Alfonso Moscato

Alfonso Moscato

Credo che la musica sia un “momento” dell'anima, ovunque.

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"La Malacarne", primo disco solista del cantautore agrigentino Alfonso Moscato, ex leader della band "Cordepazze". In questa intervista ci racconta un album pieno di atmosfere, di immagini di vita a volte un po’ crude ma reali. Protagonista assoluto dell’album è il dialetto siciliano che amplifica il racconto di una Sicilia dura. Splendide sonorità magari di non immediata comprensione per un orecchio non allenato, ma di sicuro impatto. La Malacarne è un album da scoprire nonché occasione per conoscere un talentuoso artista.

Nel Suo primo album “La Malacarne” ogni canzone parla di vita. Da cosa ha preso spunto?

Più che prendere spunto queste storie mi sono venute a trovare una per una, e provenivano da quello che avevo intorno, le strade, i paesi della mia terra, le periferie che si affacciavano sul mio balcone, i miei ricordi di bambino.

Ascoltando il Suo album si può apprezzare la bellissima musicalità del dialetto siciliano molto protagonista oggi di giovani artisti siciliani. C’è un motivo particolare oltre a quello di essere la Sua “lingua” che ha indirizzato la scelta musicale?

La lingua di un popolo porta dentro di sè il carattere di un popolo e anche di una terra, per esempio nelle durezze della lingua sicula si svelano le asprezze del territorio estivo bruciato dalla canicola. La canzone “Malaluna” non poteva essere raccontata se non con il siciliano, perché quella paura e la violenza della trasformazione dell'uomo in lupo sono profondamente siciliane. E poi c'era un altro motivo: ho sentito la necessità di tornare con questo disco alle mie radici, musicali, poetiche ed esistenziali.

Sempre a proposito di dialetto e della sua musicalità, secondo Lei perché il napoletano ha avuto negli anni così tanto seguito anche internazionale ed il siciliano no?

Come la canzone italiana (Sanremo per intendersi) nasce dall'aria d'opera (aria d'amore per lo più) così il melodramma settecentesco trova nella Napoli borbonica un terreno fertilissimo, ecco perché la canzone napoletana eredita questa vocazione alla canzone d'amore e ha una diffusione molto maggiore nel pubblico italiano e internazionale che è abituato alla canzone italiana figlia del melodramma, vedi Bocelli, Pausini, Ramazzotti, rispetto alla canzone siciliana che ha tutt'altra storia, credo più vicina nello spirito, e non solo, ai trovatori e trovieri provenzali.

Le foto di Alex Astegiano per il video "La Malacarne", splendide foto per raccontare un disco. Perché le foto a dispetto del classico video che normalmente accompagna un brano?

La prima frase del disco è “Taliu u itu a filu di lu suli” (Guardo il filo di sole) e l'ultima frase del disco è “mi illumina”, tutto questo disco è un discorso sulla luce, la luce che nonostante le tenebre continua a permanere nel cuore di noi tutti, e la parola “fotografia” etimologicamente significa la “scrittura di luce”, inoltre la fotografia riesce a condensare in un fotogramma tutte le atmosfere delle canzoni.

In una precedente intervista dichiara che . In cosa lo è di più ed in cosa invece riesce ad emergere?

Abbandonare in latino è “deserere”, da cui la parola deserto, il deserto è il posto da cui sono partito per raccontare questo viaggio della luce, il deserto non è mai un posto negativo, ma una risorsa dello spirito. "Dio ha creato il deserto affinché l'uomo conosca la sua anima" recita un proverbio tuareg. E' nel deserto che si temprano gli spiriti, nel deserto avvengono le liberazioni è lì che nascono i monoteismi. Il deserto potrebbe essere dovunque, dimora nel nostro sguardo, nella capacità che abbiamo di guardare il mondo, può essere in piena Wall Street, nel mercato globale, in una piazza di un paesino assolato del Palermitano o nel Sahara. La Sicilia è solo una scusa per raccontare il nostro cuore.

Io credo che in qualche maniera la canzone possa influire sulla coscienza sociale, almeno a livello epidermico. Credo che in qualche misura le canzoni possano orientare le persone a pensare in un determinato modo e a comportarsi di conseguenza. A me è successo con Brassens, non vedo perché agli altri non possa succedere. Fabrizio De Andrè. Piccola premessa per chiederle: pensa che la musica abbia il potere di aprire una breccia per far luce sui problemi della società?

Io credo che le parole abbiano un grande potere di creazione, creano un ordine e costruiscono i mondi, feriscono e bruciano, divertono e tradiscono, raccontano e hanno la capacità di cambiare gli uomini e i popoli. Con le parole e soprattutto con le azioni noi possiamo aggiustare un pezzo di mondo, anche piccolissimo, magari quello più vicino a noi, senza fare gli eroi possiamo nel nostro piccolo andare verso chi ci sta vicino, con una parola di conforto, con un gesto semplice.

In una recente intervista che ho personalmente curato, il musicologo Mario Bonanno afferma che la vera musica d’autore, oggi non esiste più. Lo dichiara anche nel suo libro dal titolo appunto “La musica è finita”. Lei ha un’opinione in merito?

