Giulia Angeloni E Flavia Ripa

Mi sembra che proprio adesso possa esserci bisogno di un’alternativa, di spazi d’ascolto diversi, di approfondimento, di comunicazione diretta, umana, e in grado di dimostrarsi, nella sua semplicità, altrettanto potente e coinvolgente.

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Spettacolo vincitore del TROIATEATROFESTIVAL 2014, Menzione speciale al PREMIO SCINTILLE ASTI TEATRO 2014, Vincitore del premio degli allievi al GIOVANI REALTA’ 2013 di UDINE, Nomination “Special Off “ ROMA FRINGE 2015, Premio critica e pubblico CASTELBUONOTEATRO festival 2015, testimoniano da soli la valenza dello spettacolo.

Banja e Sharazade, due cantastorie fuggite da un circo nella speranza di liberarsi dei fenomeni da baraccone con i quali sono costrette a convivere, incontrano sulla propria strada personaggi ancora più strampalati di cui, volenti o nolenti, si ritrovano a farsi cantrici ogni sera, nei propri spettacoli sgangherati.

L’arci Ohibò di Milano ospita il 13 dicembre Santi, balordi e poveri cristi di e con Giulia Angeloni e Flavia Ripa e noi di Unfolding Roma, dopo averle applaudite al Roma Fringe Festival questa estate, abbiamo il piacere di fare due chiacchiere con le protagoniste!

Come e quando nasce il progetto Santi, balordi e poveri cristi?

Giulia: Il progetto è nato l’estate del 2013. Era stato proposto a Flavia di presentare uno spettacolo all’interno degli eventi estivi del suo paese, Castellaneta, in Puglia, e così mi ha coinvolta nel fare qualcosa insieme per quell’occasione. Si trattava di un contesto in cui il pubblico sarebbe stato molto trasversale, dallo studente universitario alla signora anziana a cui magari non capita di andare spesso a teatro, quindi volevamo trovare un linguaggio che potesse parlare il più possibile a tutti. Io ho sempre amato il teatro popolare nella sua accezione più alta, venivo da poco da un lavoro sul “Mistero Buffo” di Dario Fo, spettacolo che ho nel cuore da quando avevo sedici anni. Mi sono sempre interessata alla cultura popolare, dalla musica ai racconti di tradizione orale e apprezzo moltissimo il teatro che sa sviluppare e reinterpretare con originalità questo tipo di mondo. Era una direzione di lavoro già presente in qualche modo nei miei desideri. E sia io che Flavia abbiamo pensato potesse essere una via interessante rispetto a quello che cercavamo. Abbiamo cominciato a fare ricerca sulla fiaba, abbiamo letto, ascoltato, messo a confronto versioni diverse. Da lì poi abbiamo allargato il campo ad altre forme di racconto orale. Ci siamo divertite a sperimentare linguaggi diversi, dalla giullarata al racconto interamente in musica. C’è voluto un po’ di tempo prima che lo spettacolo arrivasse alla sua forma definitiva, è successo molto più tardi rispetto a quella prima data a Castellaneta e ancora adesso ci piace pensarlo un po’ in divenire. Non sempre andiamo in scena con la stessa scaletta e siamo ancora alla ricerca di nuovi racconti da aggiungere nostro repertorio.

Flavia: Nasce a fine 2013. Ad agosto, forse senza troppe pretese o specifiche idee, solo con la voglia di tappare un buco. Diciamo una situazione fortuita e come tante, che ha creato un’opportunità. Si delinea durante un momento di studio su Checov e la novellistica dello stesso, in isolamento in Svizzera, prolungatosi in un agosto afoso tra zanzare e Milano-Roma, biblioteche e assenza di mare. Si formalizza in qualche modo nel gennaio del 2014, dopo i primi riconoscimenti esterni sul piano della bozza, quando abbiamo proposto i primi minuti in giro per concorsi/rassegne.

In un mondo tecnologico vi proponete come cantastorie. Voglia di un ritorno al passato o è proprio un voler fuggire dalla realtà?

