Fabrizio Carcano

La scrittura mi ha aperto una sconfinata prateria dove galoppare liberamente, senza freni.

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Fabrizio Carcano è un giornalista professionista e scrittore di gialli. Nato a Milano nel 1973, debutta nel 1992 come articolista sulle colonne de Il Giorno, per poi avanzare nelle sua carriera grazie a varie collaborazioni con numerose testate giornalistiche e infine approdare ai fogli del quotidiano La Padania. Nel 2011 l'editore Mursia pubblica il suo primo romanzo, un giallo di taglio storico-esoterico ambientato a Milano intitolato Gli Angeli di Lucifero. Ad oggi si possono contare altri quattro romanzi scaturiti dalla fantasia della sua penna.

La pratica giornalistica è un'attività complessa, seppur appassionante. Un buon giornalista deve essere in grado di porsi sempre le giuste domande senza accontentarsi di risposte banali. Cosa e quali motivazioni l'hanno condotta a intraprendere questa professione?

Principalmente il piacere di raccontare agli altri e la possibilità di essere dentro ai fatti, alle notizie, agli eventi. Ho fatto per 11 anni il giornalista sportivo, intervistando grandi campioni e dai 30 anni sono diventato giornalistica di politica, con tanto di diverse esperienze in Parlamento e possibilità anche in questo caso di intervistare premier, ministri e segretari di partito. Ed era proprio quello che volevo fare, stare a bordo campo, che fosse uno stadio o il Senato, e raccontare quello che vedevo da vicino.

In un'epoca come quella attuale, quasi bombardata dai mass media e quindi dominata da una sorta di confuso sovraccarico di informazioni, come si può intendere il ruolo del giornalista?

Ho iniziato con la macchina da scrivere, lo sbianchetto e il fax nel 1992, poco prima dell’esplosione di Tangentopoli, per cui sono un dinosauro… il termine giornalismo ormai è desueto, semplicemente perché i giornali ormai sono diventati un lusso e un optional nella catena informativa, sono come il dolce: per campare abbiamo bisogno del primo e del secondo, al massimo dei contorni, il dolce va bene per i giorni di festa, per quando esci a mangiare la domenica e ormai i giornali purtroppo sono questo. Ormai ha tutto sullo smarthphone o sull’ipad per cui il giornale è diventato un complemento. Io stesso ne compro pochissimi… Per esempio la notte dell’attentato di Parigi avevi almeno quattro canali all news (in chiaro) in diretta con gli inviati dai luoghi della strage: che senso aveva l’indomani comprare un quotidiano per leggere fatti già stranoti? E anche il ruolo del giornalista è molto cambiato: oggi il lettore non vuole essere informato ma vuole interagire, dare il suo contributo. Ormai qualunque avvenimento accada, da un’inondazione a un attentato, hai sempre i video dei lettori su Facebook o YouTube ad anticipare i media.

A un certo punto la passione che lei prova per la scrittura ha esondato dai margini del foglio di giornale per inondare un nuovo campo della sua prolifica attività, quella della stesura di romanzi gialli. Ci vuole raccontare come si è svolto questo importante passaggio nella sua vita?

Intanto sicuramente la crisi del giornalismo tradizionale ha avuto un ruolo decisivo, proprio perché la scrittura nell'informazione è ormai sempre meno considerata. Per cui, avendo voglia di scrivere e raccontare, ho dovuto necessariamente riconvertirmi. E la scrittura mi ha aperto una sconfinata prateria dove galoppare liberamente, senza freni. Però il mio primo romanzo, Gli Angeli di Lucifero, ha un impianto giornalistico, e una scrittura molto giornalistica, e nasce da una storia di cronaca, quella degli omicidi delle Bestie di Satana, che ho seguito come giornalista. E, non dimentichiamolo, uno dei miei due protagonisti, Federico Malerba, è un giornalista di cronaca nera…

L'erba cattiva è il titolo della sua ultima fatica, dove incontriamo i due protagonisti che i suoi lettori hanno imparato a riconoscere, il commissario Bruno Ardigò e il cronista Federico Malerba (un curioso gioco di parole?), impegnati in un caso dai contorni oscuri e inquietanti. Pur in uno scenario sostanzialmente milanese, la cornice di questo romanzo si incastra in un avvenimento di recente memoria, l'Esposizione Internazionale del 2015. Come mai ha deciso di tingere questa kermesse in tinte scure, raccontandone un lato meno pubblicizzato, ovvero quello della paura degli attacchi terroristici e delle tensioni sociali?