Non ho letto questo libro, ho visto solo qualche recensione che ne parla e credo sia un argomento interessante, io non credo che la “vera” musica sia finita, esistono tante musiche per tante anime, concordo invece che non esiste più tutta l'industria che aveva generato quei cantautori. La mia prima produttrice Luisa Melis figlia di Ennio Melis, presidente della RCA Italia, per intenderci la RCA di Conte, Venditti, Dalla, Rino Gaetano, Baglioni eccetera (la parola “cantautore” l'aveva inventata proprio Ennio Melis), mi raccontava che Dalla “sbagliò” i primi due dischi, furono un flop di vendite e Melis continuava a pagare Dalla con un contratto da magazziniere. Oggi non puoi sbagliare niente. Oggi questa industria non esiste più, esiste invece il web che ha i suoi pro e i suoi difetti, ma questa non credo sia la sede per parlare di questa “evoluzione” del modo di vivere la musica, sarebbe troppo lungo il discorso.

A fine gennaio ricorre come ogni anno il giorno della memoria per le vittime della Shoà. Sicilia ed Ebraismo come si mescolano nel Suo album e nella Sua vita?

Ho scoperto da qualche anno di avere un cognome ebraico e ho cominciato a studiare la lingua ebraica e a leggere la torah da solo e con la guida di alcuni rabbini, questo incontro è stato determinante per la mia vita e il frutto che ha generato, insieme a tanti altri, è questo album che è intriso di uno sguardo diverso, uno sguardo verso gli ultimi, gli schiavi, verso l'oscurità per trovare la luce.

Il ricavato della vendita del Suo album in beneficenza alla casa di accoglienza di Biagio Conte. Ci racconta questa esperienza?

Io da un po' di tempo mi sono avvicinato a questa realtà cercando di mettermi a disposizione per le raccolte alimentari e farmaceutiche, allora ho pensato che queste canzoni, per come erano nate, non potevano asservire uno scopo commerciale, così io ed il mio co-produttore Pietro Baiamonte abbiamo deciso di utilizzare i proventi delle vendite per aiutare il centro di accoglienza di Biagio Conte. L'operazione alchemica era quella di tramutare la pena e il dolore in bellezza e la bellezza in pane e coperte.

I social network hanno ormai un ruolo fondamentale nel marketing musicale, pensa che un giorno soppianteranno la radio e la TV? E quanto sono presenti nella Sua esperienza musicale?

La mia impressione è che la formazione del target commerciale dei media ha fatto si che come target noi venissimo separati in classi sempre più caratterizzate in modo da consentire una permeazione del mercato sempre più ottimale. L'identità commerciale sviluppata dai media serve a farti sentire uguale al manichino (rockstar, divo del cinema, eroe del mercato, ricco, bello, fico, geniale, rispettato, opinion leader) per far in modo che i suoi vestiti si possano vendere sempre più facilmente a chi vuol somigliare al manichino/modello/categoria/divo. Nella creazione del target del mercato l'intrattenimento generalista o alternativo (ma alternativo a cosa?) ed oggi anche il web hanno ricoperto la funzione di veri e propri kapò, i veri scagnozzi che operano la separazione dei soggetti passivi (oggetti?) creando veri e propri gruppi di acquisto/interesse.La cultura popolare e la sua lingua vengono disintegrate dal commercio intensivo dell'attenzione, i suoi carnefici sono la musica contemporanea che si sostanzia nell'atteggiarsi pubblicitario svuotato di contenuti del pop e del rock, la finta letteratura che solca beatamente la superficie delle coscienze emotive senza entrare nel cuore del problema, il cinema che ripete le meccaniche della fascinazione commerciale e anche la politica che dovrebbe meditare su tali orizzonti ed invece implode penosamente nei talk show che riprendono il sistema della pubblicità elettorale cercando di conquistarsi a suon di slogan un target commercial-elettorale.Le piattaforme dei social network su cui ci muoviamo per interconnetterci sono fondate su questi principi, sono società per azioni il cui scopo è la vendita di pubblicità e gli algoritmi che dispongono l'ordine del nostro relazionarci permanendo sulla piattaforma pubblicitaria soddisfano queste premesse commerciali. La stessa modalità che contraddistingue la proposta commerciale così tanto subita negli anni 60-70-80-90-e 00 viene antropologicamente assimilata dai soggetti che l'hanno subita ed affiora prepotentemente nella nostra quotidianità attraverso le pagine dei social, ognuno di noi pubblicitario di se stesso messo in vendita, (più "me" pubblicizzo più "me" vendo). La prospettiva del mondo oggi è la pubblicità, la dimensione predominante dell'uomo pubblicato e pubblicante. Tutto è nel sistema del commercio del superfluo, la nostra triste antologia dell'inutile.

Sanremo è alle porte, la ritiene una manifestazione valida o superata dai talent?

Credo che la musica sia un “momento” dell'anima, ovunque.

Ha altri progetti in cantiere?

Forse un disco e un libro, ma è un po’ presto per parlarne.

Grazie ad Alfonso Moscato

 Francesca Uroni

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