Alessio Bondì

Alessio Bondì

Potrei fare musica in modo diverso sicuramente, e l’ho già fatto anche in altre lingue, però cantare in palermitano la sento come la maniera più sincera di esprimermi in questo momento.

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Unfolding Roma è da sempre attento alla buona musica ed incontrare Alessio Bondì, giovane cantautore palermitano, è una tappa piacevolmente obbligata.

L’occasione è stato l’evento Take me to Church, organizzato da My Favourite Thing in collaborazione con Apogeo Records. Cornice dell’evento, la suggestiva Basilica di San Severo a Napoli.

Ad aprire la serata il cantautore partenopeo, Raffaele Giglio. Tre pezzi in acustico che traghettano il pubblico fino all’esibizione di Alessio Bondì.

Un live intimo ed essenziale: voce e chitarra. Alessio propone la sua opera prima, il cd Sfardo, prodotto dalla Malitenti Dischi/800A Records. Disco pubblicato lo scorso aprile e che lo sta portando in tour per l’Italia.

Nei suoi testi si mescolano ricordi di infanzia, la semplicità delle piccole cose ed il legame con la sua terra. Non a caso Alessio ha scelto di raccontarsi in dialetto siciliano. Un dialetto che diventa linguaggio universale grazie alla ritmicità della sua chitarra e alla soavità della sua voce che rendono comprensibili parole non conosciute da tutti.

E così accade che in Vuccirìa si abbia quasi una percezione visiva del quartiere palermitano in tutte le sue contraddizioni e che nel brano Granni granni ci si ritrovi a ricordare la prima capanna nella quale si custodivano sogni ed oggetti. Alessio non tralascia l’amore ed in Wild Rosalia affronta questo tema con quel ritmo elegante e coinvolgente che ha caratterizzato l’intera serata.

Alessio, innanzitutto grazie per l’intervista. Da dove nasce la tua ricerca musicale, da cosa sono principalmente influenzate le tue sonorità?

Grazie a voi. La mia ricerca musicale, ha una storia abbastanza variegata, perché c’è tanta Sicilia nel mio sound, però c’è anche tanta musica che viene da altri paesi come l’America, dal nord al sud, varie impressioni spagnole. Comunque credo sia un modo di sentire la musica che non è propriamente italiano, se si intende soprattutto la musica italiana più mainstream. Forse un modo di sentire la musica strettamente siciliano, più che italiano.

Dall’aspirazione di fare l’attore alla realtà di diventare un cantautore. Come si è evoluto questo percorso di vita?

È stato un percorso che si è mosso sempre sullo stesso binario. Cioè non credo di aver mai smesso di fare l’attore ed in particolare il teatro. Il mese scorso c’erano settecento persone al teatro Biondo di Palermo, ho fatto uno spettacolo con la mia musica, quindi non penso di aver mai smesso di fare teatro perché sto cantando, ho semplicemente unito le cose. Il teatro è un’arte che avviene, che si manifesta, per cui non è detto che tu debba farlo necessariamente parlando, facendo prosa.

Sfardo è il titolo del tuo cd che in siciliano significa “strappo”. Perché hai scelto questo titolo?

Perché Sfardo fu la prima canzone che scrissi in dialetto palermitano, prima scrivevo in inglese, poi mi sono fermato per un periodo, ho lasciato anche la chitarra per un anno, per dedicarmi al teatro. Per uno che suona la chitarra, stare senza suonarla per un anno è come stare in galera in pratica. Poi dopo una serie di maturazioni artistiche e personali, ho ripreso la chitarra in mano, non “frequentavo” più l’inglese, e allora mi è venuto quasi naturale fare questa canzone in palermitano, poi sono venute fuori altre canzoni ed è nato questo linguaggio nuovo che si va evolvendo in continuazione e che mi fa piacere portare avanti. Soprattutto perché credo di star sperimentando delle sonorità, che, almeno io, credo di non aver mai sentito nella musica a livello di lingua parlata e cantata. E quindi successivamente quando è venuto il momento di dare un titolo al disco è stato quasi ovvio scegliere questo. Lo possiamo definire una sorta di strappo artistico creativo, quella prima canzone uscii come uno strappo e poi ha definito la summa dell’ album.

E da mesi ormai che viaggi per l’Italia portando in giro la tua musica, quali sono le tue impressioni su questa lunga tournée? C’è qualche momento di questo tour che ti è rimasto particolarmente nel cuore?

