre qualcosa di me in tutto ciò che scrivo, mi viene naturale rispecchiarmi in ciò che vivo e sento, ma tutto ha un valore universale che può raggiungere chiunque.

Un autore di libri avverte un po’ di responsabilità nei confronti dei propri lettori o scrive in primis per se stesso?

Chi scrive si mette in gioco, affida pensieri ed emozioni agli altri, quindi secondo me ha una certa responsabilità in ciò che offre ai lettori.

Dinanzi ad una pagina bianca inizi a scrivere trasportata dal momento o preferisci pianificare, anche solo mentalmente, quel che sarà il tuo scritto?

Dipende dalle situazioni e dal momento, ci sono giorni in cui mi lascio trasportare dal richiamo della poesia e scrivo senza sapere che direzione prenderà il mio scrivere, in altri faccio molta più attenzione ed imposto un lavoro molto più strutturato. In ogni caso cerco sempre che sia l’ispirazione a guidarmi.

Sei Presidente dell’Associazione di Promozione Sociale “Le Ragunanze”. Ci spieghi di cosa si tratta?

E’ un’associazione di promozione sociale nata nel luglio del 2014, che prende il nome da un vocabolo barocco, utilizzato da Cristina di Svezia, per i raduni degli artisti, dei musici, dei poeti, nella sua Arcadia, che avvenivano nei boschi, nel pieno rispetto dell’ambiente. E noi abbiamo voluto ripristinare questi incontri valorizzando l’ambiente ed il genio artistico, espressione di qualsiasi forma d’arte.

Sara Grillo

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