Daniele Parisi

Il teatro resisterà fino alla fine dei tempi, c’è poco da fare. Non credo che la magia svanirà mai, anzi. Più la tecnologia andrà avanti, più il teatro diverrà necessario per le persone.

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Il 2016 si presenta per l’attore romano, Daniele Parisi, molto intenso. Reduce dal successo nella Capitale, prosegue la sua tournee teatrale in giro per l’Italia.

Daniele porterà in scena dal 13 al 20 gennaio al Mulino Pacifico di Benevento lo spettacolo  Abbasso Daniele Parisi e il laboratorio “Per un Teatro Comico” nel suo primo appuntamento del progetto “CUM GRANO SALIS” a cura di ATS Motus-Solot finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale. Nel corso dei prossimi 2 anni il poliedrico attore, regista e drammaturgo sarà protagonista di altri appuntamenti all’interno del progetto beneventano.

Gli impegni teatrali continueranno il 21 gennaio a Genova presso il Centro Sociale Zapata, il 22 gennaio a Bastia Umbra presso il Teatro Esperia, il giorno seguente al Teatro G. Perugini di  Apecchio. A febbraio con Inviloop sarà in scena il 7 a Latina al Circolo Arci Sottoscala9, il 13 a Molfetta presso il The Epty Space e il 19 a Torino al Teatro della Caduta.

Abbiamo il piacere di ospitarlo sul nostro magazine.

Dalla sua ricca e variegata biografia emerge che, dopo la laurea in Drammaturgia e Scrittura Teatrale di Roma ormai più di dieci anni fa, frequenta con meriti l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico: cosa ha rappresentato, come formazione personale e professionale, per lei. Quali sono stati i suoi primi ruoli?

I primi approcci con il palcoscenico risalgono al 1988, quando alla scuola elementare Pietro Maroncelli cantai “Sul ticino Blu” con un papillon blu gigante: fu lì che compresi i limiti del teatro di rappresentazione. Nel 2000 (a 18 anni) con assoluta ingenuità mi esibivo davanti al pubblico romano cercando di farlo ridere con scarsissimi risultati. L’Università e l’Accademia mi hanno aiutato a comprendere ciò che sbagliavo. Alla Silvio d’Amico, Anna Marchesini mi ha insegnato ad abbandonare la vanità, Rosa Masciopinto e Roberto Romei mi hanno ricordato di avere un corpo, Paolo Giuranna e Lorenzo Salveti mi hanno insegnato a “parlare”, Giovanni Greco mi ha fatto capire che potevo recitare Romeo “dimenticandomi di Shakespeare” (citando Peter Brook) e poi Lilo Baur che mi ha fatto capire concretamente cosa significasse giocare sulla scena. Poi nel 2011 ho incontrato Paolo Rossi e di lì a poco ho iniziato a scrivere e mettere in scena le mie cose.

Gli anni dal 2007 al 2010 sono stati molto intensi e proficui per l’avvio della sua attività artistica al teatro e al cinema, per citare alcuni suoi lavori: la “Trilogia d’Ircana” – “Svenimenti” – “Due vite per caso” – “The Kitchen” – “Nemico di classe” – “Piccolo gioco senza conseguenze”. Com’è stata la sua esperienza sul campo, partendo da ambiti professionali diversi tra loro e quali sono stati i momenti più gratificanti?

Il primo ciak al Cinema è stato difficilissimo: dovevo guidare una macchina che mi si spegneva appena partiva la scena. Credo che i tecnici volessero uccidermi. Il regista poi mi ha calmato e siamo andati avanti. L’esperienza con la TKC è stata importante perché ho avuto la possibilità di lavorare subito finita l’Accademia e di fare esperienza sul palco: erano le prime tournée come attore. Hansel e Gretel fa parte di un capitolo molto bello perché è uno spettacolo che è nato con una compagnia formata tra i banchi dell’Accademia.

Ricollegandoci alla domanda precedente, le situazioni di maggior difficoltà nel proporsi al pubblico, in due modi nettamente distinti tra di loro?

Ogni volta è come ricominciare da capo. Ho sempre la sensazione che sarà un disastro e che sarò cacciato o dal set o dal palco insultato dal pubblico che chiede i soldi del biglietto al botteghino. Poi mi ricordo che devo giocare e mi calmo. L’approccio alla fine deve essere sempre questo, in entrambi i casi: il gioco. Come un bambino di 8 anni. A volte arrivo anche a 5-6, oramai tendo alla regressione.

Lei è certamente un attore poliedrico, basta considerare lo spettacolo “Hansel e Gretel” (vincitore anche del Premio Scenario Infanzia 2010) e passando infine per “Abbasso Daniele Parisi” – “Ab hoc et ab hac”, di cui è anche regista e interprete attualmente in tourneè: come si prepara, ogni volta, per adattarsi a confrontarsi con un pubblico sempre differente e, artisticamente, diversamente esigente?

La cosa più importante è l’ascolto. Se non ascolto il respiro del pubblico non succede niente. L’inizio è fondamentale, bisogna confermare la fiducia di chi già è predisposto a divertirsi pagando un biglietto. Ogni volta è diverso, se vado in automatico è finita.