Ce ne sono tantissimi, sono così tanti che sarebbe ingiusto citarne solo uno. È stato un unico viaggio incredibile, mi risulta difficile individuare un momento speciale. Sicuramente l’esibizione al teatro Biondo di Palermo è stato forse il punto più alto, dato che non so se mi posso neanche augurare di tornare a quella vetta. In generale ce ne sono stati tanti di bei momenti, forse la cosa che accomuna tutti questi è il fatto di poter fare musica e che alle persone piaccia e se riesco a fare solo questo nella mia vita è già una grossa soddisfazione per me.

C’è un motivo particolare nella scelta dell’uso del dialetto palermitano nei tuoi testi?

Ci sono delle cose molto profonde che si possono esprimere con il proprio dialetto che io non riesco ad esprimere in altre lingue. Per ora riesco a farlo soltanto con il palermitano, è la mia lingua! Quella mia, dell’anima, e quindi uso questa perché arrivo più in profondità. Potrei fare musica in modo diverso sicuramente, e l’ho già fatto anche in altre lingue, però cantare in palermitano la sento come la maniera più sincera di esprimermi in questo momento.

Il mese scorso hai portato al Teatro Biondo di Palermo Granni granni, uno spettacolo musicale per teatro che mette in scena le canzoni di Sfardo. Come è nata l’idea? Il pubblico ha apprezzato questo lavoro sperimentale, fra musica e teatro?

È stato un esperimento sicuramente, ma non me la sento di definirlo sperimentale perché, se lo vogliamo definire in qualche modo, lo definire un concerto ma con una regia teatrale, quello che di solito manca per possibilità economiche o di spazi, e che invece dovrebbe sempre esserci in un concerto. In questo caso, per me, è stata una grandissima soddisfazione ma non solo la soddisfazione di vedere il teatro più importante della mia città pieno o le persone che apprezzano la mia musica cantandolo insieme a me. Ma perché c’è stato tanto lavoro, un lavoro di anni. È per lavoro si parla di tantissime cose quando si parla di musica, tantissimi sacrifici, tantissime piccole gioie e grandi dolori, ma grandi fatiche soprattutto, e anche qualche umiliazione, che poi ad un certo punto si sublimano quando sei davanti al pubblico dove “si fa l’amore” tutti insieme in questo strano modo.

Il cantautorato in Italia è strettamente legato a un periodo storico ed a determinati artisti come De Andrè, De Gregori, Guccini. Credi che questa musica, possa avere futuro in un contesto di musica strettamente legato al mercato dell’orecchiabile?

Beh…dipende da dove lo guardi il mercato, sicuramente i cantautori sono una bella base letteraria per costruire la musica odierna. De Gregori, Guccini, De Andre non sono gli ascolti di cui mi sono nutrito durante la mia adolescenza. Li ho ascoltati successivamente, alcuni non li ho mai approfonditi tipo Guccini, ma non per antipatia, semplicemente perché ho ascoltato altra musica…magari prima o poi arriverà anche il suo momento. Anche loro si sono rifatti a delle tradizioni che non erano specificamente italiane, anche loro hanno mescolato tanto l’America, la Francia nel caso di De Andrè, io mi auguro che queste ispirazione letterarie meravigliose, che sono delle canzoni che, a volte definire perfette è poco, possano aiutare a fornire del materiale per sperimentare di più con la musica. Soprattutto per quella categoria musicale che si definisce “cantautorato”, anche se forse sarebbe meglio iniziare a togliere questa definizione per iniziare a sperimentare davvero.

Un tuo pezzo che mi ha colpito particolarmente è “In funn’o mare”, vincitore nel 2013 del premio De André, destinato agli artisti emergenti, un premio che ti ha dato notorietà. Oggi per un nuovo artista è difficile promuovere la propria musica. Credi che i giovani artisti emergenti abbiano ancora la possibilità di esprimersi nei canoni della classica “gavetta” musicale o riescono ormai ad arrivare al grande pubblico soltanto attraverso i talent show?

Secondo me è una questione di scelte, non è che non ci si può esprimere liberamente al di fuori dei talent. Sicuramente i talent prendono una buona parte del pubblico, perché il pubblico televisivo non sceglie quello che passa in tv, quindi chi partecipa ai talent è agevolato per la visibilità che ne ottiene. Io per esempio non accendo la televisione, quindi di talent non me ne intendo moltissimo cioè so quali sono i meccanismi che ci sono dietro, o almeno me li posso immaginare. Vedo i percorsi che fanno quelli che hanno vinto ma anche quelli che hanno perso, e non mi sembra che sia una cosa da fare. Però ognuno ha il proprio percorso se uno vuole fare televisione fa televisione, se uno vuole fare la musica, fa la musica, fare la musica in televisione la vedo un po’ strana.

