Giuseppe Miale Di Mauro

Qualsiasi cosa mi accade, qualsiasi cosa vedo o leggo, provo a immaginarla sotto forma di spettacolo teatrale. Si può parlare di deformazione professionale, forse…

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Al Teatro dell’Orologio oggi ultima replica di Love Bombing, uno spettacolo scritto e diretto da Giuseppe Miale di Mauro con Gennaro Di Colandrea, Giuseppe Gaudino, Stefano Jotti, Adriano Pantaleo, Giovanni Serratore, Andrea Vellotti.

La storia parla di Stato Islamico, di un mondo immaginario dove il califfato è diventato molto più potente di quello che è ora, e dove i Mujahideen conquistano tutto, sterminando chiunque non sia musulmano: un nuovo genocidio, non diverso da quelli passati. Un gruppo di cinque uomini, si ritrova a sfidare il destino nascondendosi in un bunker, provando a resistere a quella che sembra la fine del mondo.

Dottor Di Mauro, innanzitutto buongiorno e grazie per averci concesso questa intervista. Il suo nuovo spettacolo, Love bombing, racconta di un mondo post-apocalittico in cui l’organizzazione terroristica dell’Isis ha conquistato l’Occidente, sterminando chiunque non fosse di fede musulmana. Come mai ha scelto questo, mi passi il termine, nemico? Crede che sia questa la minaccia più pericolosa che la nostra società deve fronteggiare, per evitare l’annientamento?

Buongiorno a voi, e grazie per l’attenzione al nostro spettacolo. Nel dna della Compagnia Nest c’è sempre uno sguardo attento alla contemporaneità, al sociale, a quello che ci circonda. In questo caso sentivamo il bisogno di dare un’identità precisa al nemico e leggendo un articolo di Stefano Magni su L’Opinione (datato settembre 2014) in cui sosteneva che finché non avremmo dato al Califfato più forza di quella che aveva allora, non avremmo rischiato una distruzione di massa, mi venne l’idea di raccontare una possibile distruzione di massa per poter analizzare la degenerazione umana, di conseguenza mi parve scontato che in quel momento “il mondo” aveva deciso che il nemico era lo Stato Islamico. Detto ciò, ci tengo a dire che questo non è uno spettacolo che parla di Stato Islamico ma lo utilizziamo solo come pretesto per raccontare il disfacimento dell’umanità.

Lei, in molte interviste, dice che si è ispirato alla fortunata serie americana The Walking Dead. Uno dei segreti del suo successo, al di là del motivo degli zombie, è il fatto che questa serie pone al centro i superstiti del disastro, pronti a tutto pur di sopravvivere, anche a commettere atti disumani e mostruosi. È corretto dire che è questo l’elemento che lei ha voluto riprendere e trasmettere nel suo spettacolo?

Quando decisi di scrivere il testo stavo guardando la serie e mi parve interessante la dinamica drammaturgica che ne veniva fuori: i morti viventi come pretesto per raccontare i vivi morenti. E lo scenario apocalittico aiuta; come mettere un gruppo di persone in un aereo che sta precipitando, perché i conti si sa che si fanno sempre alla fine.

Nel suo spettacolo, i sopravvissuti catturano un soldato mussulmano, lo portano nel loro rifugio e vorrebbero torturarlo e ucciderlo, per vendicarsi. Si tratta di un ritorno allo stato di natura, a quella situazione di bellum omnium contra omnes teorizzata da Hobbes, nel Leviatano. Una sorta di degradazione evolutiva, con l’uomo che ritorna ad essere una bestia: è questa una delle tematiche principali del suo spettacolo?

Sì, certamente. Anche l’idea scenografica che ho suggerito al nostro scenografo Carmine Guarino parte dall’idea di una chiusura del cerchio dell’evoluzione della specie di Darwin, in cui dalla posizione eretta si torna a quella curva, animalesca. Per questo il soffitto è abbassato e costringe gli attori a recitare in posizioni innaturali per un essere umano.

Lei ha già accennato prima a The Walking Dead. Quali altre serie, film o romanzi hanno ispirato la realizzazione di questo spettacolo?

Io sono un appassionato di serie americane, alcune raggiungono delle vette di scrittura molto alte. Poi credo che tutto ciò che leggo e vedo sono fonte d’ispirazione. Per questo spettacolo, in particolare, ho pensato molto a come Pinter chiudeva i suoi personaggi tra quattro mura raccontando il mondo esterno, o anche a un bel libro di Erri De Luca, Morso di Luna Nuova, in cui racconta la seconda guerra mondiale attraverso una serie di personaggi rinchiusi in un ricovero anti bombe.

