Annalisa Cucchiara

C’è una frase che mi ripeto sempre, dal repertorio popolare americano, “E’ solo un caso, se lì, al loro posto, non ci siamo noi”, credo calzi perfettamente e la porto con me come massima di grande valore.

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PlanetArts Collettivo Teatrale presenta Kensington Gardens, drammaturgia e regia di Giancarlo Nicoletti e consulenza musicale di Mario Bosco. Distribuzione e promozione Altra Scena Art Management. In scena al Teatro Sala Uno di Roma dal 25 febbraio al 6 marzo 2016.

Kensington Gardens è l’ultimo capitolo della Trilogia del contemporaneo di Giancarlo Nicoletti, preceduto dai pluripremiati #salvobuonfine e Festa della Repubblica, che hanno riscosso un notevole successo di pubblico e critica.

In scena lo stesso affiatato gruppo attoriale: Riccardo Morgante, Cristina Todaro, Valentina Perrella, Alessandro Giova, Eleonora De Luca, Francesco Soleti. Quest’ultimo capitolo si impreziosisce, ancora di più, con la partecipazione di Annalisa Cucchiara e Luca Notari.

Londra: un futuro, prossimo o remoto, e un Partito xenofobo al governo. Una legge che espelle tutti i non inglesi dal suolo britannico, ronde per le strade, sugli immigrati si spara a vista. Sei italiani ottengono di evitare il rimpatrio, isolati in una villa del parco di Kensington, in attesa di grazia.

Abbiamo incontrato l’attrice Annalisa Cucchiara.

Annalisa  come ci si fonde in una compagnia teatrale già affiatata?

Ci si fonde affidandosi. Avevo già visto #salvobuonfine ed ero rimasta entusiasta di questa compagnia così forte ed affiatata, e di grande bravura e sono stata felice e di condividere il loro percorso artistico.

Come è iniziata la collaborazione con Giancarlo Nicoletti?

Conosco Giancarlo da tanti anni, siamo molto amici, l’ho sempre stimato sia come regista che come drammaturgo. C’è una bellissima sintonia umana e artistica, quando mi ha detto che aveva pensato a me per un ruolo non ho voluto nemmeno vedere il copione e ho subito accettato.

Parlaci del tuo personaggio…

Il mio personaggio è Elena Salfi Corvini, cantante di grande successo che vive un enorme disagio, quello dell’incapacità di relazionarsi con gli altri, a causa di una cecità nei rapporti umani. Non vede suo figlio e la sua richiesta di amore, non capisce a fondo il suo compagno, non accetta del tutto lo scorrere del tempo, e si aggrappa con forza alle proprie sicurezze. Ma non è un personaggio cattivo, è una donna fragilissima e che avverte un continuo bisogno di attenzioni e conferme.

Sei stata protagonista di importanti produzioni italiane come Pipino il Breve, Hello, Dolly!, Caino e Abele, My fair Lady, La Baronessa di Carini e Blood Brothers. Il personaggio che hai sentito più tuo e, se c’è, quello per cui ha faticato di più nel renderlo tuo e perché?

Ogni ruolo è diverso, ogni personaggio ti mette di fronte a un vissuto, a una storia, a dei perché. L’artista deve capire cosa corrisponde a te e cosa no, e su cosa devi lavorare. E’ difficile dire quale ho amato di più, sono tutti meravigliosi e a tutti sono legata, ognuna di queste donne mi ha dato qualcosa, ho attinto alla loro fragilità, alla loro poesia, alla loro fantasia. Non ultima Elena, che è stata un’ulteriore sfida al mio percorso di vita e alla mia storia di artista.

Un cameo che vorresti aggiungere?

Norma Desmond in Sunset Boulevard, di Andrew Lloyd Webber. Una sfida che mi piacerebbe accogliere, un personaggio che mi stimolerebbe molto.

Hai cominciato a studiare a sedici anni alla scuola Teatro Musical diretta dagli insegnanti del Teatro Stabile di Catania. Hai sempre sentito tua la carriera artistica?

Sì, senza ombra di dubbio. Ho preso una chitarra a dodici anni e non ho mai avuto esitazioni: era quello che volevo fare. Prima dicevo che senza il teatro non potevo vivere, ora do un valore diverso a tutto, ma sento comunque che la strada doveva essere quella. I sacrifici, le emozioni, gli alti e bassi di una carriera fanno parte di me, oggi. E mi sta bene così.