Un altro connubio fra musica e televisione è il Festival di Sanremo, cosa ne pensi di questa kermesse, hai mai pensato di parteciparvi?

Credo si stiano sempre più legando Sanremo e i talent, lo si vede nel fatto che uno fornisce artisti all’altro. Io non ce l’ho con i talent o con Saremo ma critico il meccanismo televisivo che è quello di fare audience. Per cui la scelta degli artisti cade più sull’impatto mediatico che sulla qualità musicale. Ad una mia partecipazione a Sanremo onestamente non ho mai pensato ma semplicemente perché non lo vedo come il mio ambiente naturale. Ma non ci vedrei nulla di male in una eventuale partecipazione, alla fine cambia il contesto: potrei suonare ovunque anche in strada ma sono sempre io, la musica è sempre quella. Ora che me l’hai detto magari ci partecipo! (ride)

Un pezzo tuo a cui sei particolarmente legato e un pezzo invece di un altro autore che avresti voluto scrivere?

Beh domandona! In tutti e due i sensi. Ma un pezzo a cui sono molto legato è sicuramente “Di cu si” perché l’ho scritta per il mio cuginetto e perché piace molto ai bambini. Forse ce ne sono alcune più profonde, che personalmente mi coinvolgono di più quando le canto. Però il fatto che piaccia ai bambini, e non solo, è una cosa che mi inorgoglisce molto. Mentre la canzone che mi sarebbe piaciuto scrivere…ce ne sono tantissime che mi piacciono, forse Don't think twice it's all right o Desolation row, entrambe di Bob Dylan. Sono due canzoni che continuo ad ascoltare e che mi accompagnano da una vita.

Come ti definiresti?

Io sono “intenso” probabilmente, “troppo” inteso come secondo aggettivo e “generoso” forse mi permetto di dire…

Qual è il tuo rapporto con Palermo?

Ho un rapporto burrascoso, sono convinto che se deciderò un giorno di vivere a Palermo dovrò accettare il fatto di fare la guerra ogni giorno. Magari in un modo alternativo, magari creativo. Cioè non è che si viva male, però sono convinto che per la forma mentis, almeno per il momento, forse più ci sto lontano e meglio è.

In questo momento storico, dove sentimenti razzisti sembrano rinascere come spaventosi fantasmi dal passato. Secondo te la musica può avere il ruolo di strumento per l’avvicinamento fra i popoli e per l’abbattimento delle barriere culturali?

Sì la musica può avere un ruolo ma non basta, nel senso che per quanto una possa essere amante della musica se uno è razzista lo rimane. Il razzismo non è congenito, è una cosa culturale e oltre ad essere culturale viene cementificata coi media che certamente non aiutano. Io non penso che gli italiani siano geneticamente razzisti ma lo stiamo diventando. Perché molti elementi vengono omessi o poco approfonditi dai mezzi d’informazione come le drammatiche storie di chi è costretto ad emigrare, sicuramente non per il piacere di farlo. Persone che scappano da guerre nate spesso da interessi economici e geopolitici enormi. Secondo me questo eccesso di informazione ci distoglie spesso dall’analisi. Io preferisco dieci opinioni al giorno che dieci notizie al giorno, così da creare coscienza e approfondimento della realtà. La musica può servire sicuramente a creare un ponte, per me è un privilegio quando mi confronto con un musicista di un'altra cultura perché posso imparare qualcosa. La musica può creare un ponte quando c’è la volontà di crearlo questo ponte. In questo caso la musica può essere terreno fertile di scambio, forse è l’elemento che più può rappresentare l’anima vera di un popolo, visto che i popoli si esprimono da millenni con la musica.

Alessio stai già pensando ad un secondo disco? Progetti futuri?

Per il momento ho solo delle canzoni, nient’altro che canzoni, quindi chitarra e voce, non c’è niente altro. Prossimi progetti, non lo so. Vado dove mi porta la musica, quindi sicuramente finirò questa tournee poi probabilmente farò una pausa in primavera per poi ricominciare in estate e magari portare in giro il mio spettacolo Granni Granni magari esportandolo “in continente” oltre che in Sicilia.

Sara Grillo e Gennaro Nocera

Alessio proseguirà il suo tour il:

21/01 Siena @Cacio e Pere

22/01 Piancastagnaio @Trappola Acustica (A Santa Duo)

23/01 Milano @ Ohibò

25/01 Bologna @Fermento

12/02 Locorotondo (Ba) @Dock

13/02 Monopoli (Ba) @Fuorimano

14/02 Taranto @Hauskonzerte

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