Giulia: A dire il vero nessuno dei due. Anzi, forse ha quasi più a che fare col guardare al futuro, per quanto mi riguarda. Non penso che in un mondo tecnologico non ci sia più bisogno di racconto, al contrario. Io personalmente ne sono affamata e non mi pare di essere un caso isolato. Penso sia un bisogno insito nell’uomo, abbiamo sempre raccontato e forse sempre lo faremo. E tante volte usiamo le nuove tecnologie proprio per rispondere a questo bisogno. Cambiano le forme, i tempi di fruizione ma in fondo è per soddisfare la nostra voglia di racconto che guardiamo un film, una serie tv, o addirittura che andiamo ad aprire un post su facebook se il titolo ha saputo lasciarci in sospeso. La nostra quotidianità è sovraffollata di comunicazioni virtuali, istantanee, di immagini veloci, di stati d’animo sintetizzati con emoticon. E’ un tipo di linguaggio come un altro e non credo che sia un male in sé, anzi. Se c’è è perché risponde alle esigenze pratiche dei mezzi che utilizziamo. Ma certamente è dominante, lo coltiviamo ogni giorno, ne siamo immersi. Il problema è l’egemonia. Per questo mi sembra che proprio adesso possa esserci bisogno di un’alternativa, di spazi d’ascolto diversi, di approfondimento, di comunicazione diretta, umana, e in grado di dimostrarsi, nella sua semplicità, altrettanto potente e coinvolgente. Il cantastorie di mestiere, come lo conoscevamo fino a circa sessant’anni fa, non esiste più. Ma la comunicazione immediata, primitiva, in cui qualcuno racconta a qualcun altro, senza bisogno di nulla più se non il corpo, la voce e le immagini che evoca io credo resti ancora una delle più potenti e affascinanti tra le varie possibili. Perché richiede a chi guarda un’attività immaginativa forte, il narratore evoca, offre una parte per il tutto ma poi è lo spettatore a costruire il restante attorno. Lo spettatore si trova a condividere un’esperienza con altri mettendo in gioco anche il proprio mondo interiore. Fare una proposta del genere oggi, per me significa spartire con altri la bellezza di questo tipo di fruizione a cui ormai siamo sempre meno abituati ma che nella mia esperienza ha ancora molta forza e facilità di presa, e non perché auspichi un ritorno al passato, tutt’altro, ma perché il futuro sia più ricco e ci sia più scelta. Non mi pare che chi racconta storie proponga necessariamente una fuga dalla realtà. Anzi, il cantastorie come figura storica tante volte faceva esattamente il contrario, rielaborava e raccontava anche i fatti della realtà nella quale si trovava a vivere. Noi ci siamo interessate alla fiaba proprio perché è un genere che ha molto che vedere con il reale. Calvino scriveva “le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita (…) sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna”. Forse non è un caso che in alcune regioni vengano le fiabe chiamate “fatti” allo stesso modo con cui si indicano le cose successe davvero. E’ la necessità che sta dietro alla fiaba ad essere vera e a raccontarci tanto dell’essere umano. I temi di cui parliamo attraverso i nostri racconti, il bisogno che ci ha portato a scegliere quelle storie e non altre è strettamente legato al nostro rapporto con la realtà, allo sguardo che abbiamo su di essa, a ciò che conosciamo del mondo.

