Soggetto preferito dei filmini di papà, e dopo aver vinto, come soggetto fotografico, il concorso indetto da un rotocalco, come 'Miglior Volto Rinascimentale', le fu definitivamente chiaro che le interessava di più stare dietro la macchina da presa, piuttosto che davanti.
Come è nato in lei l'amore per l'antropologia?
L'amore per l'antropologia è nato da una tensione verso il cercare di capire quello che non mi è chiaro del mondo in cui viviamo, partendo da micro-contesti; questo modo di conoscere in antropologia si chiama 'lavoro sul campo', etnografia, la conoscenza diretta di situazioni umane attraverso la partecipazione e l'interazione diretta con le persone.
Come è riuscita a collegare l'antropologia alla fotografia e ai documentari?
Ho scelto il mezzo documentario perché le immagini hanno la capacità di 'portare gli spettatori sul posto', con meno mediazioni possibili, in modo che possano sentirsi anche simbolicamente 'presenti', partecipi di contesti nuovi e situazioni poco visibili, spesso solo apparentemente lontane. E permette ai soggetti di parlare, rivolgersi direttamente al pubblico, a gente che non conoscono ma che può cominciare a conoscere le loro situazioni reali.
"Violenza invisibile" è un suo documentario, il 25 novembre giorno in cui viene ricordata la violenze sulle donne è passato, ma forse proprio per questo è ancora più importante parlarne. Perché un documentario su questo argomento?
Sì, 'Violenza Invisibile' è il mio ultimo lavoro, uscito nel Novembre 2015 (il trailer e altre informazioni su www.antropologiche.it ), un documentario sulla violenza contro le donne, un tema del quale si parla ancora troppo poco, di cui le donne stesse hanno difficoltà a parlare, ancora nascosto tra le pareti delle case, invisibile quindi, soprattutto quando si tratta di violenza psicologica; viene considerato un problema privato, ma la sua diffusione rivela che invece è un problema sociale, del quale bisogna iniziare a parlare, fuori dalla paura, della vergogna, dagli stereotipi e dalle consuetudini culturali. Il documentario mostra che parlarne è possibile e aiuta i soggetti stessi a condividere le soluzioni oggi possibili di uscita dalla violenza, sia per le donne vittime che per gli uomini abusers.
Che difficoltà ha incontrato e realizzarlo?
Inizialmente ho dovuto rompere il muro dell'omertà culturale che rende il tema, appunto, invisibile. Ma ben presto, tramite associazioni, passaparola e uno spot radio-televisivo, ho trovato donne - ma anche un uomo che ha commesso maltrattamento - che erano ben contente di poter finalmente parlare delle loro situazioni, di poter raccontare ad altre donne le loro esperienze, elaborandole in una sorta di terapia narrativa svolta anche in collaborazione con una psicologa del Centro Ascolto Uomini Maltrattanti. Erano contente di poter dire ad altre donne che 'uscirne è possibile' e come loro hanno fatto. Il documentario ha così una funzione non solo informativa ma anche formativa, diviene un mezzo di emancipazione sociale.
Tra un film documentario e un film di fiction ci sono varie differenze. Nel documentario il mezzo cinema è usato per andare a riprendere delle realtà già esistenti, senza modificarle, o modificandole il meno possibile, senza allestire set, azioni con attori professionisti, ecc., ma costruendo un rapporto di fiducia con soggetti veri di storie vere, che accettano di essere osservate e di partecipare alla propria rappresentazione in momenti della loro vita reale.
Quali consigli darebbe ai giovani che vogliono intraprendere questa carriera?
Essendo un genere ancora periferico rispetto al mercato cinematografico è difficile, inizialmente, fare il documentarista come lavoro, soprattutto in Italia. Le cose però stanno cambiando. Il pubblico ha voglia di conoscere, di avere informazioni accurate su realtà esistenti, e molti giovani hanno voglia di darle; il documentario sta entrando nella cultura italiana. Sono nate ottime scuole dove imparare il mestiere, ma è importante oltre la tecnica, sviluppare una creatività personale, allenare la propria capacità di rappresentazione visuale, e per questo bisogna 'fare'…: guardare, filmare, provare, riprovare, capire da soli come 'afferrare' e restituire qualcosa di reale con le immagini.
Lorenzo Chiaramonti e Daniela Lombardi
© Riproduzione riservata