“Inviloop” e il già citato “Abbasso Daniele Parisi” sono i titoli dei suoi prossimi spettacoli per l’inizio di quest’anno, che tra l’altro sono stati inseriti nel volume Lazio Creativo e Fondo della Creatività 2016, come delle nuove realtà artistiche emergenti. Considerando il momento socio-economico attuale e la sempre più non adeguata attenzione verso il mondo della cultura in generale, ci può dire qualcosa di più su questi fondi e come si possono ottenere, per aiutare anche altri artisti come lei?

Al momento gli unici fondi da cui attingo sono i miei. Il mio è un teatro di sopravvivenza vero e proprio. Se non vado in scena non sopravvivo, ma non artisticamente, proprio fisicamente. Non ho assolutamente idea di come si percepiscano fondi ministeriali.

Perché proprio questi titoli: “Inviloop” e “Abbasso Daniele Parisi”? Qual è stata l’idea di base, che ha portato alla realizzazione di questi spettacoli?

Abbasso Daniele Parisi è un lavoro che gira intorno al concetto di “identità”. E’ una riflessione sull’esistenza: non è un caso che il tema della morte accompagni tutto lo spettacolo. Inoltre interpretando diversi personaggi , da attore sulla scena, provo a concedermi il lusso di andarmene altrove, fuori da me. Inviloop tenta di agire scenicamente (più che raccontare) l’incastro che spesso strozza i rapporti interpersonali, e che crea quel paradosso da cui non si riesce a uscire davanti alla dispersione dell’amore liquido, il vincolo soffocante dell’essere in due e l’inferno della solitudine.

Come intende reinterpretare il ruolo di one-man show nei prossimi spettacoli al Teatro del Lido di Ostia, al Mulino Pacifico di Benevento, il Centro sociale Zapata a Genova, il Teatro Esperia in Umbria, il Circolo Arci Sottoscala9 a Molfetta, infine a Torino presso il Teatro della Caduta?  

Come dicevo prima, con l’ascolto del pubblico. Ogni serata sarà irripetibile, perché irreplicabile, mai uguale a se stessa. Solo con una struttura di spettacolo fortissima è possibile fare questo.

Cos’è il bestiario dell’umanità esasperata, che trapela dai suoi stessi personaggi? C’è una morale alla fine o è solo un semplice gioco di scrittura creativa?

Alla fine dello spettacolo ognuno trae la sua di morale, e se ne torna a casa con le sue conclusioni. La scrittura di scena è l’approccio con cui costruisco gli spettacoli, è una drammaturgia che nasce sul palco e che poi ad un certo punto del lavoro si formalizza. Il bestiario che ne consegue ne è il risultato.

Spesso il pubblico si immagina che gli artisti in generale siano sempre stati spigliati, simpatici, ironici, praticamente perfetti, dimenticando che la perfezione non è di questo mondo terreno. Com’era lei da bambino e, poi, da adolescente? Che rapporto aveva con i suoi coetanei durante i momenti più complicati della propria crescita personale ed emotiva?

Fino ai 2-3 anni gridavo in faccia alle persone fino a perdere i sensi. Mia zia pensava fossi posseduto dal demonio. Nel paese di provincia in cui vivevo spesso mi divertivo con un mio amico ad andare in giro con la telecamera e a tentare di girare dei film: a 9 anni tentammo l’impresa titanica di girare Highlander 4. Mia sorella moriva in tutte le scene. Tutto questo non era visto di buon occhio dai miei coetanei. L’unica cosa che mi ha salvato è il calcio. In qualità di centrocampista titolare della squadra del paese in cui vivevo, avevo l’immunità dal linciaggio dei bulli, che anzi avevano a cuore la mia incolumità. Se usciva fuori il discorso della telecamera o Highlander 4, facevano finta di non sentire…

Negli anni ’60-’70 si tentò di liberare l’attore dalle regole della cultura in cui viveva, per metterlo in contatto con la sua natura più istintiva in modo immediato. Molti furono i nomi illustri: Eduardo De Filippo, Giorgio Strehler, Luchino Visconti, Botho Strauss e Rainer Werner Fassbinder in Germania, Louis Jouvet in Francia, Friedrich Dürrenmatt e Max Frisch in Svizzera, con una grande influenza sul teatro del secondo dopoguerra e con importanti implicazioni nel cinema contemporaneo. Ci può spiegare com’è fare l’attore oggi rispetto al passato?

Oggi siamo investiti della stessa e identica responsabilità degli attori del passato. Credo anzi, che sia necessario ripartire proprio da lì. Imparare la lezione e trasformarla. Penso a Carmelo Bene, a Vittorio Gassman, a Nino Manfredi, a Eduardo – che hai citato. Loro studiavano tantissimo, incessantemente. Non possiamo non farlo anche noi.

Secondo la sua esperienza teatrale, cosa si potrebbe migliorare attualmente in questo settore per renderlo ancora più coinvolgente e al passo con le nuove globali manifestazioni culturali?

Il teatro resisterà fino alla fine dei tempi, c’è poco da fare. Non credo che la magia svanirà mai, anzi. Più la tecnologia andrà avanti, più il teatro diverrà necessario per le persone. Non c’è da preoccuparsi. Continuerà ad esistere e lo si farà ovunque e comunque, anche con una sola luce puntata. Torneremo alle fiaccole se necessario.

Per concludere la nostra chiacchierata, ci può dire in tre soli aggettivi cos’è per lei fare l’attore?

Ai tre aggettivi aggiungo anche un sostantivo: un’infinita, pericolosa ma vitale necessità.

Francesca Papa 

ph Matteo Abati 

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