Flavia: Nessuna delle due. Parlo per me, ma credo che riguardi entrambe in qualche modo, ma non è la nostra una proposta di ritorno al passato, o nostalgia di qualche cosa che è venuta a mancarci. Né tanto meno è un modo esemplificativo di fuga.  Essere giovani e confrontarsi con una forma, reputata antica non fa di noi delle nostalgiche, e per di più non credo che le fiabe siano antiche, passate. Le vivo, le ho vissute, magari con meno consapevolezza in passato, come forme rituali, momenti della vita di una persona, inevitabili, portatori di un qualcosa di ancestrale legato al bisogno di raccontarsi il mondo, le paure e rappresentarle per non rimanerne annientati. Una forma abituale, in certi momenti della vita, e inevitabile. Certamente la patina esteriore dello spettacolo, le valigie di cartone, i cappelli, richiamano più facilmente a un immaginario lontano nel tempo. Ma credo che questo non sia ritornare, o tornare a vestire panni antichi o panni di antichi. Questo è uno spettacolo che ha un codice, di questo impatto. Ma le tematiche messe a fuoco sono proprio domande che mi pongo oggi, alla luce della realtà che vivo. Cos'è la mostruosità? Per sentirmi parte di un Tutto, a cosa devo rinunciare? la differenza è un valore aggiunto o una appendice da rimuovere, come la paura?  Non c'è un in nessuna storia un finale "giusto", il ritorno ad un ordine, anzi forse il dubbio che le cose non cambino. Per quanto riguarda la fuga, è un no per varie ragioni. E’ vero, il mondo è tecnologico. Noi non lo rifiutiamo, anzi io sono una nerd nel mio piccolo. Abbiamo deciso di rifiutare in un primo lavoro assieme, l'utilizzo di tecnologie come espressione personale. E forse non c'è stata la necessità. E poi...Tecnicamente essendo giovani ci dovremmo sapere esprimere meglio con il multimediale? Se non lo facciamo, siamo atipiche? Credo che in questo lavoro ci siano due consapevolezze: la povertà, di cui fare una virtù, e l’onestà, di cui fare vessillo. La povertà di mezzi, inevitabile se non si hanno produzioni alle spalle o quant’altro, che diventa un'assoluta necessità quando è l’attore che deve fare tutto, o meglio decide di far tutto perché sia lo spettatore a immaginare, a creare, ad essere attivo. L’onestà invece, riguarda una consapevolezza politica e civile del fare spettacolo. Mi spiego in brevità, cosa difficile per me, è evidente? L'onestà è in quello che posso proporre realmente e a un livello di buon professionismo, al di là di gusti e risultati. Vedo intorno a me delle tendenze: l'utilizzo di mille codici visivi, multimedialità, provocazione, rabbia. Una voglia di essere taglienti, moderni, urlanti, ma mi succede, da spettatrice, di andare a teatro e vedere i miei contemporanei e sento un urto, talvolta una spocchia, una finta padronanza dei mezzi, non sento che molte di queste cose siano necessarie davvero, non sento la necessità, ecco. Tutto è diventato stile, orpello, e alla fine mi sento arrabbiata, perché sono provocata, vengo costretta ad assistere ad aggressive forme di vittimismo intellettuale, dovrei sentirmi grata per aver ricevuto delle informazioni e delle confessioni. Non mi sento provocata sul piano dei contenuti, non mi sento smossa. Le forme personali stanno soccombendo a un'idea di' teatro giovane e di ricerca'. Entrambe locuzioni che mi fanno sorridere. Sono polemica, mi rendo conto, ma non manichea. Questo vale per molti e non per tutti. Ho visto lavori pieni di domande, mezzi, di suoni, di corpi, che parlavano, che volevano essere fortemente li', testimoniare e far sentire un peso, una differenza. Quello di cui parlo è un sottobosco di snob che rovinano il mestiere, la libertà espressiva, credendo di fare del teatro che smuove e mobilita il disgusto, ma giocando solo con stilemi, ormai reiterate e modaiole variazioni su tema. Volevamo fare uno spettacolo curato e nelle nostre possibilità attuali. Il nostro spettacolo non cambia il mondo, non vuole cambiarlo, non può riuscirci, lo facciamo con passione e onestà, onestà di chi ha dei contenuti che vuole condividere per modificare davvero una coscienza o parlare, senza imposizioni o demagogie di argomenti importanti o meno. Senza insegnare, senza essere didattici, didascalici o intellettuali.

Il linguaggio semplice delle fiabe si sposa con spunti di riflessione. E’ questa l’ambizione del vostro spettacolo, indurre il pubblico a riflettere?

Giulia: Noi per prime ci siamo interessate a storie che ci toccavano, che parlavano di qualcosa che sentivamo vicino, che aprivano questioni in noi. Per questo ci divertivano o ci appassionavano. Io penso che il nostro bisogno di narrazione abbia quasi sempre a che vedere con questo, si viene avvinti dalle vicende che sollevano temi che sentiamo risonanti, che tentano di parlarci dell’essere umano, che aprono questioni su cui anche noi ci interroghiamo o ci fanno confrontare con punti di vista diversi dai nostri. Per questo si ride e si piange, per questo si empatizza e ci si appassiona talvolta anche a storie e vicende umane apparentemente molto lontane da noi. Quindi sì, ci auguriamo che nei nostri racconti ci sia questo. Che possano sollevare temi allo stesso modo in cui li sollevano in noi. Non cerchiamo di dare risposte, ci interessa, nel nostro piccolo, porre dei dubbi, condividerli, confrontarci su alcune questioni, offrendo in qualche modo il nostro punto di vista.