Ti sei dedicata non solo alla recitazione ma anche al canto lirico, incidendo due brani per la EMI MUSIC. Dove nasce la passione per la lirica?

Non era lirica vera e propria, ma lirica leggera. Durante le prove di “No, no Nanette”, con l’orchestra, ho sentito che dovevo approfondire lo studio del canto lirico classico. Lì ho capito che dovevo avvicinarmi alla lirica, anche perché il Musical attinge pienamente dall’opera, ed è una palestra che ti permette di affrontare gli stili più disparati.

Il tema che portate in scena è di grande attualità. Alla luce dei diversi eventi di cronaca, cito, uno su tutti, quanto accaduto a Colonia la notte di Capodanno, la xenofobia si sta insinuando nell’essere umano?

Purtroppo, molto purtroppo, sì. Spero non si trascenda. Il nostro lavoro è ambientato in una Londra futura dove un partito xenofobo fa sparare a vista agli immigrati, creando un vero e proprio “delirio umano”. La xenofobia per me è questo e, purtroppo, visto il clima di questi giorni, lo scenario dello spettacolo non è poi così irreale. C’è una frase che mi ripeto sempre, dal repertorio popolare americano, “E’ solo un caso, se lì, al loro posto, non ci siamo noi”, credo calzi perfettamente e la porto con me come massima di grande valore.

E’ la donna purtroppo ad essere sempre la parte lesa, mi riferisco ai continui femminicidi che avvengono anche tra le mura domestiche…

Sì, perché tante volte la donna è vittima di ricatti morali forti e profondi. Spesso per paura, per incapacità non sa denunciare o urlare, ed è vero anche ogni storia familiare, ogni bagaglio che ci si porta dietro spesso è un limite alla possibilità di denunciare la violenza. E’ il buio della paura che a volte ti strozza la gola, ma non solo per cecità o incapacità, ma per delle dinamiche profonde che la donna si porta dietro, da sempre, in comune con l’uomo.

Joanne Liu, presidente internazionale di Medici Senza Frontiere, ha lanciato l’appello “Il medico del tuo nemico non è tuo nemico”, in riferimento agli attentati alla struttura ospedaliera siriana gestita da MSF. Un tuo commento?

Ho imparato, ora, per un mio percorso di vita, a non vivere mai le persone “contro”: oggi ho capito che nessuno è tuo nemico, ma che le persone hanno solo desideri diversi dai tuoi. Condivido in pieno: vivaddio che il medico del mio nemico non sia mio nemico.

Sei siciliana, la tua terra, più di tutte, affronta e vive sulla propria pelle i continui sbarchi. I tuoi conterranei  come si pongono dinanzi a questa accoglienza senza fine?

Straordinariamente, da Lampedusa a Siracusa, da Agrigento a tutte le coste. Una mia zia ha preso nella sua tomba di famiglia una ragazza senza nome, e l’ha accolta. La Sicilia è terra di tante contraddizioni ma quello siciliano è un popolo che ha vissuto sulla propria pelle grandi dominazioni, e rimane sempre pronto all’abbraccio, allo scambio, alla vicinanza calorosa e sono convinta che non possa avere e non abbia paura di nulla.

Ritornando alla tua carriera, il cognome di tuo padre (Tony Cucchiara ndr) è stato più uno sprono o un “ostacolo” alla tua carriera?

Un ostacolo no, ma di certo i figli d’arte devono sempre dimostrare “qualcosa in più”, il pubblico ti guarda con qualche pregiudizio, sta molto sulla difensiva. Mio padre, in teatro, mi ha fatto fare di tutto, fin da piccola, dalla sarta all’attrezzista, dall’hostess alla comparsa, non permettendomi mai di fare il passo più lungo della gamba. Quindi ho affrontato tutto con grande serenità, conquistandomelo, e continuo a farlo.

E’ più semplice lavorare con lui o con Giancarlo?

Sono entrambi molto esigenti, ma è giusto che sia così e che pretendano il massimo, ma forse è proprio quello che mi stimola di entrambi.

Ti va di darci un’anticipazione sui tuoi prossimi progetti?    

Aspetto da Nicoletti una vacanza ai Caraibi, mi ha messo “sotto torchio”, e spero il risultato sarà all’altezza delle aspettative. Poi un po’ di pausa, vengo da diverse produzioni una dietro l’altra e voglio passare del tempo coi miei fratelli, con mio padre e la mia famiglia. Sono da sempre fondamentali per me e siamo sempre più uniti.

Sara Grillo

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