Quando si parla di genocidio, la memoria collettiva corre subito al massacro degli ebrei da parte dei nazisti. Nel suo spettacolo si avverte un richiamo a quella che è stata una della maggiori tragedie del Novecento: quei cinque uomini chiusi in bunker ricordano, ad esempio, la famiglia di Anna Frank, nascosta in una soffitta per sfuggire alla cattura da parte delle SS…

Sì, devo ammettere che anche alla mia memoria è arrivato subito il ricordo del massacro degli ebrei, e ho provato a creare un parallelo con quello che succede nello spettacolo, pensando che un genocidio, in quanto tale non è mai diverso da quello passato. Auschwitz di Guccini è stato un pezzo che ho ascoltato spesso durante la stesura del testo, ad esempio…

Uno degli aspetti, per certi versi, più interessanti dello spettacolo, è l’idea da cui esso nasce: nella locandina, dite che volete mettere in evidenza quelle tematiche e quelle problematiche che, troppo spesso, gli altri mezzi di comunicazione tendono ad ignorare o a tacere. Come mai avete scelto proprio il medium teatrale per questo ambizioso progetto?

Perché, semplicemente, il teatro è quello che facciamo. Qualsiasi cosa mi accade, qualsiasi cosa vedo o leggo, provo a immaginarla sotto forma di spettacolo teatrale. Si può parlare di deformazione professionale, forse…

È, quindi, una sorta di teatro “impegnato” quello che volete proporre? Un teatro in cui tecnica, rappresentazione, sceneggiatura, siano legati tra loro dal principio dell’impegno, per risvegliare le coscienze degli spettatori?

Noi siamo nati in un quartiere difficile della periferia est di Napoli e abbiamo visto quanto il teatro possa influire sulle coscienze delle persone e volendo anche provare a modificarle. Noi ci crediamo, per questo andiamo avanti nonostante le immense difficoltà. O forse, è semplicemente quello che ci piace fare e che sappiamo fare. Tutto sommato queste due cose possono serenamente camminare insieme.

Sempre nella locandina, si dice che l’attenzione ai fatti di cronaca e all’attualità sia una caratteristica degli spettacoli proposti dal Collettivo Nest (Napoli est Teatro). Ci racconta come è iniziata la sua collaborazione con questa organizzazione?

Il Colletivo Nest è composto da me, Francesco Di Leva, Adriano Pantaleo, Giuseppe Gaudino e Andrea Vellotti. Ci siamo incontrati nel 2007 perché eravamo tutti attori dello spettacolo Gomorra. In pochi mesi abbiamo capito che quell’incontro non era stato casuale e che avevamo voglia di fare un bel pezzo di strada insieme. Abbiamo fondato la Compagnia e poi è arrivato lo spazio teatrale. Una bella storia che quanto meno potremmo raccontare ai nostri nipoti…

Nelle ultime dichiarazioni rilasciate ai media americani, Trump afferma che, in caso di vittoria, invierà 30 mila soldati per combattere l’Is. Crede che sia questa la strategia migliore per difenderci da questa presunta minaccia? Un’altra strategia non potrebbe essere quella di cercare di isolare economicamente e militarmente le forze del Califfo?

Io credo e spero che il popolo americano sia abbastanza intelligente per mettere da parte le assurdità di Trump e non fare questo enorme passo indietro. Nello spettacolo si fa un riferimento al fatto che il Califfato sia stato creato, addestrato e armato dalle potenze mondiali in nome del potere assoluto. Credo che il Califfato arriverà fin dove decideranno di farlo arrivare, sperando che non perdano il controllo.

Non crede che la candidatura di un estremista come Trump alla Casa Bianca sia un po’ il segno del clima di paura e di incertezza che sta prendendo sempre più piede in Occidente, anche in seguito agli attentati di Parigi dello scorso novembre?

La candidatura di Trump è il segno che non sappiamo più che pesci prendere, ma come ho detto prima, confido nell’intelligenza del popolo americano.

Chiudiamo l’intervista con una battuta. Dottor Di Mauro, nel suo futuro post-apocalittico, chi vince lo scudetto? Napoli o Juventus? Non sia scaramantico…

Mamma mia, che domanda! Provo a non essere scaramantico, e dico che per noi quella parola resta il sogno da inseguire. Mancano nove partite alla fine e finché si dorme c’è tempo per sognare, e se dovessimo svegliarci prima del previsto, lo ricorderemo come un bel sogno interrotto. Questo Napoli ha tutta la nostra stima, non gli si può dire niente.

Riccardo Proverbio

ph di scena Carmine Luino

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