Flavia: Credo di sì, si ride per cose assurde, ridere è un modo per esorcizzare l'errore, il dubbio, la paura. Ma alla base si dovrebbe prendere coscienza delle cose ,se si arriva a sentire il bisogno di riderci su. Una volta un bambino, in genere non sono presenti molti bambini, ci ha chiesto come finiva veramente la storia del ragazzo a due teste, cioè se finisse bene, perché in effetti lui sentiva che non finiva bene, ma suo padre negava. Non tutti colgono questo aspetto. Per esempio. O un'altra volta una ragazza giovane ci ha lasciato dicendo, che dopo il primo racconto, in cui al bambino viene tagliata una testa per tornare ad essere Figlio, seppur ridesse e si divertisse su altri racconti, le tornava sempre un'amarezza, una tristezza, qualcosa di tristemente ingiusto che a tratti tornava a galla a causa di quella svolta nella prima storia.

L’allestimento è al minimo, il contatto col pubblico diretto. Nel corso delle vostre serate che tipologia di pubblico avete incontrato? C’e’ stato qualche episodio curioso che volete raccontarci?

Giulia: Ci capita di andare in posti molto diversi di cui alcuni non sono prettamente teatrali. Quindi capita di incontrare anche chi è andato lì per caso, magari a bere una birra e al teatro non si è mai interessato. Vedere queste persone appassionarsi e magari stupirsi quando gli accade, personalmente è quello che mi fa più piacere. Penso che il teatro abbia un grosso problema di scollamento dal pubblico ed episodi del genere in qualche modo mi appaiono come una risposta, seppure piccola. Quello che è curioso è vedere come cambiano le reazioni da luogo a luogo. Per esempio abbiamo un racconto tutto in musica che piace moltissimo al nord mentre appare più ostico da Roma in giù. O paradossalmente gli anziani del sud sono molto più disposti a scherzare su Gesù Cristo e i Santi rispetto ai cinquantenni – e a volte addirittura ai giovani – di certe province lombarde. In alcune regioni poi si ride poco. Pensi che sia andata malissimo perché nessuno reagiva e invece alla fine scopri che sono tutti contenti. Ed è la gente del posto a dirtelo “sì, è così, siamo friulani!”

Flavia: Il pubblico è molto trasversale, sia perché lo facciamo in luoghi spesso non squisitamente teatrali sia perché avvicina persone anche diverse fra loro. Ci sono giovani e anziani, gente che si trova lì per caso, poi contenta di rimanere e addetti ai lavori, eccetera. Ognuno apprezza delle cose, magari per motivi differenti. Vuole il nostro essere un testo a più livelli di comunicazione.

Tema cardine del testo è la non appartenenza. Ma Flavia e Giulia si sentono parte della nostra società o rispecchiano, seppur in parte, gli stati d’animo di Banja e Sharazade?

Giulia: Sì certo. Personalmente mi sono sempre sentita più appartenente alla categoria dei non appartenenti, per varie ragioni caratteriali e personali. Quindi credo che proprio come Banja e Sharazade anche Flavia e Giulia sperimentino il conflitto tra bisogno d’accettazione e necessità di rimanere fedeli a se stesse con i compromessi e le rinunce che ne derivano.

Flavia: Non mi rispecchio esattamente in nulla. Nel senso che non mi rispecchio in come la mia generazione viene raffigurata, non del tutto, come si vuole raffigurare da sé, non mi sento appartenente a un rito sociale o religioso. Ho timore a seguire motti e modi perché sento che c'è qualcosa che sfugge sempre al bisogno di normalizzare, o classificare, eppure sono mille le volte in cui vorrei poter essere organica ai sistemi, ai metodi, a quello che più ricorre, che si tratti di appartenenza sociale, politica, il giro giusto, il credo che ti salva...il teatro. Essere giusta, al posto giusto, nel modo giusto, nel percorso giusto. Eppure questo stato di non aderenza a un certo punto smette di ucciderti e diventa un basso continuo, che poi sparisce, o rimane silenzioso, su cui puoi improvvisare, puoi ometterlo, puoi conviverci.

