MIno Caprio

...una moltitudine di personaggi in un unico grande artista

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La redazione di UnfoldingRoma ha avuto il piacere di intervistare Mino Caprio, attore, doppiatore, regista teatrale, artista poliedrico.

Come nasce la sua passione per il doppiaggio?

La prima opera giovanile a cui mi dedicai fu “Sogno di una notte di mezza estate”; ebbi modo di interpretare uno dei personaggi della medesima opera a scuola presso il Convitto Nazionale. Riproposi il tutto in qualità di regista ed adattatore del testo creando una compagnia; questi furono i miei primi passi. Parallelamente mi iscrissi a Giurisprudenza pensando che potesse essere una semplice passione giovanile che si sarebbe estinta con il passare degli anni; invece è divenuta una professione. Avevo una compagnia teatrale di amanti del teatro; alcuni di loro sono divenuti attori professionisti, mentre io ho continuato per la mia strada facendo alcuni spettacoli teatrali come regista, come autore di testi. La passione per il doppiaggio è nata insieme; all’epoca della mia adolescenza c’era la possibilità di vedere romanzi/sceneggiati televisivi con grandi autori, come Anton Giulio Majano, Daniele D’Anza, Aldo Trionfo; questo ha fatto nascere in me la grande passione per la prosa. Parallelamente ho scoperto il fascino delle voci interpretative e del doppiaggio. C’erano attori che, pur facendo doppiaggio, rivedevo apparire negli sceneggiati televisivi; mi faceva piacere legare voce e volto; ammiravo il doppiatore di Jerry Lewis, Carlo Romano, attraverso il personaggio che interpretava, per la sua voce così particolare; era, però, anche l’attore che rivedevo in questi sceneggiati televisivi. Oggi questi romanzi televisivi sono stati sostituiti dalle fiction.

Si tratta, quindi, di una grande passione: le ha mai fatto rimpiangere la carriera giuridica?

no, non me l’ha fatta rimpiangere anche perché poi mi accorsi che non ero portato per quel tipo di attività; era talmente forte la passione per il teatro e successivamente per il doppiaggio, che ho abbandonato la pratica presso uno studio legale dopo sei mesi; avevo capito che non era conforme alle mie aspettative. Ebbi una grande gioia quando, attraverso Carlo Baccarini, direttore della CVD, conobbi tutti i direttori della CVD, attori di teatro e prosa. Incontrai Oreste Lionello con il quale ebbi un rapporto eccezionale; lui mi scelse come protagonista per doppiare un’opera shakespeariana, il “Troilo”; furono nove turni in colonna separata di “tortura”. Lui mi ha fatto scoprire delle capacità che non sapevo di avere come il recitare soffiato, cose che non sapevo di poter mutuare con il mezzo audiovisivo del doppiaggio.

Immagino quindi che Oreste Lionello sia stata la figura illuminate che le ha dato l’ispirazione, il suo Virgilio?

Io devo molto ad Oreste Lionello; lui mi ha condotto per mano, soprattutto nel “Troilo” che fu la mia svolta universitaria. Avevo già iniziato a fare doppiaggio da due o tre anni, però con lui, è stato come lasciare la scuola superiore per affacciarmi ad un altro mondo irto di rovi, poiché le insidie erano notevoli. Avrei molti aneddoti su di lui: mi fece molto piacere incontrarlo dopo anni in un’altra sede di doppiaggio e ricevere un abbraccio da lui che era così schivo.

Nella sua carriera ha doppiato moltissimi personaggi, ma quale è quello con cui si è divertito maggiormente? E quale quello che sogna di doppiare?

Quello con cui mi sono divertito maggiormente è Martin Short in “Spiderwick”, un attore canadese, un comico molto bravo, ma che non ha una continuità cinematografica. Con lui ho iniziato con “In fuga per tre”, “Il padre della sposa 1 e 2” e tanti altri film. Sono legato a lui e mi fa piacere che ogni volta che fa delle parti nei film, mi chiamano perché evidentemente il mondo del doppiaggio mi riconosce quale voce ufficiale di questo grande attore. Mi sarebbe piaciuto doppiare Robin Williams, Woody Allen; non è potuto capitare perché la vita è un insieme di casi fortuiti, ma fortunatamente il mondo del doppiaggio mi ha chiamato sempre per caratteri e personaggi ben mirati; raramente mi sono imbattuto in volti che non avevano nessun collegamento con la mia vocalità.

Come nasce la caratterizzazione di un personaggio?

Nasce sin da piccoli; si ha una predisposizione nell’imitare personalità famosi della tv, oppure, ancor prima, personaggi che ti sono familiari come insegnanti e docenti. La tua voce deve essere uno strumento a servizio del volto; è molto importante l’imitazione. Mi sono trovato molte volte a sostituire dei miei colleghi più adulti di me per vicissitudini varie o perché non esistono voci eterne, subentrando in personaggi importanti: Boe Szyslak e Abraham Simpson nei “Simpson”, il Professor Hubert Farnsworth in “Futurama”, nel prodotto italiano “Lupo Alberto”. La caratteristica della mia voce è sicuramente ben delineata, ma la metto al servizio del continuum, affinché il pubblico, che si affeziona alle voci, non subisca un trauma per la rottura del binomio voce-volto.

Quando le propongono i testi da interpretare, cosa la influenza nella scelta di accettare o meno la proposta?

Il lavoro non si rifiuta mai; giustamente se capita un film di un certo spessore artistico si è maggiormente felici. Ho doppiato anche “Ted”; non si può parlare di arte, ma presenta arguzie divertenti. Può capitare un film di qualità, così come un film divertente. Se l’attore è meno bravo, attraverso il doppiaggio si può migliore la sua prestazione.

Quali sono le caratteristiche fondamentali per un buon doppiatore oltre le indubbie capacità vocali?

La naturalezza, perché anche se si ha una bella voce che, però, non emoziona il pubblico, non hai niente. Bisogna fuggire dalle modalità standardizzate di fare il doppiaggio; dopo la grande generazione del doppiaggio, Amendola si è differenziato perché ha recitato parlando o ha parlato recitando. Ha abbandonato i manierismi, i modi vocali di emettere la voce con “alitazioni” alla fine di ogni battuta che non sono soliti del parlato quotidiano. Le voci non devono essere belle, devono essere vere soprattutto; siamo degli strumenti. Bisogna seguire, quindi, il personaggio con verità ed autenticità affinché la voce sembri scaturire dal cuore e dagli occhi.

Consiglierebbe la carriera di doppiatore ai giovani? Esiste un iter da seguire, scuole, studio e cultura dei miti del passato?

Spesso le scuole sono macchine pericolose; chi presiede queste strutture non sempre ha preso proviene dalle scuole. È un modo come un altro di dare continuità all’attività del doppiaggio. Molto dipende anche dalla scuola; la difficoltà per un giovane è nel capire quale potrebbe essere la soluzione migliore; non è detto che un grande calciatore sia anche un grande allenatore. Il consiglio che posso dare è quello di essere amanti e cultori dei nostri padri del doppiaggio; andare a rivedere i film anni Trenta e Quaranta; scoprire ciò che ci hanno offerto i nostri padri; poi, seguire anche i doppiaggi contemporanei. Bisogna cercare di capire e fare la differenza, comprendere la qualità. Chi vuole affrontare questo mondo deve senz’altro aver passione, ma deve anche fare esperienze come attore; a me domandavano ad inizio carriera, con tono minaccioso, se ero un attore, perché non si può nascere solo doppiatori. L’esperienza del palcoscenico arricchisce maggiormente la prestazione al leggio.

Ilenia Maria Melis

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