Premessa: L’Erba cattiva è un noir dove l’Expo è a latere, un contorno. Il romanzo è ambientato nell'aprile 2015, per cui semplicemente ho voluto raccontare l’attesa della città per un evento preparato per anni e per cui, nell'ultimo mese, complice anche la strage in Tribunale, ci si è sentiti impreparati, soprattutto sotto il profilo della sicurezza. Per il resto non c’è altro di Expo, non si parla di alimentazione ne della manifestazione. La storia è quella di un assassino che ha già colpito in un passato lontano, un passato nascosto e dimenticato di Milano, e torna a colpire nell'indifferenza di una città con il naso all'insù appunto per il conto alla rovescia dell’Expo. E’ una storia dura, dove ci sono sentimenti contrastanti ma realissimi, e una storia umanissima, dove anche in questo caso frammenti di cronaca nera si mischiano ad una trama inventata.

Expo si è conclusa da alcuni mesi ormai, ma l'argomento sembra ancora di stringente attualità. Lei come valuta l'impatto di questa fiera internazionale sulla struttura della città di Milano? Quali sono le sue valutazioni in merito al “dopo-Expo”?

Per noi milanesi è stata un’estate atipica: tanti turisti in giro, questo ombelico del mondo a due passi da casa nostra, le luci dell’albero della vita a rimbalzare fino nelle nostre strade. A volte sembra un ricordo già lontanissimo, di sicuro è stato un successo e ci ha regalato una città più internazionale e anche abbellita urbanisticamente, basti pensare alla riqualificazione della Darsena, nonostante i molti ritardi, alcuni incomprensibili: per esempio bisognerebbe spiegare ai milanesi perché la linea 4 del metro non c’è ancora, in compenso abbiamo già la 5 e perché l’aeroporto cittadino di Linate non è ancora collegato con la metro… Sul dopo Expo mi sembra che sia stata fatta la scelta giusta, puntando su una cittadella della scienza e dell’innovazione che terrà viva quell'area ed aiuterà i nostri studenti e ricercatori e migliorerà la competitività delle nostre imprese.

Lei è stato definito il Dan Brown milanese, un soprannome che identifica non solo una modalità di scrittura modulata sull'inserimento di elementi propri del giallo in un contesto storico tipico dell'autore americano, ma che ugualmente svela il suo stretto rapporto con la città meneghina.

Il rapporto con la mia città è strettissimo, ovviamente. Mi piace girare molto, a piedi e in macchina, per scoprire ogni piccolo angolo, anche se Milano, e lo dico a 42 anni, non finisce mai di stupirti, ha sempre un qualcosa di cui non ti eri accorto. Il soprannome di ‘Dan Brown milanese’ deriva dal fatto che i miei primi due romanzi erano incentrati sull’esoterismo che a Milano inevitabilmente è legato a filo doppio con Leonardo da Vinci e con i tanti misteri e segreti disseminati nelle sue opere e nei suoi vent’anni trascorsi a Milano.

La scritta “Family Day” apparsa sul Pirellone e le conseguenti manifestazioni arcobaleno a favore delle unioni civili anche delle coppie gay. Qual è il suo pensiero in merito?

Io non sono sposato e convivo con la mia compagna, per cui siamo una coppia di fatto, e sono favorevole all’estensione di alcuni diritti, quelli ereditari, quelli sulla casa o anche quelli sulle scelte in termini di salute (anche quelle sull’espianto degli organi), vengano estesi dalle coppie sposate a quelle di fatto, etero o omo che siano. Non sono favorevole ad un’equiparazione al matrimonio perché è un sacramento ed un’istituzione su cui da secoli si fonda la nostra società e deve rimanere un sacramento e non una carnevalata. Poi ovviamente ognuno è libero di fare la sua scelta, di sposarsi oppure no… E sono contrario alle adozioni di bambini da parte di coppie gay: i bambini devono poter avere una mamma e un papà, anche se magari separati o lontani, e ricevere il diverso amore materno e paterno.

Qual è il suo pensiero in merito al problema dell'immigrazione e quale soluzioni alternative potrebbe proporre?

Bisogna fare accordi internazionali dai Paesi da cui partono questi disperati e investire maggiormente in Africa per creare sviluppo e occupazione e permettere ai giovani di poter restare lì e costruirsi la propria vita senza dover cambiare continente. Questo per l’Africa. Sulla Siria e l’Iraq il discorso è diverso: serve la pace. Punto.

In conclusione, ci piacerebbe conoscere quali sono i suoi progetti futuri. Grazie e in bocca al lupo per il futuro!

Scrivere, scrivere e ancora scrivere. Sto lavorando al mio prossimo romanzo, dal titolo provvisorio ‘L’anima nera’, e penso non sarà l’ultimo. Mi sono spostato dal romanzo esoterico al noir ma in futuro potrei tornare a ‘danbrownizzarmi’…

Valentina Zucchelli

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