Come nasce il duo Angeloni/Ripa?

Giulia: Da una lunga conoscenza e un rapporto umano profondo.

Flavia: Da casualità, da viaggi, da affetti.

Quando vi siete rese conto che il teatro era la vostra strada?

Giulia: L’ho detto per la prima volta in tema delle elementari ma ricordo di averlo deciso a più o meno quindici anni. Passavo i pomeriggi a imparare a memoria paradigmi di verbi irregolari greci e latini e mi sono detta “Così non può andare! Va bene fino al diploma ma poi devo fare qualcosa che amo!” Poi ho un altro ricordo. Avevo sedici o diciassette anni. L’insegnante con cui facevo teatro al liceo organizzava un festival estivo in un piccolo borgo vicino Roma e noi allievi eravamo invitati a partecipare. Era un’esperienza bellissima per noi, per cinque giorni ogni sera recitavamo in strada, ci sentivamo quasi come degli attori veri, entravamo in contatto con gente appassionata, persone che facevano strani mestieri: burattinai, trampolieri, organettisti. Una sera avevo appena finito di fare spettacolo e ascoltavo un gruppo che suonava in piazza, c’era atmosfera di festa e mi ricordo di aver pensato “voglio vivere sempre così”. Quando adesso mi capita di fare spettacolo in giro e di provare – nonostante le condizioni non sempre semplici – sensazioni di entusiasmo simile mi viene da pensare che in qualche modo forse lo sto facendo e in quei momenti mi sento davvero molto felice.

Flavia: Non me ne sono resa conto, non c'è stato un tempo in cui l'ho detto, ho fatto coming out teatrale. Ti prende la mano. E’ un vizio il teatro. Mi sono resa conto che il teatro è un farmaco, e alle volte un veleno. Nel lavoro stesso. Quando stai per mollare, perché dignità e giustizia non si confanno a questo ambito, e poi vai in scena e tutta la fatica si trasforma in energia. Forse questo è il sentore di una strada in attraversamento.

Di teatro si riesce a vivere o c’è sempre l’esigenza di dedicarsi ad altro?

Giulia: Ecco di contro c’è che vivere di teatro è molto difficile. Quasi sempre c’è la necessità di dedicarsi anche ad altro e si va incontro ad esperienze anche molto frustranti. Investire in autoproduzioni, come la nostra, è bellissimo ma tante volte anche estremamente avvilente. Bisogna avere tanto entusiasmo, costanza ed equilibrio per non avere il desiderio di gettare la spugna perché le condizioni che si incontrano alle volte sono deprimenti e si ha la sensazione di lavorare molto per arrivare veramente a poco. Eppure intorno a me vedo tanta gente laboriosa, creativa, che ha idee, voglia di fare e che, in effetti, nonostante tutto, ugualmente fa. Ma volare alto è molto difficile e spesso ci si ritrova a stagnare in un generale annaspare di sopravvivenza che tarperebbe le ali a chiunque.

Flavia: La seconda, la seconda. Si riesce a sopravvivere di teatro.

Avete pensato di realizzare degli spettacoli per i più piccoli con la formula del cantastorie?

Giulia: A dire il vero no ma certamente potrebbe essere un linguaggio coinvolgente anche per i bambini.

Flavia: No.

Altri progetti a cui state lavorando? Vi ritroveremo ancora come duo?

Giulia: Penso proprio di sì! In effetti stiamo pensando di lavorare a breve ad un nuovo progetto.

Flavia: Chissà. Vedremo..

Per concludere con un sorriso, chiedo ad entrambe un santo un balordo e povero cristo del nostro Paese…

Giulia: Tra i santi nominerei la compagna di Salvini perché è l’unica spiegazione. Un balordo inquietante è Andrea Dipré. Di poveri cristi sono piene le strade e i giornali. E che dire del Mago Guarda? L’altro giorno su di lui ho letto uno scoop: pare abbia messo su un business di epigoni che si danno il cambio a turni alterni!

Flavia: Conosco molti balordi, anonimi o pubblici, molti poveri cristi, conosco molti balordi che si fingono poveri cristi, ma santi onestamente nella mia vita sociale, politica e virtuale, non ne ho visti. Bè anche perché prima di divenire santi, bisogna morire.

Sara Grillo

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